“Sono un VECCHIO, e lo dico perché mi sono profondamente antipatiche le parole che ghettizzano le categorie, siano esse parole come ANZIANO, turista, neri bianchi o gialli, anni orsono capii che si entrava in questo brutto periodo quando qualcuno mi chiese se io fossi sportivo, e quando risposi affermativamente elencando gli sport che praticavo, mi rispose: «ma no, voglio solo sapere se segui le partite di calcio in televisione», e quello fu l'inizio della fine: i viaggiatori si estinsero con la nascita dei turisti; i vecchi con gli anziani.”  (Alessandro Ruspoli, 9º principe di Cerveteri)

Steve Jobs, il genio visionario e creativo di Apple, ci ha lasciato, ma nella sua biografia ci sono molti insegnamenti e spunti per ripensare il nostro modo di vivere, in una prospettiva di vita centenaria.

Nel suo libro scrive “ Ogni mattina mi guardo allo specchio e mi chiedo: “ Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare? E ogni volta che mi sono risposto di no per troppi giorni di fila, sapevo di dover cambiare qualcosa”

Io ho 64 anni e ho scelto di affrontare il tema di come invecchiare bene nel terzo millennio, partendo dal presupposto che non mi piace come viene affrontato oggi in Italia  il problema della vecchiaia e della eventuale conseguente disabilità.

A 70 anni si è vecchi?  O si è anziani?  O invece si è solamente persone, senza altre connotazioni che ci differenziano da chi ci precede lungo il corso della vita?

Per me invecchiare è solamente continuare a vivere , continuare ad essere un cittadino, così come definito dalla nostra Costituzione,  anche a  70, 80, 90, e per qualcuno  anche 100 anni. Non seguo quindi la strada, pur molto importante, di chi vuole analizzare gli anziani in termini di malattia, disabilità, povertà, isolamento e perdita di ruolo sociale, ma  vorrei definire un profilo dei nuovi  anziani, cioè di noi, delle nostre aspirazioni e bisogni. Chi siamo noi ? Come possiamo ambire ad avere una lunga vita nella logica che sosteneva la Rita Levi Montalcini che “ occorre aggiungere vita agli anni, e non anni alla vita” ?? Siamo una generazione di transizione, cresciuti dopo la guerra, che siamo stati protagonisti del boom economico italiano e tra le prime generazioni a godere del benessere diffuso e delle nuove terapie che ci consentono  di avere una maggiore aspettativa di vita. Una generazione che per il periodo storico in cui abbiamo vissuto, il tipo di socializzazione avuta e la cultura assimilata abbiamo poco in comune con gli anziani di ieri, ma che proprio perché a cavallo tra due mondi e due momenti storici  diversi presentiamo caratteristiche nuove e quindi nuove aspettative. L’Istat ci dice che la popolazione anziana è in costante aumento e alla fine del 2010 coloro che superano i 65 anni erano il 20,3% della popolazione totale, in costante aumento, un numero enorme  e se non applicheremo i concetti base promossi  nel 2012 dall’Anno Europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni, il sintema economico e sociale italiano non riuscirà a sostenere il costo del welfare né ad uscire dalla attuale crisi  economica.

Cambiare il modo di interpretare il ruolo della popolazione anziana significa quindi anche impegnarsi nel sostenere lo sviluppo tecnologico, nel risparmio di risorse, nel miglioramento della salute e nella prevenzione delle malattie invalidanti, creando in questo modo anche posti di lavoro per le nuove generazioni.

È necessario conoscere le limitazioni imposte dalla vecchiaia ma è altrettanto indispensabile imparare ad accettarle, mettendo a frutto quanto si è imparato durante tutta la vita. Si riteneva comunemente che la vecchiaia avesse inizio verso i 60-65 anni ma per molti oggi sembra che il tempo non passi fino agli 80 anni, il mondo della cronaca e del gossip ce ne mostra migliaia di esempi in tutti i campi: politica, cinema, sport, giornalismo, scienza, economia, ecc.

E’ vero che compaiono spesso malattie e disturbi di diverso genere ma oggi la malattia non è un evento normale neppure nella vecchiaia, come non lo è in nessuna altra fase della vita, perché l'organismo umano ha un'ottima capacità di adattamento e la medicina ha fatto passi giganteschi. Anzi la gerontologia ha evidenziato che molte malattie considerate proprie solo della vecchiaia vengono invece preparate negli anni giovanili a causa delle cattive abitudini.  La mancanza di regole alimentari possono generare disturbi cardiaci, infarto, ipertensione, diabete, alcune forme di cancro, come del resto la vita sedentaria, il fumo, l'assunzione eccessiva di alcolici, l'obesità  generano tumori, enfisema polmonare, demenza senile. Un giusto equilibrio tra attività lavorativa, ricreativa e attività fisica è indispensabile  quindi a tutte le età.

