img15218 Annie ErnauxSfogliare con “un’amica” gli ultimi cinquanta anni di vita, di scelte e di storia, vissuti dalla stessa parte. Questa la sensazione che mi ha lasciato la lettura di “ Gli anni” di Annie Ernaux, vincitrice del premio Strega Europa 2016.
Ho voluto leggere questo libro, senza informarmi prima delle numerose recensioni pubblicate, perché, conoscendo già l’autrice e non volendo cimentarmi in critica letteraria, temevo di lasciarmi coinvolgere da interpretazioni diverse.
Perché si entri in sintonia e si sia catturati dalla lettura di un libro serve che si verifichino una di queste coincidenze: si vuol sapere come va a finire, oppure si vuol sognare immedesimandosi nel protagonista oppure- e questo è il caso in questione- ci si riconosce nella voce narrante.

Il libro è l’autobiografia dell’autrice, che sceglie però di mettere la sua storia come in controluce, una silhouette femminile che, da un angolo del rotolo della storia del mondo, osserva, racconta, interpreta, raccoglie passioni e delusioni, momenti di esaltazione e di insicurezza.
La figura si esprime in terza persona, fuori di sé, è una “lei”; le persone che animano la storia del mondo, ne fanno parte, lottano, vincono forse, sono sconfitti spesso, ma continuano a viverne le vicende come identità collettiva, sono un “noi”.
Questo “espediente” narrativo, adottato in un’autobiografia, forse anche romanzata dalla memoria, ha attratto e conquistato la maggior parte dei critici letterari e dei recensori.
L’autrice si serve di vari fili di Arianna per uscire dall’io e ricostruire storia personale e vicende sociali, politiche, culturali.
Nella storia di “lei” ci sono le foto che si susseguono nel tempo, -dalla nascita nel 1941, un neonato grassoccio seminudo sino all’ultimo capitolo nel 2006, una donna di una certa età con una bambina sulle ginocchia, presubilmente la nipotina –passando per le foto delle vacanze al mare, della scuola e dell’ università, i primi lavori precari, l’insegnamento, la famiglia, i figli, la separazione e la vita da sola. Ci sono i pranzi in famiglia, in quella d’origine in Normandia sino alla propria con i figli adulti e sposati, con i rituali diversi nel tempo, ma sempre specchio dei diversi modi di ritrovarsi tra congiunti.
Poi ci sono le immagini, i colpi di luce, i ricordi, i sentimenti e le sensazioni, ciò che rimane di tutto il tempo che è trascorso e che si può disperdere se non fissato, descritto, memorizzato da qualcuno. E Annie Ernaux si assume per se e per gli altri questo compito di ricordare e di ricordarci.
Da questo “ricordarci” parte la mia sintonia con il libro – forse anche per vicinanza anagrafica- come prodotto letterario ed anche con l’autrice, intrecciando i due protagonisti: la donna del “lei” e il “noi” della storia.
Ma non è un “amarcord” nostalgico, ma in divenire sino all’oggi.
È una condizione determinante che sia una donna, “una lei”, che fa della sua autobiografia la chiave di lettura del mondo ed è pure decisivo che sia una “lente sociale e sensibile” a rivivere gli eventi spesso tragici, partendo dalla seconda guerra mondiale, che hanno devastato e devastano il mondo.
Come direbbe Maria Rosa Cutrufelli, “Gli anni” è “a firma femminile” per non nascondere«il sesso dell'autore o dell'autrice dietro una presunta neutralità della scrittura, pur rifiutando di essere catalogata secondo impropri criteri di genere sessuale”.
E Annie Ernaux essendo una donna è quasi obbligata a tracciare la storia dell’emancipazione femminile con situazioni e immagini: la continua vigilanza famigliare, sociale e religiosa perché per le ragazze era sempre “troppo” quello che facevano, dovevano camminare sotto traccia, mai emergere, ma giunti agli anni 90 erano sempre le donne ad essere un gruppo sorvegliato, che si riteneva avessero avuto tutto, ma di loro si iniziò ad strumentalizzare il corpo. Nell’emancipazione c’è la pillola e gli aborti clandestini, (“avevamo visto troppo sangue nelle cucine”) le immagini pubblicitarie e la vendita dei prodotti di bellezza.
Anche la lente che guarda il mondo famigliare ed esterno, sin dalla prima infanzia, coglie i gesti della quotidianità tra le mura di casa e tra le gallerie commerciali, tra le periferie prima solo uniformi e standardizzate, poi ghetti per gli immigrati.
Così, nella storia che corre, ci sono le grandi speranze del dopoguerra e quelle del ’68 tradottesi troppo spesso nell’abbandono repentino degli entusiasmi e delle passioni per accontentarsi di un oggetto simbolo dell’epoca, che la grande industria propone ogni momento, con i suoi centri commerciali sempre più grandi e inglobanti come tante balene.
Ci sono le lotte di liberazione e contro le dittature- dal Vietnam al Cile- e il riproporsi dopo anni di relativa tregua, delle guerre in Iraq, Afghanistan, Libano. Il “noi” in questo caso della narrazione diviene partecipazione.
La memoria è fissata con parole e immagini fulminanti, spesso taglienti e impietose, ma non si avverte sfiducia, rancore, rassegnazione. La sua “lei” è una donna che coltiva sempre il sogno di fermare il tempo come scrittrice e “Gli anni” è il traguardo raggiunto.
Accanto al sogno dell’intelligenza e della volontà, c’è la voglia di vivere, di trarre sempre nuova energia dai suo amori “giovani”, perché così sono definiti.
Non a caso anche nella sinossi della copertina del libro si richiama che, come il desiderio sessuale la memoria non si ferma mai.
Questa memoria che coinvolge e cattura nel suo manifestarsi ognuno di noi, per indurlo a fare i conti, per gli spazi temporali che lo coinvolgono, con i propri ricordi, le proprie storie, le immagini che ci portiamo dentro, ma anche con l’orientarsi delle nostre scelte nei tempi che si sono succeduti, con il nostro maturare o inaridirsi a fronte degli eventi.
Il linguaggio del libro, nella traduzione di Lorenzo Flabbi, favorisce questa immedesimarsi nel racconto perché anche nelle frasi più semplici, nei modi di dire, che non sono frase idiomatiche colte, ma pensieri quotidiani, puoi trasportare il piccolo mondo della Normandia o le periferie di Parigi o le manifestazioni degli anni ’70 in ogni parte del mondo.

