marina piazzaMarina Piazza- Sociologa, ha svolto attività di ricerca e formazione sui mutamenti nelle soggettività femminili e le trasformazioni in ambiti lavorativi e famigliari. È  stata Presidente della commissione nazionale Pari opportunità e successivamente impegnata per la nascita di Comitati pari opportunità nel settore pubblico e privato.

Sin dall’inizio della lettura di “La vita lunga delle donne” si ha immediatamente la percezione che due piani continuamente s’intrecciano e si incontrano: le esperienze, le conquiste e anche gli insuccessi delle donne in questi 50 anni e, nello stesso spazio, la vita, le gioie e le perdite di Marina, la narratrice. Il libro/saggio si arresta davanti alla narrazione personale, anche se non autobiografica. Una scelta letteraria o un percorso obbligato?
Sì, i due piani continuamente si intrecciano attorno ai temi che mi sono apparsi più rilevanti e che danno il titolo ai vari capitoli. Perché il libro è stato un procedere per tappe, prima una serie di letture e riflessioni per orientarmi in questo territorio mai abitato e pensato come inabitabile, poi la decisione di scrivere un libro (L’età in più) sulla mia esperienza, partendo dall’ipotesi delle diversità delle possibili vecchiaie, riconoscendo l’impossibilità di un modello standard, e quindi io parlavo della mia. Poi, durante le varie presentazioni, ho cominciato a capire che poteva essere interessante e utile mettere a fuoco sia le diversità sia il filo che lega le diverse esperienze.

Mettere in gioco la relazione, perché attraverso le testimonianze di altre c’è la possibilità di interrogare anche se stesse, dando vita a un processo trasformativo.
Da qui la decisione di proporre degli incontri a donne di questa età a Milano (incontri che sono stati anche raccontati nel libretto Incontrare la vecchiaia) e poi a Lugano.
A questi incontri hanno partecipato circa 60 donne. Dall’intrecciare i fili della mia esperienza e di quella di altre donne è nato questo libro. Nei corsi ho incontrato persone che sono sia “ordinarie” nella misura in cui le loro esperienze incarnano le esperienze di milioni di altre donne, sia fuori del comune: intelligenti, appassionate, introspettive, in grado di raccontare efficacemente la loro storia.
Nel libro ci sono pochi accenni statistici e poche riflessioni strettamente sociologiche. C’è un rovesciamento dello sguardo, un osservare la vecchiaia delle donne dall’interno, sulla base delle loro esperienze e dell’interpretazione che loro stesse ne danno. Ho cercato di farne un racconto collettivo, un “noi”, un patchwork di tante voci, di costruire la cornice di un contesto accogliente in cui le differenze non si elidessero a vicenda. Nel libro c’è anche la mia esperienza personale, ma senza prevaricazione e senza eccessivo autobiografismo.