Questo aspetto è molto importante, perché si tende ancora a ragionare in termini di età biologica, scandendo la vita in tappe che hanno perso significato e contenuto.

Le nuove relazioni che intercorrono tra i sessanta-settantenni e l’innovazione tecnologica, soprattutto rispetto alle nuove tecnologie della comunicazione e quelle che intervengono in diversi ambiti della vita quotidiana , ci permettono di immaginare un futuro diverso in cui la tecnologia possa aiutarci ad essere autonomi e sicuri anche negli ultimi anni della nostra vita.   L’incontro con le nuove tecnologie spesso non facile, a volte è conflittuale e sfocia nel rifiuto di imparare ad utilizzare ciò che è nuovo, fino alla negazione della loro utilità, ma la tecnologia si sviluppa così velocemente nella direzione della semplificazione che tra breve tempo avremo a disposizione strumenti che funzionano interamente a comando vocale togliendoci dall’imbarazzo di apprenderne il funzionamento. La grande battaglia che Steve Jobs ha portato avanti tutta la vita andava in questa direzione e non ci sono dubbi che avesse ragione.  La principale motivazione del lavoro di Steve Jobs era quella di arrivare a costruire un prodotto che rispondesse ad una esigenza reale e nello stesso tempo fosse piacevole e facile da usare. Così chiese ai suoi tecnici e programmatori di costruire qualcosa che non avesse bisogno di pulsanti, di mouse, di schermi giganti, di penne o pennini, ma solo delle nostre dita, uno strumento prezioso che tutti noi abbiamo sempre a disposizione.

Le tecnologie partono oggi dall’idea che anziani e disabili rientrino in una unica categoria, accomunate dal concetto di invalidità;  parliamo quindi di un gruppo di persone che non sentono bene, non vedono bene o hanno difficoltà a muoversi a cui vanno rivolti determinati prodotti per il superamento di una specifica difficoltà di tipo fisico indipendentemente dall’età. Infatti, molti degli  “anziani” di oggi sono molto lontani dalla invalidità o dalla perdita della autosufficienza, e possono beneficiare di prodotti tecnologici nuovi, pensati per loro, nel campo della comunicazione, della smaterializzazione del denaro, delle facilitazioni nella vita quotidiana.

I problemi di mobilità o le difficoltà visive, possono essere superate  e se sappiamo usare  un pc,  magari con una tastiera adattata,  la possibilità di vedere il nipotino lontano via webcam costituisce sicuramente uno stimolo irresistibile e già oggi, conosco molti nonni ottantenni che, con l’aiuto dei nipoti, hanno  imparato a  navigare in rete e a video-telefonare con skype per vedersi e parlarsi in qualsiasi momento della giornata. Le distanze non dividono più, si è vicini in qualsiasi parte del mondo.   

Il tema dell’inclusione telematica è di grande di attualità, uno spicchio di società del futuro, con ambienti intelligenti abitati da software in grado di adattarsi a tutte le necessità.  Con l’avvento della società dell’informazione si passa dal concetto di accessibilità a quello di e-inclusion: questo significa che le tecnologie non solo devono essere accessibili, ma devono favorire ed aiutare le persone. Le strategie di progettazione e di utilizzo delle tecnologie a favore dell’inclusione di persone disabili e anziane sono al centro della nuova e-inclusion. Le nuove tecnologie si collocheranno in ambienti intelligenti e saranno frutto di quella che viene definita la progettazione universale: non si tratta più di adattare un sistema tecnologico alle necessità degli utenti in difficoltà, ma di progettare ambienti utilizzabili da tutti con software in grado di adattarsi all’uso o alle necessità della persona con costi che sono sempre più accessibili per tutti.   
Tra le tecnologie già attive a favore dell’inclusione ci sono  i software pensati per  controllare la posta elettronica, gestire le foto e navigare su internet in modo semplice e anche per comunicare iscrivendosi alla comunità on line, ma si può anche  controllare la casa, con le tecnologie per il monitoraggio e il controllo dell’ambiente domestico in grado di garantire maggior sicurezza a tutti e quindi anche alle persone anziane e disabili. Il controllo remoto della casa, con telecamere, o altri dispositivi di sicurezza è oggi possibile con strumenti semplici e controlli a distanza attraverso telefono. Partendo da qui lo sviluppo di un mondo nuovo dipenderà solamente dalla nostra creatività.