diana catellaniVicino alla casa in cui abitavo da piccola, c’ era un grosso casolare; lì abitava una famiglia composta da tre fratelli, di cui uno solo era sposato con figli, gli altri due erano scapoli o “put”, come si dice da noi.
Primo era leggermente claudicante e camminava aiutandosi con un bastone: forse da piccolo era stato colpito, come tanti bambini a quei tempi, dalla poliomielite. Aveva, nonostante ciò, un portamento elegante e modi signorili: sorriso sempre pronto e una parola gentile per tutti noi bambini. Parlava lentamente e non l’ ho mai visto arrabbiato, per questo io lo consideravo un uomo molto saggio. Nei momenti liberi si sedeva davanti alla porta di casa col cappello a coprirgli i radi capelli grigi e le mani appoggiate al bastone e salutava tutti quelli che passavano davanti alla casa.

L’altro fratello, di nome Adelmo, era invece tutto l’ opposto: piuttosto tarchiato, viso abbronzato e modi sanguigni.
Era lui che si dedicava ai lavori più pesanti e spesso, verso sera, in estate, lo si sentiva cantare a squarciagola o richiamare a gran voce la Lola o la Bianchina: allora tutti capivano che stava mungendo le mucche e tutti sorridevamo divertiti da quell’allegria chiassosa.
Nelle famiglie patriarcali c’era sempre qualche figlio o figlia che rinunciava a sposarsi per dedicarsi alla cura dei genitori o delle proprietà della famiglia, che così conservava intatto il suo patrimonio.

 La signora Felicita
Quando la mattina mi svegliavo presto per prendere il treno per andare a scuola, cercavo sempre di ritagliarmi alcuni minuti di dormiveglia, in cui godermi il tepore delle coperte, prima di saltare giù dal letto. In quei momenti accadeva sempre la stessa cosa che mi faceva capire quale tempo stesse facendo fuori, anche senza aprire la porta-finestra che dava sul balcone.

Prima era il rumore secco di una serratura, poi lo sbattere del cancello della casa di fronte, poi si udivano dei passi decisi e ben cadenzati: se risuonavano in modo eccessivo, voleva dire che la strada era gelata, se si sentivano normalmente il tempo era buono o pioveva, se erano accompagnati da un inconfondibile scricchiolio era caduta la neve. A fornirmi questo bollettino meteorologico inusuale era la signora Felicita, che ogni mattina, con qualunque tempo, a quell’ ora si recava alla Messa .
Era una donna tanto piccola e minuta, che mia madre la chiamava “Felicin”. Aveva il viso incavato e i capelli grigi sempre ben ordinati in una piccola crocchia sulla nuca. Era già anziana, ma non rinunciava mai a portare le sue immancabili scarpette col tacco ed era questo che rendeva i suoi passi così “sonori”.
Viveva con la sorella, di poco più giovane. Era stata sposata, ma non aveva avuto figli; suo marito l’ aveva lasciata sola ed era già morto al tempo di cui sto raccontando. Nonostante questo, so che ogni anno, quando ricorreva l’ anniversario della morte del marito, faceva sempre celebrare una messa a suffragio della sua anima: certo l’aveva perdonato e gli voleva ancora bene. Risparmiava su tutto, non per avarizia, ma per poter fare beneficenza ad ogni occasione.
Si dava un gran da fare ad aiutare in parrocchia, che era diventata per lei forse un sostitutivo della famiglia che non aveva più. Aveva sempre il sorriso pronto, anche se talvolta non esitava a dispensare consigli e critiche non richiesti.
Ricordo, ad esempio, che una domenica d’ estate, io avevo messo il vestito della festa, come si usava allora. Era un abitino bianco con profili blu e rossi e la gonna poco sopra al ginocchio, come imponeva la moda che si era affermata in quel periodo. La signora Felicita mi fermò lungo la strada e mi fece osservare che sarebbe stato meglio allungarla un po’…Lì per lì ci rimasi un po’ male, ma riuscii a replicare che io compravo gli abiti nei negozi, non me li cucivo io, e quindi non potevo fare altro che scegliere tra ciò che veniva esposto e il vestito che indossavo non aveva nemmeno un orlo da poter disfare.
La signora Felicita parve capire, anche se non era soddisfatta temendo che potessi dare il cattivo esempio …Non me la presi, perchè ero ben consapevole che la mentalità degli anziani portava a vietare l’ ingresso in chiesa alle bimbe che indossavano vestiti con maniche troppo corte o che non avessero il velo in testa. Quando la mattina mi sveglio e resto a poltrire un po’, accendo la radio per sentire le notizie di cronaca e del meteo e spesso mi ricordo di quel rumore di passi.

Il calzolaio
Ero piccola, ma avevo anch’io le mie incombenze in casa: dovevo asciugare le posate, pulire il fornello a gas e, in genere al lunedì, dovevo pulire le scarpe usate la domenica, quelle della festa.
Mia madre mi faceva sedere su una piccola sedia impagliata, mi metteva sulle ginocchia un vecchio grembiule e mi dava in consegna una scatola in cui era contenuto tutto l’ occorrente per eseguire l’ operazione.
Le strade da quelle parti allora non erano asfaltate perciò bisognava rimuovere fango e polvere prima di passare la spazzola con il lucido adatto al colore delle scarpe. Era durante questa operazione che si controllava se le calzature avessero bisogno dell’ opera del calzolaio che abitava poco distante.
Così finito il lavoro di manutenzione e riposte le calzature in ordine in attesa della festa successiva, andavo a portare quelle bisognose di riparazione dal calzolaio.
Aveva il suo angolo di lavoro in casa sua, accanto alla macchina da cucire di sua moglie che faceva la camiciaia; ai miei occhi la signora era bellissima, coi suoi capelli biondi ossigenati e le labbra dipinte.
Lui invece aveva un viso troppo lungo e i capelli arruffati, ma un sorriso simpatico. Sedeva su una sedia bassa davanti a un tavolino pieno di chiodini, suole di cuoio, spago, colle varie e il tutto emetteva un caratteristico odore acre che ti pizzicava le narici. Le pareti dietro di lui erano attrezzate con ripiani pieni di scarpe di tutti i tipi in attesa della sua opera o in attesa di essere riconsegnate ai proprietari.
Prendeva in mano le scarpe che gli porgevo, le esaminava con cura ed emetteva la sua sentenza . “Qui ci vuole una bella risuolata, … qui sono partiti i tacchi… vieni a riprenderle fra … ” e mentre parlava aveva sempre tra le labbra un mozzicone di sigaretta che ballava pericolosamente o un chiodino, di quelli che stava battendo con quel curioso martello dalle lunghe code e dalla testa allargata.
Allora, nel pomeriggio, la radio trasmetteva una rubrica dedicata ai ragazzi, che io ascoltavo spesso. La sigla era una canzoncina che diceva così: “Io son mastro Lesina, son ciabattin/ faccio scarpette di tipo assai fin/lavoro contento, mi piace cantar/ e ai bimbi buoni le fiabe narrar.” Seguiva poi il racconto di una favola e io immaginavo che dietro quella voce si nascondesse proprio il calzolaio mio vicino.

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