lidia menapace“Posso dire che sia stata la mia prima increspatura di coscienza politica” dice Lidia Menapace nel suo libro “Io, partigiana”, la mia resistenza”. Il motivo era molto banale. Aveva scoperto, alle elementari, in pieno regime fascista, che oltre ai giornali francesi, lettura abituale in molte famiglie piemontesi, erano vietati anche i libri “gialli” stranieri perché non rispondenti alle norme del Minculpop.
Lidia Menapace ha scritto diversi libri, testimonianza del suo impegno politico e sociale e della sua militanza di pacifista e sostenitrice della non violenza nelle lotte.

Gli ultimi due – Io,partigiana- la mia Resistenza” e “Canta il merlo sul frumento. Il romanzo della mia vita” hanno carattere autobiografico, ma credo che in “Io, partigiana” mai una storia di vita appare come una narrazione popolare. Perché, come dice Carlo Smuraglia, presidente dell’ANPI, questo libro è uno “squarcio d’umanità, non abbellita, ma realisticamente e con semplicità raccontata…..queste narrazioni, convinte e sincere per giovare anche a chi sa , o crede di sapere” finiscono” .
Il libro ha anche una sua struttura “didascalica”. Il racconto dell’autrice, è inframezzato da schede esplicative e informative e si conclude con una raccolta di lettere di condannati a morte della Resistenza e una appendice, che è chiamata “L’altra Resistenza. Gli internati militari italiani in Germania “, tra cui vi era il padre di Lidia,
Le schede, 17 in tutto, sono le più varie: sulle leggi fasciste (censura, razziali, organizzazione del consenso e “principi educativi”) ma anche sui Canti partigiani, su Albert Kesserling, criminale di guerra legato alla strage delle Fosse Ardeatine, ma anche su Sandro Pertini e la Repubblica della Val D’Ossola.
Queste schede non sono una registrazione di avvenimenti e date. Sono spiegate da Lidia Menapace con il suo italiano semplice, ma non banale ( non a caso si è sempre interessata di linguaggio e espressione verbale) con l’intento di fornire oltre al dato anche il retroscena e le conseguenze. Prevale sempre l’ironia e il tono “scanzonato” non per irridere o diminuire quella lotta, ma forse, io credo, per sottolinearne il carattere popolare, la sua capacità di esprimersi anche nella quotidianità.
Anche i canti partigiani sono un filo conduttore. Il libro inizia con le parole di quella splendida canzone scritta da Italo Calvino e musicata da Sergio Liberovici “ Oltre il ponte” perché credo che ben interpreti i sentimenti e le idee di Lidia quando si trovò a fare la Resistenza e ad essere nominata “staffetta”.
La Resistenza narrata da Lidia non è solo quella della lotta armata, piuttosto quella della popolazione, quella nascosta della solidarietà.
“Una forma di velata, e diffusa, forma di opposizione era costituita dalle barzellette che mettevano in ridicolo aspetti del fascismo..qui comincia a mio parere la Resistenza, quando ……dal racconto in fin dei conti un po’ qualunquista (delle barzellette), dalle sottolineature dell’ignoranza”.
Poi Lidia Menapace racconta tanti episodi di cui è stata spesso protagonista, a volte spettatrice. Sono episodi spesso tragici,(fucilazioni, rappresaglie, atti di violenza verso vecchi inermi) ma anche divertenti, perché ora come allora “questa ragazza” non si prende molto sul serio, oggi diremmo ha uno stile understatement nel racconttare, senza mai enfatizzare.
Illuminanti del suo percorso politico, anche successivo alla Liberazione, sono gli episodi che ricorda. Dopo quello citato sulla censura dei giornali francesi e dei libri gialli l’autrice vive l’allontanamento di due amiche ebree dalla scuola, dopo le leggi razziali con un sentimento di stupore e poi di rabbia :“Che stupida ragazza di campagna (riferita alla maestra NdR), non sarà mica una malattia infettiva essere ebree”, dato che l’unico motivo che potevamo immaginare per restare a lungo via dalla scuola”. Nello stesso modo ricorda la sua avversione alla politica “machista” del regime, che nelle organizzazione giovanili dell’ Opera Balilla come nei testi scolastici, costruiva un’idea di donna tutta casa e figli.
Poi l’episodio decisivo, in una famiglia che aveva già un forte senso di aiuto per gli altri, fu l’arresto del padre, che era stato richiamato anche se come contabile, dopo l’8 settembre, quando Novara la sua città di residenza fu occupata da tedeschi e repubblichini. Di lui ebbero notizia solo a fine guerra, quando per fortuna ritorno, anche se mal ridotto dopo trasferimenti inumani tra i campi di prigionia della Germania e della Polonia. A questa resistenza, misconosciuta, persa forse negli “armadi della vergogna” è dedicata l’ultima appendice di cui si parlava.
Nel libro oltre a questo spirito indipendente di femminista e di libertaria, Menapace racconta la sua formazione di cattolica che, nel periodo della resistenza la vide studentessa universitaria alla Cattolica di Milano, dove “..tra gli studenti padre Turoldo e altri, e le organizzazioni cattoliche e in specie la Fuci (Federazione universitari cattolici italiani), facevano parte di quegli “angolini” che secondo Starace dovevano essere ripuliti con la scopa.”
Il racconto di tutto questo si mescola con la vita, la fame, la paura, la miseria, ma anche quel sentimento per cui “Per la prima volta alla mia generazione sembra che forse è possibile decidere di sé e determinare il futuro”, ma è anche la storia di una ragazza e della sua bicicletta.

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