In questa dimensione emergono contemporaneamente nel primo piano tutti gli stereotipi, le discriminazioni, le diseguaglianze anche in questo processo tra uomo e donna (il vecchio è saggio, potente, seducente, la vecchia brutta, acida, invidiosa) e nel secondo livello la rivendicazione della individualità, dell’identità personale, dell’importanza delle scelte che ciascuna donna fa nella sua vita. Ci sono alcune espressioni molto belle e significative nel libro: visto di transito, libere di invecchiare, progetto per ripartire, la vecchiaia come contenitore di tutto il tempo trascorso. Convincersi e incamminarsi su questo percorso è facile o ancora una volta è una conquista personale e/o collettiva da ottenere?
Il mio primo obiettivo era quello di contribuire ad alleggerire il tema della vecchiaia di tutti gli stereotipi, sia negativi che “positivi”. I negativi li conosciamo bene: i vecchi non produttivi, bisognosi di cure, incattiviti nella loro sofferenza, invidiosi della forza della giovinezza, ecc. ecc. Insomma, se possibile, da rottamare. Ma mi sembra sia più utile mettere l’accento sui nuovi stereotipi, legati al giovanilismo della nostra società: i vecchi sono accettabili in quanto e tanto più assomigliano ai giovani. Se sei vecchio è perché non lavori abbastanza per te, per il tuo corpo, se non sgobbi in palestra, se non ti fai qualche ritocchino. Questi nuovi stereotipi mi sembrano persino più aggressivi e pericolosi perché se disprezzi la vecchiaia, disprezzi anche te.
Insomma ho cercato di allontanarmi da tutte le immagini compatte, da tutte le raccomandazioni che ci vengono propinate. Mettendo in luce le differenze, ma anche qualcosa di universale che ci lega.
Si tratta non di contrapporle, queste tante e diverse vecchiaie, nemmeno di addomesticarle, si tratta di raccontarle.
E credo che l’esperienza soggettiva sia una buona partenza per costruire una dimensione collettiva, che mette a fuoco alcune acquisizioni di base: la prima è che appunto ci sono molte vecchiaie. È diverso invecchiare come uomini e invecchiare come donne. Gli uomini godono di un’immagine molto diversa. è vero che sono vecchi, ma possono essere anche più saggi, più potenti, persino più seducenti. Le donne vecchie sono in genere guardate con astio, pensate solo come invidiose della bellezza giovanile, pronte a rinnegare le loro belle facce di adesso, nell’illusione di ritrovare quelle di un tempo. La laida vecchiaia è riservata alle donne che vivono una doppia discriminazione, conseguenza di uno sfregio: di essere donne in un mondo di uomini. Ma anche differenze tra donne. Tra chi è benestante e chi è povera, tra chi vive isolata e chi inserita in una rete famigliare o /amicale, chi gode di una relativa buona salute o chi è colpita da qualche seria malattia ecc. La seconda è che è un passaggio lento, sgranato da un infinito stupore; la terza è che la vecchiaia non è un corpus compatto, bisogna seguirne i passaggi interni dalla giovane vecchiaia alla vecchia vecchiaia.
Dunque, se ci si allontana dagli stereotipi, ci si avvicina alla realtà dei vissuti delle molte vecchiaie, molte e diverse, ma che appaiono anche avere un filo comune (individuali e universali). Ad esempio il fatto che tutte si incontrano (e scontrano) con la caratteristica di questa fase. Che è più indefinita delle altre, meno biologicamente determinata, priva di quegli obiettivi da raggiungere che avevano caratterizzato le altre fasi della vita, per cui le decisioni su come viverla sono abbastanza nelle tue mani. E soprattutto la prima fase è una fase molto delicata, perché è una fase particolare di transizione tra una reale o immaginata padronanza di sé e il delinearsi di una minaccia di caduta nell’impotenza, anche questa a volte reale, a volte immaginata. Una fase contradditoria e inquieta, appunto di passaggio, inteso come riorganizzazione delle priorità e quindi anche come esperienza di instabilità e di conflitto. Ma importante perché da come si mettono a fuoco i diversi visti di transito dipende anche la postura che si adotterà nelle fasi più avanzate. L’avvertenza è quella di attrezzarsi all’incertezza. E alla pazienza. Perché sembra di essere in bilico, con un piede su entrambi i versanti dello spartiacque tra l’invecchiare e essere vecchi. D’altra parte, il congresso dei geriatri, ha sancito nel novembre 2018 che si diventa anziani a 75 anni, non a 65. Ci sono modi diversi di vivere questa fase: può essere la ripartenza verso un progetto; oppure la rabbia; l’accettazione della fragilità, oppure una visione pacificata e solare.
Poi, procedendo dai 70 agli 80, la vecchiaia vera. Ma non è la vecchiaia da cui bisogna salvarsi, è dalla decrepitudine, come dice Giosetta Fioroni. Bisogna imparare la capacità di destrutturarsi, di adattarsi, di cambiare forma. Farsi forza della stessa debolezza. La forma dell’acqua. Importante in questa fase la centratura su di sé, “vedere” un’immagine di sé. Come scrive Hillman, invecchiando si rivela il proprio carattere, non la propria morte.

