Esiste una classifica della felicità? E quali sono i paesi più felici del mondo? Abbiamo sempre pensato che essere il paese del sole fosse motivo di felicità, ma non è così, il paese più felice del mondo risulta essere la Danimarca, seguita da Norvegia e Finlandia, seguono l’Olanda, il Canada, la Svizzera, la Nuova Zelanda, l’Australia e al decimo posto l’Irlanda.

La classifica su 150 paesi analizzati, è stata stilata nel primo rapporto mondiale sulla felicità e ci dice che l’Italia è solo al 28° posto, uno degli ultimi posti d’Europa. 

Il World Happiness Report, redatto dall’ONU nel 2012, sull’economia della felicità,  afferma che la felicità dei popoli, raggiunto un livello essenziale di benessere, dipende dalla sostenibilità delle scelte dei governi e da politiche che favoriscano l’inclusione sociale, lo spirito comunitario, la salute, l’educazione, molto più che la crescita del Pil, cioè del prodotto interno lordo. Il Rapporto presenta la prima analisi scientifica dei tentativi in corso nel mondo per misurare felicità e benessere.  Il “World Happiness Report” è stato redatto da tre economisti ben noti in questo campo: John Helliwell, Richard Layard e Jeffrey Sachs che hanno tentato di tracciare un quadro onnicomprensivo degli studi in corso nel mondo su felicità e benessere. Il messaggio principale è delineato nel capitolo introduttivo: la ricerca della felicità è intimamente collegata alla ricerca di uno sviluppo sostenibile, non può esserci benessere se distruggiamo la Terra in cui viviamo.

Il benessere economico non è il fattore che maggiormente influenza la singolare classifica, ma altri elementi entrano in gioco: la libertà politica, i forti legami sociali e l'assenza di corruzione sono, insieme, tre fattori che pesano più della ricchezza nel determinare il gap tra paesi in cima e in fondo alla classifica della felicità.
«Entrate più alte non migliorano necessariamente il benessere generale di un paese» scrive nell'introduzione al rapporto Jeffrey D. Sachs, direttore dell'Earth Institute «negli Stati Uniti, per esempio, il reddito pro capite è triplicato dal 1960, mentre gli indicatori della felicità media sono rimasti essenzialmente invariati».
Se il Prodotto Interno Lordo è il principale indicatore della ricchezza di un paese, la felicità dei suoi abitanti è un fattore essenziale per valutare l'efficacia delle politiche sociali ed economiche sulla qualità della vita. Il World Happiness Report analizza i dati di quattro diversi studi (il Gallup World Poll, la World Values Survey, la European Values Survey e la European Social Survey) che hanno rivolto a campioni di abitanti di ogni nazione del mondo più o meno tutti la stessa domanda: "Considerando i vari aspetti della tua vita in questo periodo, qual è il tuo globale livello di soddisfazione?".  A livello individuale, fattori determinanti sono la salute mentale e fisica, buoni legami famigliari e un posto di lavoro sicuro. A livello globale, la mancanza di un lavoro o un licenziamento causa dolore come un lutto o una separazione; i buoni rapporti con i colleghi e la sicurezza di un impiego influenzano sulla soddisfazione del lavoratore più che uno stipendio alto e turni di lavoro vantaggiosi.
Il World Happiness Report costituisce un punto di partenza importante per azioni di governo diverse, nazionali e internazionali e offre una base scientifica alle iniziative di misurazione di felicità e benessere richiamando l’attenzione sul nodo centrale del discorso: come passare dalle misure ai fatti, cioè a politiche nuove, più adatte alle condizioni di questo secolo. Non solo perché ormai sappiamo che la crescita sarà necessariamente limitata dalla necessità di non distruggere il Pianeta, ma perché c’è ormai ampia evidenza del fatto che oltre un certo limite la ricchezza individuale non dà felicità, semmai la distrugge.

Il raggiungimento di un livello di felicità soddisfacente dovrebbe essere, secondo i redattori del rapporto, una delle linee guide della politica di ciascuno Stato.

Qualcuno ha già raccolto la sfida: l'indicatore di sviluppo e dello standard di vita utilizzato dal Bhutan, un piccolo stato montuoso dell'Asia localizzato nella catena himalayana, con 650.000 abitanti, non è più il PIL ma la Felicità Interna Lorda (gross national happiness - GNH). Il reddito annuale pro capite, uno dei più bassi di tutta l'Asia, non è il parametro con cui questo paese valuta la propria crescita, che si basa invece su un'economia più giusta fondata sui principi del buddismo, sul rispetto per l'ambiente e  sul buon governo. Una svolta coraggiosa che potrebbe contagiare anche altre nazioni nel mondo,  una nuova filosofia di sviluppo, dove la ricerca della felicità  buddista incontra la crescita sostenibile. Il GNH è un sistema complesso che si fonda sulle premesse che il desiderio più grande di ogni essere umano è la felicità, in senso profondo. Per creare questa felicità gli stati devono crearne le condizioni seguendo i quattro pilastri della Felicità  Interna Lorda: sviluppo economico e sociale sostenibile, conservazione dell'ambiente e lotta ai cambiamenti climatici, preservazione della cultura  e buona governance . Dall’altra parte del mondo Gunter Pauli, economista, studia sistemi di produzione alternativi. «Ho sempre cercato un modello di sviluppo sostenibile di larga scala accessibile a tutti . In natura non esistono disoccupati e neppure rifiuti. Tutti svolgono un compito e gli scarti degli uni diventano materia prima per altri.

Negli ultimi anni è divenuto famoso per la teoria della blue economy, un sistema di produzione basato unicamente sulle risorse disponibili localmente, dove ogni scarto di produzione viene riusato o riciclato. «Usa quello che hai è il mio motto», spiega.

Da qualche anno anche l'ONU guarda a questo nuovo modello di sviluppo più sostenibile  per sollecitare altri governanti illuminati a  partecipare a questa bellissima gara per arrivare ai primi posti del World Happiness Report.