marco toscaniMarco Toscani- Regista e web reporter- Autore di cortometraggi sulla demenza, sulla sessualità dei disabili e su temi socaili

“L’arte deve scuotere e non sempre consolare! Arte, sentimento e lealtà del racconto a volte superano la realtà, coinvolgono emozioni e sentimenti e servono a contrastare falsi miti, luoghi comuni, errori e disinformazione, a far mutare opinioni e atteggiamenti. A insegnare.”
Prendo in prestito l’incipit di un articolo su Perlungavita.it di Ferdinando Schiavo amico comune e collaboratore di questo sito, quando si parlava del suo corto sull’Alzheimer “Ti ho incontrata domani”, la sua prima opera che ha raccolto notorietà, diffusioni e riconoscimenti nazionali e internazionali. A quasi tre anni di distanza cosa ci racconta della storia di Anna, Mario e della loro figlia e di questo film?

Concordo con l’amico Ferdinando Schiavo: l’arte va considerata una vera e propria “trappola emotiva” per catturare l’attenzione anche per temi sociali complessi e drammatici come l’Alzheimer. Nei miei lavori tento di raggiungere un obiettivo che ritengo molto importante: guidare il pubblico a un confronto con se stessi, perché il confronto con se stessi è già un insegnamento. Potremmo definirla “arte didattica”? Forse, ma scuotere le coscienze è già tanto; porre una riflessione al pubblico lo considero già un ottimo risultato.
Questo è quello che ho cercato di fare con il cortometraggio “Ti ho incontrata domani”, il quale continua a essere richiesto in tutta Italia per eventi e dibattiti. Una grande soddisfazione artistica e professionale per me e per la psicologa e produttrice del film Paola Taufer.
Forse, mi abbandono a un paradosso, Mario ancora oggi tenta di raggiungere i ricordi di sua moglie Anna. Mi piace pensarlo, anche se mai ci riuscirà. Crudele, ma per tutti i familiari come Mario, sognare di riuscirci è necessario.

Ora è in distribuzione il suo ultimo “corto”: “Quelli che restano” ancora centrato sulla demenza, con pazienti anziani e famigliari come protagonisti. Come siamo arrivati a questa seconda produzione e cosa aggiunge, al suo precedente lavoro e cosa ha modificato nel suo racconto scritto e di immagini?
Quelli che restano” è un reportage realizzato a seguito di un concorso nazionale. In genere la testata giornalistica si occupa di guerre sparse in tutto il globo, ed io sapevo, proprio grazie all’esperienza precedente del film, che la lotta all’Alzheimer era una guerra senza esclusioni di colpi, senza nessuna mediazione. L’idea di raccontare i soldati che “restano a combattere” contro “l’invasore” piacque subito. Ricevuto un premio, presi subito contatto con alcuni utenti di Facebook iscritti nella pagina Alzheimer Facebook Italia, realtà gravida di racconti, consigli ed emozioni.
Trovai quei nuclei familiari nei quali c’era ancora una buona interazione tra il familiare e il malato. Ho avuto la fortuna di raccontare e conoscere tre storie: quella di Francesca, Giuseppe e Lorena. Questo lavoro contribuisce a far emergere, a mio parere, un aspetto importantissimo: l’Alzheimer non lo sconfiggi, ma la malattia stessa rende più forti coloro che non dimenticano, coloro che, appunto, restano: “Non ho sprecato la mia vita” commenta nel servizio Lorena che assiste il marito, “Ho riconquistato mia moglie per la seconda volta” scherza Giuseppe che cura la moglie, “aiutami ad apparecchiare la tavola” dice sorridente Francesca al padre. L’Alzheimer si porta via cose importanti, ma non tutto. Non ci riesce.

Questa intervista, unitamente ad un’altra rivolta alla vicepresidente dell’Associazione “Novilunio” sono pubblicate in questo mese di settembre dedicato ai temi delle demenze per introdurre anche visioni e visuali diverse con cui parlare delle demenze, con un duplice obiettivo: coinvolgere i pazienti e i loro famigliari nel raccontarsi, arricchendo e modificando la cultura, il modo di vivere e di percepire le malattie cognitive degenerative da parte dei cittadini. La conoscenza è la sola arma per combattere pregiudizi, stigma se non anche derisioni e abusi. Dalla sua postazione di regista crede che sia possibile? Ha qualche elemento di prova?
Non solo è impossibile, ma sta già succedendo. Certamente non ancora in tutte le realtà territoriali nel nostro paese, ma la consapevolezza e l’approccio alla malattia, da parte di tutti, stanno concretamente cambiando. Una prova schiacciante è l’Alzheimer Fest, oltre alla nascita di alcune nuove strutture per i malati: veri e propri quartieri realizzati per difendere il più a lungo possibile le loro capacità residue. Olanda docet.

Tra queste due produzioni si è anche misurato su un altro tema “sensibile”: la sessualità dei disabili. Come è andata questa esperienza?
Il cortometraggio “Senza…peccato” è in concorso in vari festival ed è anch’esso utilizzato in occasioni d’incontri e dibattiti. Il tema invita a riflettere sulla mancata possibilità di scegliere la propria libertà sessuale. Il sesso è ormai sdoganato per ogni persona, ma non per i disabili. Da qui la domanda: sarebbe utile l’assistenza sessuale o cosa? Oppure continuiamo a girarci dall’altra parte e lasciamo che, come spesso avviene, accadano cose aberranti tra le mura di casa? Io la soluzione migliore non la conosco, ma di certo non può essere trovata anche attraverso la censura del film, com’è accaduto recentemente in un incontro sulla disabilità.

È una domanda più personale e può anche sognare: quale progetto vorrebbe realizzare in un futuro prossimo e cosa vorrebbe raccontare?
Ho pronte nel cassetto le sceneggiature di due nuovi film: uno parla di autismo e l’altro d’infanticidio. Il sogno è trovare i fondi per realizzarli. Crudele, ma anche in questo caso, sognare di riuscirci è necessario.


Utilizziamo i cookie per garantire le funzionalità del sito e per offrirti una migliore esperienza di navigazione. Continuando ne accetti l'utilizzo.
leggi la Nota Informativa Ok