Il libro, pure nei pensieri e nelle preoccupazioni delle donne che hanno partecipato agli incontri, trasmette un messaggio di serenità o almeno convivenza serena con un periodo della vita che non ci si aspettava forse neppure di raggiungere. Le perdite fisiche e di capacità comunicative, le fragilità, le inevitabili rinunce che si devono fare anche nelle abitudini di vita sono fatte rientrare in una idea di un “invecchiare creativo”, in una assunzione di responsabilità verso sé stesse e di rivendicazione, nei confronti del mondo e dell’ambiente, di essere protagonista delle proprie scelte, nel tempo guadagnato, per fare attività un tempo tralasciate. Quali sono gli strumenti relazionali, le predisposizioni personali, che si devono/possono attivare per poter affrontare anche gli inevitabili ostacoli della vecchiaia?
Tornando all’obiettivo di questo libro, al “messaggio” che vuole trasmettere, se si può chiamare messaggio, è che non si tratta di pensare alla felicità di invecchiare, o alla fortuna ma alla libertà di invecchiare. Non felici, ma libere di invecchiare. Accettando la propria età e non ricorrendo a giovanilismi insensati. Insomma non mi piace parlare di invecchiamento attivo (che Barbara Ehzenreich sfotte così: il prezzo della sopravvivenza è sgobbare senza tregua…), mi piacerebbe anzi smascherarne l’aspetto volgare, che trascina verso un ottimismo consumistico e superficiale, ma di invecchiamento creativo: curiosità, apertura, ironia. Questi sono i tre strumenti essenziali. E non è affatto facile impossessarsene davvero. L’eventuale serenità che tu senti trasparire dal libro non è data, è al contrario una conquista attraverso un duro lavoro su di sé. Anche momenti di scoraggiamento e di infelicità. È una continua altalena, ma credo sia importante il perdurare dell’amore per la vita. Insomma imparare, sbagliare, disimparare, ma vivere.

