VECCHIAIA LONGEVITÀ DIRITTI

Vecchiaia Longevità Diritti

Vecchiaia Longevità Diritti

  • C'è modo e modi di voltare pagina

    rosanna vagge Mi frullano in testa mille pensieri, intrecciati e confusi, vorrei dirvi tante cose riguardo all’esperienza che sto vivendo in questo drammatico periodo pandemico, ma non trovo le parole per esprimere ciò che provo, un misto di avvilimento, rabbia, impotenza, ma anche soddisfazione, fiducia e speranza che mi rende orgogliosa di quello che sto facendo nella RSA post acuti Covid di cui mi è stata affidata la direzione sanitaria.
    Al di là del nome, che può apparire persino altisonante, si tratta di un Centro capace di accogliere persone anziane, con diversi gradi di disabilità, che, per aver contratto infezione da Covid, richiedono un periodo di assistenza sanitaria definita di basso e medio grado prima di poter rientrare al proprio domicilio o, se in precedenza istituzionalizzate, nella comunità dove risiedevano.
    In genere vengono accolti ultraottantenni affetti da qualche malattia cronica, come il diabete, l’ipertensione arteriosa, le cardiopatie, le patologie neurologiche alle quali si associano inevitabilmente decadimento cognitivo e disturbi comportamentali più o meno gravi.
    Vecchie e vecchi afferiti al Pronto Soccorso per vari motivi, chi per un trauma, chi per sintomi respiratori, chi per altre malattie a esordio acuto che sono poi smistati nei vari reparti specialistici a diversa intensità di cure e, accertata la positività del tampone naso-faringeo per Coronavirus, distribuiti nelle aree di crisi costruite ad hoc dove permangono per un periodo più o meno lungo, a volte superiore al mese, per essere poi nuovamente trasferiti nei centri post acuti Covid, anch’essi studiati ad hoc fino alla negativizzazione di due tamponi successivi. Il tutto senza preavviso, con prelevamenti a sorpresa da parte di personaggi travestiti da astronauti e in assenza della rassicurazione dei loro cari.
    È stato, infatti, stabilito che solo a queste condizioni l’individuo può entrare nel pool dei guariti e non essere più minaccioso per la diffusione del contagio nell’intera società.
    Peccato che a questo punto, per molti di loro, debilitati dal prolungato allettamento e isolamento, nonché dai farmaci somministrati generosamente per lenire le loro sofferenze, il rientro al domicilio è addirittura improponibile e i servizi sociali e i familiari, se esistono, devono attivarsi per sistemarli in qualche altra struttura “pulita”, quelle che si definiscono più elegantemente “Covid free”.
    Ma non è tutto perché i criteri di ammissione nelle strutture socio-sanitarie del territorio richiedono dei requisiti stringenti, cioè la negatività del doppio tampone non oltre le 72 ore precedenti, un tempo troppo breve per ottenere i risultati dal laboratorio. E come se non bastasse le RSA accoglienti devono organizzare al loro interno delle aree cosiddette “buffer”, una sorta di cuscinetto dove “porre”, dice proprio così l’algoritmo riassuntivo della regione, cioè sistemare, mettere, alla stregua di un qualunque oggetto, il vecchietto non ancora “pulito”. Lì dovrà stazionare, per altri 8 giorni, fino alla ripetizione del tampone il cui esito sarà determinante per definire il successivo percorso: se negativo potrà finalmente accedere nelle zone “non focolaio” definitive o no, secondo le situazioni; se positivo dovrà essere “posto” in un Centro Covid e il circolo vizioso si completa per riprendere la sua corsa contro il tempo.
    Sì, è proprio così, l’espressione calza a pennello: un inseguimento senza tregua di un risultato il cui significato, a detta degli scienziati, è ancora tutto da definire.
    “E adesso dove mi portate! Voglio camminare con le mie gambe!” Gridava Gilda, agitandosi nella lettiga mentre era ancora sull’autoambulanza. Avrei voluto abbracciarla, stringerle le mani, rassicurarla con il contatto fisico, ma non mi restava che ricorrere alle parole: “Buongiorno! Da dove viene?” Le domandai a bruciapelo “Io sono di Santa Brigida” mi rispose pronta ed io ancora, mentendo “So, dove è Santa Brigida, un gran bel posto!” Poi le chiesi quanti anni aveva e lei rispose che avrebbe compiuto 81 anni il 5 dicembre prossimo. Appariva più rilassata, dopo questo breve scambio di parole, ma, a un tratto, sollevò il collo alla ricerca del mio volto seminascosto dalla mascherina chirurgica e mi fissò con sguardo incredulo per il tempo che le fu concesso prima di sparire nell’ascensore. I suoi occhi invocavano aiuto! Chissà da quanto tempo non vedeva una persona vestita normalmente! E senza visiera!
