Schermata 2018 09 18 alle 19.35.25“Mia madre è morta lunedì 7 aprile nella casa di riposo dell’ospedale di Pontoise, dove l’avevo portata due anni fa”. È l’incipit ripreso in quasi tutte le recensioni di questo ultimo libro (marzo 2018) di Annie Ernaux, “Una Donna” (L’Orma editore) ma è anche il filo di una matassa –la vita dell’autrice- che si snoda nel tempo, non rispettando una cronologia o eventi personali o collettivi, ma il riemergere nel cuore, nella mente di Annie di emozioni, sentimenti, rapporti e relazioni con se stessa, con le persone della famiglia, con gli amici e il mondo circostante.

Un primo momento di incertezza mi ha colto perché della morte della madre aveva già parlato in un altro libro “ Non sono più uscita dalla mia notte”, (Rizzoli editore 1998) già presentato su PLV, raccontando i due anni di permanenza nella casa di riposo.
Ho ricostruito le date di pubblicazioni (nelle edizioni francesi) dei suoi libri che ho presentato su PLV per tracciare il percorso di quel filo della sua vita, che Annie srotola, appoggia, riprende perché questo suo fluttuare racconta il suo confrontarsi con i sentimenti e le emozioni.
Nel 1983 esce “Il posto” in cui protagonisti sono il padre, in primis, ma anche gli altri membri della famiglia: madre, Annie e la sorella e i luoghi, le attività (il negozio bar drogheria). (Prima edizione italiana Guanda, poi L’Orma 2014).Poi nel 1988 “Una donna” (in Italia Guanda 1988 e L’Orma 2018), “Non sono più uscita dalla mia notte” nel 1997 (Italia Rizzoli 1998), Nel 2008 esce Gli anni 2008 (Italia L’Orma -2015).
“Una donna” nel suo linguaggio scarno, da cronista di giornale quotidiano Annie Ernaux fa pace con la madre, (di cui non ricordo di aver mai letto il nome), rilegge senza fare sconti, ma immedesimandosi nelle regole della sua vita, le sue aspirazioni, i suoi sforzi per dare alla figlia una vita da quella che lei aveva avuto. Cerca “la verità su sua madre” usando le parole ma non per fare letteratura.
La madre cresciuta nell’alta Normandia in una famiglia numerosa vuole uscire dal percorso obbligato delle donne dell’epoca e trovare una prima autonomia in un lavoro in fabbrica prima a fare margarina poi in una corderia. Il suo sogno minimale di commessa per avere un suo spazio autonomo di lavoro, si realizza a un livello più alto quando aprono un bar/ alimentari semirurale di cui lei, per la famiglia e per i clienti è la regina indiscussa.
È un’immagine a tutto tondo quella che ci viene restituita: sui suoi rapporti con la religione, con gli uomini (era molto corteggiata), sulle sue idee sul ruolo delle donne e sui comportamenti che dovevano tenere. Nei rapporti con la figlia alternava momenti di grande tenerezza con atti di furore e violenza, ma aveva un obiettivo chiaro: dare ad Annie la possibilità di uscire dallo stato sociale di appartenenza e conquistare traguardi più elevati. Era sempre “una madre pubblica”, conosciuta da tutti. Non aveva tempo di fare da mangiare e riordinare la casa, ma attenta e informata su come vestirsi e come pettinarsi “ mai sfigurare”. Le piaceva il bello, leggeva libri e parlava correttamente e intrecciava conversazioni con la figlia ormai divenuta insegnante in una scuola superiore. Annie adolescente si allontana dalla madre sui temi tabù di quel momento: la sessualità, il rapporto con gli uomini che solo il matrimonio di Annie può stemperare. Forse nella crisi del suo bar c’è anche una perdita di un ruolo su cui aveva giocato molto della sua esistenza e che recupera quando chiuso il negozio si trasferisce a casa di Annie e si prende cura dei suoi figli.
Iniziano poi le peregrinazioni: il ritorno in un residence per anziani nel paese d’origine, ma un incidente d’auto la immobilizza e comincia il suo declino. Ritorna presso la figlia dopo la degenza in ospedale e dopo una breve attesa entra definitivamente nella casa di riposo ove resterà per gli ultimi due anni della sua vita. Questi due anni sono però raccontati nell’altro libro.
Come già ho scritto in quell’occasione lo sguardo impietoso di Annie Ernaux sulla vita, le regole, l’offesa alla dignità delle persone anche quando non si parla di violenza e di abusi, potrebbe diventare un manifesto per tutti coloro che rivendicano una qualità non solo prestazionale dei servizi di cura.
Forse è vero, come ho letto in una recensione, che essere della stessa generazione di Annie Ernaux- anno più anno meno- facilita l’immersione nella narrazione. Forse ancora di più aiuta se si è donna perché la scrittura di Annie Ernaux, nella sua essenzialità e nel suo rigore, si specchia sempre, con uno sguardo femminile, in quello spezzone di società che incontra in quel momento: nel villaggio della Normandia o nella periferia di Parigi, tra i giovani e la folla tumultuosa del ’68 parigino e la buona borghesia del quartiere residenziale, tra gli operai delle filande della Vallée e le truppe alleate che si invadono la Normandia, o tra i clienti del bar-drogheria di Lillebonne e i vecchi dell’Ospedale geriatrico di Pontoise.


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