Si conclude una campagna elettorale condotta e costretta tra i temi imposti dei migranti, della sicurezza e da ultimo di una emergenza droga mal identificata.
Questa contemporaneità tra elezioni europee e amministrative ha offerto pochi dibattiti sullo stato delle politiche sociali (sanitarie, assistenziali, scolastiche) italiane, se si escludono due temi: il reddito di cittadinanza anche nell’accezione di lotta alla povertà e “la quota 100” dei pensionamenti.
C’è un corpo elettorale di oltre 51 milioni di elettori; tra questi quasi 20 milioni, il 40%, sono chiamati a pronunciarsi per gli enti locali, dalla Regione Piemonte ai piccoli comuni di poche decine di abitanti, passando tra sei capoluoghi di regione e 21 di provincia.

Il parlamento europeo è chiamato in causa solo per i migranti e la “burocrazia”, ma niente si è chiesto per un’Europa dei diritti e contro le diseguaglianze, men che meno per un’equità di comportamento dei suoi membri tutti volti ad accaparrarsi i vantaggi di farne parte e a dimenticarne i doveri di responsabilità condivise.
Anche nei dibattiti delle elezioni amministrative sembra esserci un grande vuoto di idee: i prossimi amministratori locali, molti saranno alle prime armi, oscillano tra chi si richiama a vecchi modelli di gestione dei servizi e di sviluppo delle città e chi- nell’adozione tout court del pregiudizio culturale e politico che il privato è efficiente e il soggetto pubblico sclerotizzato, inneggia alla gestione da parte di società esterne.
Di conseguenza o per ridotta capacità di analisi dei candidati amministratori, con alle spalle partiti storici in crisi di identità o movimenti “liquidi” o per difficoltà a tessere relazioni in questo clima divisivo, è preoccupante la rottura di quella rete politica, sociale, relazionale, che forse a volte peccava di “consociativismo”, ma che aveva comunque il senso della responsabilità collettiva, politica e amministrativa.
Sempre più spesso i soggetti protagonisti nella promozione e gestione dei servizi- per esperienza parlo dei servizi agli anziani- sembrano interessati ad intestarsi il successo di un servizio e assegnare agli altri partecipanti, la responsabilità degli insuccessi.
Il collante che negli anni passati vedeva spesso una collaborazione tra i vari enti oggi sembra essersi liquefatto. Enti locali, cooperative sociali, associazioni di volontariato, organismi di promozione sociale sembrano più interessati a mettere il loro timbro sull’azione e sull’attività, accantonando la valorizzazione del lavoro congiunto di rete e della collaborazione tra soggetti con finalità diverse.
Oggi sembra sempre tutto più difficile, anche perché pochi enti pubblici o no profit ritengono determinante la comunicazione e l’informazione ai cittadini.
La frammentazione politica e sociale del vecchio sistema dei partiti, il clima di incertezza che pesa sul paese, la filosofia del “si salvi chi può” sembra indurre i responsabili delle strutture del welfare locale, ma anche nazionale a impegnarsi a difenderne la paternità piuttosto che verificarne la validità e i risultati.
La condizione anziana, l’invecchiamento della popolazione, le sfide per piani di prevenzione e di cura, ancora molto nebulose per certe patologie come le demenze, non hanno bisogno di particolarismi, personalizzazioni o schemi rigidi, in primo luogo perché nessun servizio alla persona può essere idoneo e accettabile se ingabbiato in percorsi standard, indipendentemente dai bisogni dell’individuo.
La speranza di vita in Italia, tra le più alte nel mondo, è un indice di un sistema di cura (sanitario e sociale) che ha funzionato, anche nel confronto con altre società più ricche. Constatare che gli anni di vita guadagnati spesso si trasformano in un calvario per la persona, specie se donna, e i famigliari indica che qualcosa si è inceppato.
Nel corso degli anni la proposta di servizi si era articolata e attrezzata per dare risposte diverse in relazione all’entità del bisogno e delle aspettative non solo della persona ma anche del suo contesto di vita famigliare e comunitario.
Purtroppo questa ricchezza di offerta fatica a stare al passo con i mutamenti sociali e si prosciuga progressivamente, riducendosi quasi ovunque solo alla progettazione di strutture residenziali per persone con elevata non autosufficienza, in un circuito perverso per cui il ritardo nell’intervento o la rigidità dello stesso fa sì che gli anziani siano presi in carico solo come soggetti passivi di cure standardizzate, più o meno adeguate.
Se si riduce il ventaglio d’offerta, solo l’istituzionalizzazione, anche se non giusta, sarà la risposta finale. Questo è il quadro che si presenta nelle diverse regioni, in cui un modello di rete integrata di servizi è spesso solo una luce debole.
L’eterogeneità dei bisogni di una persona, specie se vulnerabile e fragile, richiede una protezione a maglie robuste, in cui nessuno cerca il proprio tornaconto, ma insieme si cammina su un tracciato condiviso.
Il welfare e il mondo di servizi che lo connotano sono realtà complesse su cui si può agire avendo chiaro finalità e obiettivi, ma con una disponibilità professionale, politica e anche personale a evitare dogmi attuativi. Non tutto il pubblico è incapace e non tutto il privato è efficiente, ma operare all’interno di una rete fa crescere sfide positive e ricerche innovative indispensabili per operare e misurarsi.
Oggi con la crescita esponenziale degli anziani, delle malattie croniche e delle non autosufficienze non bastano i modelli e i servizi conosciuti. Essi vanno riletti con la partecipazione attiva di nuovi protagonisti: i famigliari in primis, le associazioni di volontariato e altre realtà del territorio, sia come possibili risorse anche economiche sia per attivare nuove forme di controllo responsabile e responsabilizzato sulla qualità dei servizi stessi. Non attivare risposte intermedie moltiplicherà la domanda di strutture, nella errata convinzione che sia la risposta “più economica”, mentre è solo la più standardizzata, inefficace. E disumana.
Nessuno ha una ricetta in tasca ma l’ancoraggio a vecchi schemi può essere pericoloso perché tutto è sempre in movimento, specie aspettative e bisogni delle persone.
Il welfare dei servizi dovrà avere riconoscimento nei mutamenti che l’introduzione del reddito di cittadinanza e i finanziamenti previsti nell’area sociale possono indurre e potrà avere efficacia se si potenzia la rete dei soggetti attivi sul territorio non si persegue una linea di accentramento, che esclude le realtà locali, Comuni, volontariato, terzo settore.

 

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