    Dalla documentazione clinica dell’Ospedale presso il quale era stata ricoverata sono venuta a conoscenza che avrebbe compiuto 89 anni e non 81 alla data enunciata con tanto orgoglio e che il marito con il quale conviveva era morto per infezione da Covid ma nessuno aveva avuto il coraggio di comunicarglielo. Era rimasta sola al mondo e le avevano nominato d’ufficio un amministratore di sostegno, un’avvocatessa affinché le trovasse una sistemazione in qualche Istituto, quando e se avesse avuto il privilegio di finire nell’elenco dei guariti.
    Che tristezza!
    In questo breve tempo sono venuta a conoscere altre storie, tutte diverse tra loro ma analoghe per solitudine, disperazione, privazione di ogni libertà. Ho potuto inoltre constatare che l’infezione da Covid, sancita dalla positività del tampone naso-faringeo, in molti casi, anche nei grandi vecchi, era caratterizzata da sintomi lievi che regredivano in pochi giorni mentre le conseguenze più devastanti avvenivano a seguito delle misure da intraprendere per evitare la diffusione del contagio.
    Come possono le persone anziane, tanto più se ammalate, sopportare tutto ciò?
    Distaccate dai loro affetti, isolate, private di ogni riferimento ambientale e umano, sballottate a destra e a manca, non sulla base dei loro bisogni clinico-assistenziali, ma sulla base del risultato di un’indagine laboratoristica.
    I quotidiani locali riportano che dal 20 febbraio al 5 aprile nelle RSA Ligure si sono registrati 800 decessi, dei quali solo 240 imputati al Covid. Una sperequazione grossolana, in linea con quanto avvenuto nelle altre regioni più colpite dalla diffusione del virus, che impone senza dubbio un’ampia riflessione sulle procedure imposte per affrontare l’emergenza pandemica e sull’organizzazione dell’intero sistema sanitario.
    Siamo proprio sicuri che sia il virus a uccidere? O piuttosto giochino un ruolo importante anche la mancanza di tempestività ed essenzialità che si è verificata in un contesto emergenziale così farraginoso?
    Soprattutto nelle RSA di grandi dimensioni, quelle dove tutto è omogeneizzato e l’individualità della persona finisce nel calderone collettivo fino a scomparire del tutto.
    Che sia necessario ripensare il mondo dell’assistenza alla terza età, lo sostiene a gran forza anche l’assessore regionale alla sanità, nonché vicepresidente della regione Liguria, Sonia Viale, come si legge in un’intervista dal titolo “Urge la riforma delle RSA. Viale vuole voltare pagina” a firma Corrado Ricci, pubblicata in data 15 maggio sul sito www.opigenova.it.
    Il concetto è chiaro e non per niente nuovo anche se viene rilanciato alla luce delle criticità riscontrate nelle RSA durante l’emergenza coronavirus e soprattutto allo stillicidio dei decessi degli anziani .
    “Occorre avviare la progressiva riconversione di quelle residenze che, per limiti strutturali e organizzativi, non possono garantire adeguati standard di qualità“ Dice testualmente, ponendo l’accento su due temi: la formazione del personale, che deve essere preparato per affrontare situazioni complesse e le dimensioni delle strutture, che devono essere grandi, se non proprio come Il Pio Albergo Trivulzio, che in Liguria non ci starebbe, almeno superiori ai 100 letti, per garantire equilibrio tra qualità e sostenibilità economica. Precisa inoltre che ”È ormai indispensabile la presenza di personale preparato sulle infezioni ospedaliere, anche con corsi mirati come avviene in ambito ospedaliero […] occorre traguardare l’obiettivo di strutture sicure, anche solo per bloccare la diffusione di una banale influenza”.
    Pur comprendendo il contesto in cui tali parole sono state pronunciate e la necessità dei media di dare messaggi forti e sensazionali, mi risulta difficile da accettare come il concetto dell’assistenza e cura dei vecchi nelle strutture socio sanitarie possa essere ricondotto in modo così semplicistico al controllo della diffusione delle infezioni. Suggerirei all’assessore di considerare, oltre la “banale influenza”, anche la qualità della vita in tutti i suoi aspetti, quell’essenza della vita, così diversa per ognuno di noi, che non può né deve essere banalizzata, mai, nemmeno in emergenza.
    Mi chiedo poi, con una punta di avvilimento, se blindare le persone più vulnerabili in luoghi sicuri, sia l’unica soluzione per salvaguardare la loro salute e la loro vita, tanto più che i vecchi sono spesso del tutto inconsapevoli di quanto sta avvenendo e soffrono pesantemente della perdita dei punti di riferimento.
    Un triste pensiero mi frulla nella mente: nel quattordicesimo secolo, quando la peste falcidiò un terzo della popolazione dell’intera Europa, la paura della morte rivelò nel più terribile dei modi i limiti della capacità umana di sopportazione e tolleranza generando comportamenti spietati verso coloro che erano stati colpiti dalla malattia.
