rita rambelliL’avvicinarsi della fine dell'anno porta quasi inevitabilmente a fare dei bilanci e delle previsioni per il futuro. Io credo che uno degli argomenti più interessanti su cui cercare di capire dove stiamo andando sia quello che riguarda le variazioni della popolazione nella nostra regione e di conseguenza le sfide che ci aspettano per mantenere l’attuale livello di welfare.

Quando nel 2007 fu elaborato e presentato il primo Rapporto Sociale Anziani, ci si interrogò sulle possibilità che offriva il Piano di Azione Regionale (PAR) per affrontare le politiche per la popolazione anziana. Ora, a distanza di quasi un decennio, se diamo un’occhiata ai numeri ci accorgiamo di come sta cambiando la popolazione anziana in questa regione e di come il mantenimento del welfare diventerà sempre più una sfida nei prossimi anni

Dalle statistiche emerge che gli anziani over 65 residenti in Emilia-Romagna al 1° gennaio 2015 sono oltre un milione, pari al 23,4% del totale della popolazione regionale. Le province con la maggior incidenza di anziani sono Ferrara (27,0%), Ravenna (24,7%) e Piacenza (24,6).
Gli over 75 sono 553.017 (12,4% della popolazione complessiva) e le persone che hanno superato gli 80 risultano oltre 338 mila (7,6%).
La prevalenza di donne tra gli anziani è da ricondurre alla maggiore longevità che ci caratterizza oggi come in passato. Ad inizio anni ‘70 l’aspettativa di vita per un nato in Emilia-Romagna era di circa 70 anni se maschio e 76 anni se femmina; nel 2014 la vita media attesa è aumentata a circa 81 anni per i maschi e a oltre 85 anni per le femmine. Dopo oltre venti anni di lenta ma costante crescita, a partire dal 2010 si è invece registrato un calo delle nascite che ha riguardato sia gli italiani sia gli stranieri.
Dopo più di un decennio di miglioramenti nel rapporto tra anziani e giovani, dal 2012 si assiste ad una battuta d’arresto dovuta ai differenti tassi di crescita che caratterizzano i segmenti di popolazione anziana e giovanile. Fra il 2012 e il 2015 la popolazione con più di 65 anni cresce molto più di quella con meno di 15 anni: oltre 39mila anziani in più a fronte di poco meno di 4 mila giovani.
Questa dinamica si accompagna ad un costante assottigliamento della popolazione in età lavorativa: tra il 2012 e il 2015 la popolazione in età tra i 15 e i 64 anni è
diminuita di circa 45 mila unità. Questi opposti andamenti determinano un peggioramento del grado di dipendenza economico-sociale tra le generazioni: in Emilia-Romagna 100 persone in età attiva, oltre a dover far fronte alle proprie esigenze, hanno teoricamente “a carico” altre 58 persone inattive (anziani e bambini) a fronte delle 55 della media italiana.

L’Emilia-Romagna, a causa del maggior invecchiamento della popolazione, evidenzia valori superiori alla media nazionale per la gran parte degli indici che descrivono la presenza di anziani in famiglia. Le famiglie con anziani sono oltre una su tre, per l’esattezza il 38%, mentre il 26% è composta solo da anziani.
Il declino della fecondità, l’aumento della mobilità degli individui e i cambiamenti nella formazione della famiglia e nelle scelte residenziali hanno portato ad un aumento costante nel tempo degli anziani che vivono soli.
Nel 2014 il 28% delle persone con 65 anni o più vive da solo a fronte del 12% che si rilevava nei primi anni 2000. Il dato nasconde un notevole divario di genere: la
percentuale di uomini anziani soli è del 17% contro il 37% delle donne.
Numerose e, forse, ancora non del tutto esplorate sono le implicazioni di tale fenomeno e tra le criticità, i dati chiamano in causa non solo problemi di salute e di povertà, soprattutto per le donne dopo i 75 anni, ma anche di isolamento sociale.
Dalle fonti di dati disponibili emerge come le donne sopra ai 65 anni abbiano una percezione peggiore del proprio stato di salute rispetto agli uomini e riferiscano in una percentuale maggiore sintomi depressivi. Sullo stato di salute e la percezione di benessere potrebbero influire, forse, anche gli stili di vita: gli uomini praticano in misura maggiore delle donne, sport (19% contro il 15%) ed attività fisica (43% contro il 27%). Altre indagini a livello regionale e nazionale segnalano però una maggiore adesione delle donne alle campagne di prevenzione e ai controlli sulla propria salute.
Data l’attuale struttura per età e l’effetto dell’inerzia demografica, è probabile che il segmento di popolazione con più di 65 anni continuerà a crescere anche in futuro soprattutto se si considera che tra il 2020 e il 2030 tutte le numerose generazioni nate nel corso del baby-boom avranno oltrepassato la soglia dei 65 anni di età.
All’effetto strutturale si aggiunge l’effetto dovuto al lento e progressivo aumento della longevità che si attende in crescita anche per il prossimo ventennio, seppure
con ritmi rallentati rispetto agli ultimi 20 anni. Si può ipotizzare che la speranza di vita alla nascita nei prossimi venti anni passi per gli uomini dai circa 81 anni attuali a 84 anni e per le donne da 85 anni a 87 anni e sulla base di queste ipotesi ci si attende che nei prossimi venti anni la consistenza della popolazione con 65 anni o più superi 1 milione e 273 mila unità e quindi nel 2035 rappresenterebbe oltre il 28% della popolazione complessiva.
Questo aumento della popolazione anziana continuerà però ad essere accompagnato da una tendenziale diminuzione della popolazione in età lavorativa e questo pone delle sfide notevoli ai sistemi di welfare nonostante le condizioni di salute della popolazione anziana facciano registrare continui miglioramenti.