PS

Annie Ernaux e i suoi libri sono stati “il caso” letterario dell’anno in Italia. Prima de “Gli anni” uscito in Francia nel 2008 e in Italia nel 2015, l’editore “l’Orma” aveva pubblicato “Il posto”.
Se “Gli anni” ha dato ad Annie Ernaux la visibilità e notorietà che già aveva da anni in Francia (dove è pubblicata da Gallimard) “Il posto” è stato oggetto di un divertente “sberleffo” al dominio e all’ “imposizione” delle scelte librarie da parte delle grandi case editrici, ormai in posizione di monopolio assoluto. Un gruppo di lettura “consapevole” di Facebook, Billy il vizio di leggere, con i propri iscritti, scelse tra una cinquina di libri, come miglior libro “ Il posto”, che non appariva in nessuna classifica ufficiale.
Con un’accorta manovra, conoscendo i meccanismi delle graduatorie, invitò i propri lettori a comprare nella stessa settimana (per influire sulla classifica) il libro dell’Ernaux, che balzò immediatamente alla notorietà.
PS al PS
Alla fine ho letto le diverse recensioni, che si ritrovano anche sul sito dell’editore, apprezzando molto quella di Goffredo Fofi per “ Il sole 24 ore”, anche perché conclude ricordando che soprattutto le donne in Francia sono le lettrici di Annie. Credo di averne capito il motivo.

Se desiderate acquistare direttamente cliccate sulla copertina

gli anni di annie ernaux L IhDoO7


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