Un altro concetto appare sempre nel racconto: il senso d’incertezza, non come un tratto negativo, ma come una opportunità per non dare mai niente di scontato, per confrontarsi con le altre donne nella stessa condizione anagrafica per costruire la propria vecchiaia individuale, senza lasciarsi opprimere da luoghi comuni che ricadono sulle relazioni individuali, sui comportamenti, sulle proprie scelte anche in campo sessuale. L’incertezza però può anche essere foriera di paure, di autoisolamento e di una solitudine non cercata. Come gestirla?
Schermata 2019 09 02 alle 16.59.24Si, credo che uno dei temi del libro sia l’invito ad attrezzarsi all’incertezza, chiedendosi se ci sia un possibile bilanciamento tra ciò a cui dobbiamo rinunciare e ciò che possiamo incontrare. Ed è molto ciò a cui dobbiamo rinunciare, le nostre possibili perdite. La perdita delle illusioni rispetto al futuro, il futuro breve, senza svolgimento progressivo, la perdita dell’entusiasmo del progettare, le perdite legate al deperimento del corpo, non all’estetica (per quanto…), ma alla sua funzionalità. Il corpo come ostacolo da superare per continuare a essere nel mondo; il deperimento della mente, dissonanza cognitiva, lo svanire della memoria, la perdita di un ruolo lavorativo e sociale; la perdita del controllo sul contesto famigliare, il non riuscire a stare al passo con la tecnologia; il confrontarsi con l’estrema fragilità dei padri, delle madri, il confrontarsi con la morte; la fragilità delle relazioni ecc., ecc.
L’insieme di queste possibili perdite genera una sorta di paura, paura di avvenimenti esterni e di eventi interni, la paura dell’isolamento, della solitudine, del dolore. Un senso di spaesamento, di spostamento di parametri.
Dunque ci sono porte che a un certo punto si chiudono. Ma con un po’ di ottimismo, intraprendenza, fortuna si può pensare che se ne aprano altre. Per esempio il senso di liberazione che si può sentire dal mettere una distanza tra sé e le cose, tra sé e gli avvenimenti, anche tra sé e gli altri. La leggerezza e il sollievo di essersi liberati da grosse responsabilità. La liberazione dal gioco della seduzione, l’acquisizione di un diritto all’imperfezione. L’esperienza del tempo ritrovato. Il tempo in cui si sta. Che consente anche il riaffioramento della memoria. La sensazione di aver giocato una parte positiva, per es. quella di crescere i figli. La grande gioia di essere nonne. La testarda volontà di non arretrare di fronte al nuovo che ti può offrire la vita.
Le piccole cose, dare valore a tutto quello che costituisce il sale della vita. Per assaporarle bisogna armarsi di curiosità/intelligenza/ironia. Tenerle in esercizio.
Per es. la curiosità non sembra essere una qualità molto spirituale, invece lo è. Un elogio della curiosità che vorrei riportare è quello di Amos Oz in un intervento su Repubblica del 24 giugno 2018: “..credo che la curiosità sia una forza morale. La curiosità è un prerequisito per qualsiasi forma di elaborazione del pensiero. Ma è anche una benedizione morale., penso che una persona curiosa sia una persona migliore…La curiosità è liberatoria. Se l’essere umano fosse più curioso, più aperto, più fantasioso, più disposto a mettersi nei panni degli altri, credo che il mondo diventerebbe un luogo più bello”.
Questo è vero per tutti, ma soprattutto nella vecchiaia, quando la tentazione in agguato è quella di pensare che non ne vale la pena, che ci si possa annoiare degli altri, che si è già visto tutto. Affinché non spadroneggi l’arroganza della simil-giovinezza e le lamentazioni della simil-vecchiaia. Essere ciò che si è. Arricchirsi di ciò che la vita può ancora dare. Destreggiarsi tra potenza e impotenza.
Vorrei ribadire che non è facile, anche per lo squilibrio presente in vecchiaia tra il nostro desiderio di riconoscimento e la sensazione di invisibilità che ci viene rimandata dagli altri. E forse anche per la difficoltà di chiedere: per la presunzione di onnipotenza su di sé, per la sfiducia preventiva nell’altro, nelle sue capacità, a volte anche per il pudore e la vergogna di ammettere la propria fragilità. E questo può portare a una forte percezione di solitudine.
Ma non si è sole se si vive da sole, si è sole se manca una rete, un nucleo vero di intimità, di solidarietà quotidiana, di famigliarità non programmata. Non si è sole se c’è qualcuno che ti pensa. Si intromette anche il pudore della solitudine, non rivolgersi agli altri per timore di sciupare quell’immagine di donna forte, autonoma.
Perché non chiamarla: solitudine da crepuscolo? E qui riemerge un ricordo dell’infanzia, di come mi facevano paura i crepuscoli quando non ero in famiglia, come mi facevano sentire sola, inerme.
Ma non può restare un problema individuale, deve farsene carico anche la comunità, le politiche pubbliche.
È interessante un reportage di Mara Accettura su D di "la Repubblica" del 3 agosto 2019 che racconta dell’iniziativa di un ospedale della regione del Somerset in Inghilterra che aveva tagliato drasticamente i ricoveri in ospedale, facendo risparmiare al servizio sanitario nazionale una grossa cifra. Semplicemente con l’idea che molte malattie dei vecchi si chiamano solitudine e quindi mettendo a punto un progetto “compassionate care”, un network di servizi che collegano la questione sanitaria a quella sociale in tutta l’area, istituendo anche nuove figure quali gli Health connectors, un team di base in ospedale che fa da tramite tar il paziente e questi servizi. Che rispondono a bisogni individuali impossibili da risolvere individualmente ma affrontabili all’interno della comunità e celle proposte offerte.

