rosanna vaggeCi sono attimi , nella vita, che fanno cambiare il corso del destino. Di questo ne sono stata sempre convinta. Basta un attimo per distrarsi e combinare qualche catastrofe. Basta un attimo per sfuggire a qualche inconveniente, anche alla morte. Basta un attimo per costruire cose meravigliose, un attimo per distruggerle. E' la vita.

Quando lavoravo in ospedale ed ero responsabile di un piccolo reparto di terapia sub intensiva che ricoverava pazienti generalmente anziani, in condizione di grave criticità, l' importanza di quell'attimo, specifico per ognuno di noi, mi appariva in tutta la sua chiarezza. La permanenza dei pazienti nella struttura era piuttosto breve, in media 4 giorni ed era sorprendentemente omogenea, indipendentemente dall'esito di ognuno di loro: 4 giorni per guarire e tornare a casa, 4 giorni per morire, 4 giorni per uscire dalla criticità ed essere trasferito in altro reparto. Quante volte mi sono interrogata del perché questo numero ricorresse con tanta stabilità ? E perché esiti tanto differenti , nonostante le condizioni cliniche dei pazienti fossero spesso sovrapponibili?

Certo ogni persona, sana o malata che sia, è un caso a sé e non si può fare di tutte le erbe un fascio, ma, al di là di queste ovvie considerazioni, ho sempre avuto la sensazione che per ognuno di noi esista un qualche fattore, non identificabile con un parametro vitale o con qualsiasi altro esame diagnostico, in grado di condizionare positivamente la capacità di reagire ad un evento critico e anche di sovrastare, almeno questo è il mio parere, gli altri determinanti legati alla fatalità, malattia o evento traumatico compreso.
Quante volte, da medico, mi sono detta: se avessi fatto quello e non questo, se fosse stato giorno e non notte, se fosse stato di giovedì e non di domenica, se non si fosse perso tempo, se avessi avuto quell'informazione, se ... se ... se .... Il risultato sarebbe stato differente ? Come al solito non ho risposte alla mia domanda. Ho chiara però la sensazione che quando le cose vogliono andare bene, lisce come l'olio, vanno bene, di sabato, come di venerdì, di giorno, come di notte, con la cura giusta e tempestiva e anche con qualche ritardo. Che sia un pensiero di comodo per scaricare qualche responsabilità sul malato in grado o meno di attivare il suo fattore x positivo? Ancora una volta non so rispondere, ma di una cosa sono certa: se questo fattore esiste, il medico non può ignorarlo, anzi deve cercare di identificarlo e aiutare il paziente ad attivarlo.
Mi direte, che c'entra l'attimo fuggente con il fattore x ?
Pescando nella memoria , mi vengono in mente le parole del figlio di una paziente che, per sopravvivere, da giorni e giorni, era costretta a respirare attraverso un casco che forzava l'ossigeno ad entrare nei polmoni. Era stata in rianimazione, per questo problema, ma, nonostante i parametri vitali migliorassero, Maria era sempre più defedata e assente. "Mia mamma è sempre stata una donna forte, volitiva e si è sempre ribellata alla costrizione e ai condizionamenti. Sono sicuro che anche in queste condizioni, non sopporti di essere legata, sono i sedativi che la rendono così ....", aveva detto disperato il giorno stesso in cui era stata trasferita nella terapia sub intensiva da me diretta. In effetti era doveroso da parte dei sanitari impedire alla paziente di strapparsi lo scafandro che le permetteva una ossigenazione compatibile con la vita, ma fino a quando ? Mi chiesi, colpita dalle sue parole. E agii di conseguenza: sospesi i sedativi e la slegai. Ricordo ancora l'espressione incredula degli infermieri , terrorizzati da quello che avrebbe potuto accadere durante la notte, ma feci finta di non coglierla. Mi resi però disponibile a correggere il tiro qualora fosse stato necessario. Non fu necessario. Il giorno dopo Maria, seppur estremamente debilitata, sembrava iniziare a collaborare e qualche giorno dopo chiese al figlio di portarle un gelato: aveva ripreso la volontà di vivere.
