Il futuro non invecchiaNon ci si può fermare, né tornare indietro. Se ci si ferma si torna indietro, perché significa rinunciare a estendere e perseguire quelle scoperte, civili e scientifiche, che hanno sconfitto la mortalità infantile, hanno permesso un prolungamento della vita in buone condizioni, hanno dato alle donne il diritto di scegliere se, quando e come avere figli.
Questo è l’assunto iniziale del libro “Il futuro non invecchia” di Alessandro Rosina.
Poi alcune altre considerazioni generali si sviluppano in tutto il libro, dando la possibilità, anche a chi non s’intende di statistica, di leggere i mutamenti in atto, di capirne le ragioni e di poter anche acquisire conoscenze sulle possibili soluzioni. Non abbiamo a che fare con una sequenza di dati che scorrono in tabelle, ma di informazioni per capire come e perché si sta evolvendo la popolazione nel mondo, ma soprattutto in Italia, uno dei paesi in cui il processo d’invecchiamento ha percentuali maggiori.

Ma, dice l’autore, esaminando le diverse classi d’età, questo processo è destinato a fermarsi, perché sinora ha influito la riduzione della fecondità che nell’arco di alcuni decenni interesserà anche l’Africa e l’Asia e rimarrà solo la longevità ad incidere. E allora chi si prende la responsabilità di ostacolare il prolungamento in buone condizioni della vita delle persone?
Poi ultima affermazione che connota tutto il messaggio di questo testo: chi lo dice che una società con un’alta componente (circa il 30% entro la prima metà di questo secolo) di individui oltre i 65/75anni sia necessariamente “meno dinamica, meno innovativa, meno produttiva, meno in grado di generare benessere”? Si tratta di “…ripensare il nostro modello sociale e di sviluppo passando dalla crescita della quantità alla qualità della crescita”.
Riassunta schematicamente la filosofia complessiva di Alessandro Rosina, che si unisce ad altri ricercatori che stanno proponendo una lettura dell’invecchiamento della popolazione non più come tragedia, ma oltre che testimonianza di civiltà e benessere, come una nuova opportunità di sviluppo in cui i ruoli degli individui e delle generazioni si ricompongono e s’integrano.
In una breve illustrazione di come si è snodato il tempo storico dal Big Bang ai giorni nostri, l’autore sottolinea come la civiltà umana ha inizio quando l’uomo non cerca più il cibo cacciando e raccogliendo bacche, ma porta vicino a sé le fonti alimentari, allevando e coltivando, dando vita a villaggi difesi da mura sempre più alte, ricercando anche risposte spirituali, culturali, ma nello stesso tempo affrontando epidemie violenze, guerre. Nascono città e polis, si erigono cattedrali e palazzi per secoli con pochi mutamenti sociali e scientifici, sino a che non si arriva ad una nuova rivoluzione, quella scientifica, che cambia il rapporto con la natura: da un adattamento dell’uomo all’ambiente a una ricerca di dominare e conquistare la natura con scoperte scientifiche e tecnologiche, che caratterizzano gli ultimi due secoli.
In questi ultimi due secoli si cerca di proteggere i figli dalla morte nei primi giorni/anni di vita, proseguendo un processo di Transizione demografica, con un passaggio da un vecchio a un nuovo equilibrio.
Un capitolo del libro è dedicato al rapporto tra le generazioni, al loro mescolarsi inizialmente per sostituire gradualmente i vecchi protagonisti con i nuovi.
E qui Rosina sviluppa alcune considerazioni in quell’idea di collaborazione reciproca sia con motivazioni “tecniche-demografiche” sia sociali, economiche e politiche.
Se dai dati emerge che quando la generazione dei Baby boomers, ( i nati dopo la seconda guerra mondiale) diventerà anziana-più o meno nella terza decade di questo secolo- l’invecchiamento della popolazione ritornerà in un trend normale, a cui si accompagnerà l’estensione agli altri continenti del controllo della fertilità da parte delle giovani donne e un possibile calo alle spinte migratorie.
Il rapporto tra le generazioni, individuate per affinità di collocazione di un insieme di individui, partendo dalla generazione dei promotori dello sviluppo industriale sino alla generazione Z, dei nati dall’inizio di questo secolo, esaminato in specifico capitolo è oggetto di alcune constatazioni dell’autore.
Il ricambio generazionale non è un meccanismo automatico perché si entra e si esce in tempi differenziati (citando un passo tratto da “Le città invisibili” di Italo Calvino con la città di Melania) e ciò che modifica il cambiamento generazionale è il rapporto che si crea tra le diverse componenti. Ma dice Rosina, ogni generazione ha un suo valore, che deve essere rispettato e riconosciuto dall’altra con cui convive per un certo tempo e deve essere consapevole che, per una legge implacabile della demografia alla base dello sviluppo e della crescita “ nessuna generazione può stare meglio contro le precedenti e senza le successive”.
Un terzo capitolo del libro parla dell’individuo, della vita delle singole persone, del loro stare in questa società traendone vantaggi e svantaggi, esortazioni a innovare e delusioni per le sconfitte.
Il tempo individuale si snoda tra le fasi della vita dall’infanzia all’adolescenza dalla maturità alla vecchiaia. Sono tempi che si sono dilatati, imponendo l’adozione di nuovi termini: preadolescente e giovane, giovane adulto e giovane anziano, grande anziano. Sono fasi che non è l’età anagrafica che le decide, ma il contesto sociale/economico e su questo avrà le sue ricadute. Un esempio nel confronto con la storia e con altri paesi. Erano nei tempi passati e lo sono in altre società i 30/35 enni i fautori e attuatori del cambiamento e dell’innovazione. In Italia solo dopo i 40 anni si comincia ad occupare una posizione lavorativa, ma anche famigliare, che può dare quella certezza e quella spinta ad impegnarsi nella ricerca e nello sviluppo. Ciò significa aver perso rispetto ad altre popolazioni, almeno dieci anni di sviluppo, salvo che non si sia deciso di emigrare all’estero.
In questo rapporto tra le generazioni il lavoro è il perno centrale da cui discendono, se non valorizzato, il moltiplicarsi di diseguaglianze. Non è la permanenza al lavoro della generazione precedente l’ostacolo all’occupazione dei giovani, ma una errata valorizzazione del capitale umano di questi e degli anziani, che deve essere rivisto per programmare la crescita.
Le dieci “F”, parole che iniziano con questa consonante, inserite nell’ultimo capitolo, sono le chiavi su cui Rosina ritiene indispensabile agire per uscire da questo stallo economico, ma anche sociale e culturale.

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