È quasi inevitabile, forse anche scontato chiudere con una domanda. In questo libro si parla di donne, che secondo la classificazione demografica più attuale rientrano tra le “giovani vecchie”. Si parla sempre più di longevità, di una vita che va oltre i cento e più anni. Ci si deve spaventare o gioire per questa evenienza? Marina, la narratrice delle diverse fasi di vita di una generazione di donne che ha condiviso momenti significativi della storia del Paese e del mondo, come pensa di attrezzarsi?
È vero, nel libro si parla di più del processo di avvicinamento all’invecchiamento, non della grande vecchiaia. Il corpo, bistrattato e ignorato spesso durante la giovinezza e la vita adulta, comincia a parlare, a fare sentire la propria fragilità. Il corpo stregone. La paura di essere entrate in una fase della vita che sarà dominata da un equilibrio incerto, che sarà appesa a medici e esami. Dovrò andare in giro con un cartello appeso al collo con scritto “chiuso per restauro”, diceva un’amica. C’è la tentazione di farne la dominante nelle conversazioni con le amiche. Possibilmente evitare la competizione con quelle che eravamo o con altre, ma prestare un po’ d’attenzione alla manutenzione del corpo, non come dogma, ma come attenzione.
Cercare di superare la vergogna di sé, della propria fragilità, il pudore, la depressione per non essere all’altezza. Una malinconia disabilitante. Ma Hillman la trasforma in avventura: “l’uscire dalla vasca da bagno, il correre a rispondere al telefono o anche scendere soltanto le scale presentano altrettanti rischi della traversata del deserto del Gobi. Chi lo sa quando quel ginocchio matto potrà cedere o il piede mancare il gradino? Un tempo imparavamo dalla volpe e dal falco; adesso i nostri mentori sono il tricheco, la tartaruga e l’alce degli acquitrini nebbiosi. L’avventura della lentezza!” Se al posto della paura, si mette l’avventura, si possono evitare quei sintomi di fragilità che fanno sì che per es. oltre al semplice fatto di cadere, anche la paura di cadere nuoce alla salute, in quanto preclude la libertà di muoversi e ci tiene sedute, cosicché i muscoli si indeboliscono sempre più. Ultima avvertenza della mia fisioterapista: al primo posto ora, rafforzare i muscoli della schiena e della pancia. Anche se gli esercizi per rafforzare i muscoli sono noiosissimi.
Si può anche riuscire a riderne, a mettere in atto un qualche soprassalto di ironia di fronte alle magagne che si sovrappongono o si dividono equamente tra le une e le altre eppure all’orizzonte appare un fantasma minaccioso, quello dell’estrema vecchiaia non autosufficiente nella lunga scia di uscita dalla vita. Malattie del corpo e malattie della mente. Si cerca di scacciare il pensiero e intanto almeno si fa il testamento biologico.
E ci si affida al caso, alla fortuna, cercando di allontanare le fantasie minacciose del possibile futuro. E non si spera di vivere fino a cent’anni e oltre, si spera di vivere finché c’è una possibilità di vita buona.

Questa è un’intervista un po’ anomala, in cui le “Cinque domande a…”diventano un capitolo di un colloquio iniziato più di sette anni fa, nel 2012, all’uscita del libro di Marina Piazza “L’età in più” alla cui presentazione, assistetti in un incontro promossa da un’Associazioni femminile. Ne seguì un'intervista (qui).Dopo le “Ragazze di cinquanta anni” Marina iniziava la riflessione sulla vecchiaia delle donne o meglio sull’invecchiamento di una donna, non solo come saggista e studiosa del tema, ma come testimone e narratrice.
In questi anni la vecchiaia vissuta al femminile è diventato un filo conduttore di  numerosi incontri e  di questi momenti, Marina stessa ha dato informazioni su PLV in due occasioni. Nel 2013,  raccontò  (qui), con altre due amiche e collaboratrici di PLV, Grazia Colombo e Patrizia Taccani di uno dei primi appuntamenti in cui si parlò  della casa e  della scelta di come, con chi e dove abitare quando si è vecchie e sole. 
Nel 2016 presentò (qui) il libro, "Incontrare la vecchiaia" in cui sono trascritti, con annotazioni e integrazioni, gli incontri che si susseguirono a quel primo confronto sull’abitare, che si svolsero presso la Libera Università delle Donne dal novembre 2013 al maggio 2015. Abbiamo ripreso i fili di questo dialogo con questa nuova intervista (lg)

 

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