Se il figlio non avesse pronunciato quella frase o se io non l'avessi slegata e sospeso i sedativi, le cose sarebbero andate allo stesso modo? Non ho risposte, ovviamente, ma ho chiara la sensazione che quella decisione, presa in un attimo, abbia favorito una svolta, una inversione di tendenza, come se, per voce del figlio, avessi colto il fattore x favorente della madre. Il tutto è accaduto in un attimo, che avrebbe potuto passare inosservato anche ai miei stessi occhi, per questo lo chiamo "attimo fuggente".
Ricordo altre storie di pazienti che, dopo aver superato i momenti più critici di una malattia a rischio di vita, sapevano attribuire ad un preciso avvenimento, apparentemente del tutto insignificante, l'inizio della loro guarigione. Elisa, alla quale era rimasta solo la figlia ed i nipoti, avendo perso negli ultimi mesi i due figli maschi , entrambi per infarto cardiaco, mi confessò che il rumore dei miei passi, appena entravo in reparto, era sufficiente a garantirle che avrebbe superato la giornata e che l'espressione dei miei occhi di madre, oltre che di medico, quando mi raccontò la sua sofferenza , le aveva dato la speranza di potercela fare ed evitare così altro patimento a chi le voleva bene. Quella volta superai di gran lunga i giorni di degenza media concessimi dall'amministrazione ma, il sorriso di Elisa, alla dimissione, valeva molto di più di qualunque tirata d'orecchie da parte della direzione ospedaliera per non aver rispettato i tempi di ricovero.
Anche Antonio era riuscito a farcela e, dopo essere stato dimesso dalla riabilitazione intensiva, in quasi perfetta forma, aveva voluto manifestare personalmente la sua gratitudine venendomi a cercare in ospedale, vestito di tutto punto, con giacca e cravatta, accompagnato dalla nipote. Un dono davvero indimenticabile. All'ingresso nel mio reparto, dopo la lunga degenza al Centro Grandi Ustionati, Antonio era in condizioni critiche per una infezione nel sangue che non si riusciva a debellare. Le speranze erano poche e la preoccupazione che, se anche fosse riuscito a salvare la pelle, non avrebbe più condotto una vita accettabile, la faceva da padrone. La cosa più difficile, e lo ricordo con esattezza, non era tanto la scelta dell'antibiotico, la rimozione o il cambio del catetere venoso centrale, ma convincerlo che era possibile riprendere a camminare, a mangiare, a vivere, nonostante i mesi in cui era stato costretto a letto. I familiari sostenevano che Antonio era sempre stato un tipo timido, solitario, senza grandi pretese, piuttosto pigro ed incline più alla rassegnazione che alla lotta. In effetti era difficile prevedere cosa gli passasse per la mente e finiva per apparire poco collaborante, ma io mi ero intestardita che avrebbe potuto farcela e non persi mai la speranza. E' possibile che questa mia convinzione abbia favorito in qualche modo il decorso positivo? Se non avessi tanto insistito a trasferirlo in riabilitazione intensiva, nonostante le perplessità di tutti, ce l'avrebbe fatta lo stesso? E se l'avessi dimesso, senza attendere il posto in riabilitazione, attenendomi alle ferree regole di limitare la degenza al minimo indispensabile? Altri se --- se ... se ..., ma è andata bene e questa è la cosa più importante.
E' andata bene anche a Silvia, che si è rotta una gamba all'età di 98 anni ed ora ha ripreso a camminare con il suo bastone, quando non se lo dimentica appeso alla sedia, sempre più incurvata, ma con quello sguardo birichino che sprizza di felicità per essere al mondo. Mi sono chiesta tante volte, qual è stato per Silvia l'attimo fuggente che ha fatto sì che tutto andasse per il meglio. E' vero che non si ricorda nulla, per cui quando le rammenti il suo infortunio , risponde con aria canzonatoria: " Ma va ... cosa dici??? Io ?? Mi sono rotta una gamba? Questo lo dici tu ... mah ...". "Occhio non vede, cuore non duole", ma è sufficiente ? E' solo questo il determinante positivo per Silvia? Oppure è merito della collana, degli orecchini, della maglietta, tutti di colore rosso, il suo preferito? La gioia di indossarli, dopo il ricovero, era evidente agli occhi di tutti. Seduta su una carrozzina, che appariva anch'essa inghirlandata a festa, si guardava intorno con aria sorpresa e gaudente, applaudendo a sé stessa e alla vita. Il rientro a casa, anche se si tratta di casa di riposo, alle vecchie abitudini, rivedere i volti conosciuti , riappropriarsi degli affetti di sempre sono stati indubbiamente determinanti per il buon recupero di Silvia. L'impressione univoca è che tutto il resto contasse ben poco, tanto meno la frattura e l'intervento chirurgico di cui non rimaneva nella sua mente alcuna traccia.
Forse, se fosse rimasta a letto qualche giorno di più, con il catetere vescicale, la flebo e quant'altro nella prudenziale attesa di un più congruo miglioramento dei suoi parametri vitali, le cose non sarebbero andate allo stesso modo e la sua volontà di vivere, alla faccia dei valori di pressione arteriosa e di saturazione di ossigeno, avrebbe potuto venire meno. Chissà! Ancora una volta non ho risposte.
Non ce l'ha fatta invece Fortuna. 104 anni e mezzo sono un po' troppi per affrontare un evento grave come quello che ha avuto: una rottura spontanea di femore sotto il chiodo che lo teneva in sesto ed era stato posizionato 10 anni prima per una precedente frattura, quella volta a seguito di una caduta.
Eppure, nonostante l'impietosa anagrafe, Fortuna era felice di vivere. Di tanto in tanto si lamentava, piangeva, recriminava le sofferenze subite, soprattutto la morte della figlia avvenuta almeno 60 anni prima: "Me l'hanno ammazzata!" diceva asciugandosi gli occhi arrossati per via di quella palpebra inferiore rivoltata in basso. Non seppi mai come fossero in realtà andate le cose, ma il fatto che le avessero ammazzato la figlia era per Fortuna una verità indiscutibile. L'avrebbe raggiunta alla sua morte che, però pareva non dovesse arrivare mai. Ne era testimone il sorriso di sfida che esibiva al pubblico sbigottito, ogni qual volta le si chiedeva di dire l'età: "Tengo 104 anni, sono nata il 4 maggio del 1910!" declamava a voce alta, scandendo sillaba per sillaba, con un accento napoletano, neppure minimamente scalfito dalla lunga permanenza in Liguria.
La difficoltà dell'intervento chirurgico e la necessità di trasfusioni di sangue, avevano prolungato la degenza e Fortuna era rientrata in casa di riposo dopo 10 giorni di ospedalizzazione in condizioni piuttosto precarie, con multiple lesioni da decubito e con il catetere vescicale ancora inserito. Non mangiava, non beveva, non c'erano possibilità di reperire vene per infondere liquidi, si lamentava per il dolore, ma, una timida voglia di farcela era ancora presente. All'infermiera che la manipolava girandola da una parte all'altra per accudirla, aveva detto con un filo di voce: " Pensano che io muoia, ma invece non moro ...!" accennando ad un gesto con le braccia che non lasciava dubbi interpretativi.
Fu questo a farmi prendere coraggio e tentare il tutto per tutto. Decisi di portarla in salone, seduta in carrozzina, perché potesse godere della compagnia degli altri anziani che sapeva osservare attentamente nonostante non ci vedesse affatto bene ed ascoltare nei minimi particolari in barba alla sordità. Non lasciava scampo a nessuno, era inutile controbatterla: Fortuna , imperterrita, continuava a sentenziare a ruota libera, accompagnando le sue frasi con una mimica tipicamente partenopea, degna delle migliori opere di Eduardo De Filippo. Aveva anche uno spiccato senso di autocritica, infatti non molto tempo fa, ben impressionata dall'arrivo di una nuova ospite di soli 93 anni, aveva commentato: "Simpatica la ragazza! Ragazza! ? La vecchia ... la vecchia nuova!".
Ma Fortuna non ce la faceva più a stare seduta in salone. Era troppo debole e sofferente e le ciondolava la testa, sicché non ripetei più quell'esperienza e la lasciai in camera, con la speranza che potesse pian pianino recuperare le forze con le sole cure mediche.
Ma non ci fu recupero. Dopo 38.173 giorni di vita, forse satura, Fortuna si è spenta .
La dignità mista ad un briciolo di vanità femminile che l'hanno sempre contraddistinta non sono bastati a cambiare il corso del suo inesorabile destino o forse, semplicemente , nessuno ha saputo cogliere quell'attimo fuggente per darle la possibilità di arrivare all'ambita e sperata meta dei 105 anni vissuti con orgoglio.

 

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