    I tempi sono cambiati, le conoscenze di oggi non sono affatto paragonabili a quelle di allora, ma l’animo umano è sempre lo stesso e, in questo mondo in cui il mercato della salute in nome della qualità dei servizi ha spesso la meglio su tutto il resto, credo che occorra fare molta attenzione affinché non emergano comportamenti speculativi e interessi economici a favore di pochi e a danno di molti.
    Indubbiamente è necessario voltare pagina, ma c’è modo e modo di farlo. Io le pagine le volterei all’indietro, ad una ad una, pensando ai vecchi che hanno perso la vita senza una carezza, senza avere accanto un volto conosciuto, agli stessi quando erano bambini, adolescenti, giovani uomini e donne in tempo di guerra, alle loro lotte per la libertà, per la ricostruzione del paese. Pagina dopo pagina, mi soffermerei all’inizio di ogni capitolo e ringrazierei i vecchi per quello che ci hanno insegnato, in nome della dignità di ogni individuo.
    Abbiamo perso una generazione di persone oneste, determinate, coraggiose, capaci di sopportare e tollerare quanto di più ingiusto c’era al mondo, persino il distacco dal loro ambiente di vita e dall’affetto dei loro cari. Ed ora vogliamo rinchiudere i sopravvissuti e i vecchi che verranno in recinti sempre più ampi e lussuosi, separati da mura che solo personale esperto in pandemia può superare?
    Politici, decisori, amministratori, riflettete bene sulle vostre proposte!
    Al punto in cui siamo arrivati, io credo che non sia più possibile andare avanti sulla stessa strada nella convinzione che tutte le tendenze antiche e/o attuali debbano necessariamente prolungarsi nell’avvenire, dilatandosi e amplificandosi.
    Sono parole del Prof. Antonio Guerci, pronunciate durante un intervento sul tema della vecchiaia e sul concetto di “Arco della vita” ed io prendo spunto da lui per esprimere quello che è anche il mio pensiero.
    “Oggi non è possibile parlare della vecchiaia senza parlare della società intera. È inquietante osservare che le conoscenze attorno all’invecchiamento evolvono assai più rapidamente sul versante delle scienze medico-biologiche e tecnologiche rispetto a quelle delle scienze umane e sociali. Arriveremo tra breve alla contraddizione che vedrà la medicina e l’ingegneria genetica capaci di ritardare la senescenza, quando le scienze sociali saranno incapaci di proporre dei modelli d’organizzazione collettiva che permettano di accogliere degnamente gli anziani, di offrire loro un ruolo e una utilità sociale”.
    Sono passati quasi 10 anni dal convegno promosso a favore dell’invecchiamento attivo proprio nella città di Genova, ma al di là di qualche iniziativa locale sparsa sul territorio, ben poco si è pensato e nulla si è fatto di quanto l’antropologo proponeva: un esercizio di prospettiva tanto più difficile da realizzare in quanto deve coinvolgere il lungo termine e bisogna rifuggire dalla doppia tentazione di ricreare un passato fossile e di anticipare un futuro morto.
    Avrei preferito che l’emergenza pandemica potesse aprire un varco nelle menti dei decisori e indurli, unendo forze ed esperienza in un’ottica interdisciplinare, a ripensare a modelli diversi dall’istituzionalizzazione per offrire assistenza e cure ai nostri vecchi.
    Non è successo e nel mirino sono cadute le case di riposo e RSA considerate prive dei requisiti organizzativi e strutturali, nonché di personale adeguatamente formato.
    Ci sarà un’altra occasione?
    Nel mio inveterato ottimismo, spero proprio di sì, perché questa svolta, non mi soddisfa affatto e mi lascia con l’amaro in bocca.

     

  • COVID-19: i vecchi solo "vuoti a perdere" o pretesti di polemiche? Urge una riflessione a più voci

    Non si può non parlare della pandemia provocata da Covid -19, ricordato meglio come Coronavirus e non si può non parlare di vecchi, giovani vecchi o grandi vecchi.
    Sono stati, nei fatti, in tutte queste settimane il parametro per dissertare sulla letalità e contagiosità del virus e sulle precauzioni da adottare.
    Se  i morti erano grandi vecchi, con tante comorbilità  il resto della popolazione poteva stare quasi sereno: affollarsi nei supermercati, fare picnic nei parchi, organizzare feste e party sui terrazzi, organizzare maratone cittadine o incontri di calcetto.
    Poi l’età media dei deceduti ha cominciato a scendere: dai grandi vecchi ai giovani vecchi poi sono apparsi i primi adulti e qualche giovane adulto. Perché adesso per parlare dell’età di una persona si usano metafore per allontanare il più possibile lo spauracchio della vecchiaia.

  • Forza/fragilità, fiducia, femminile, felicità per costruire un futuro che non invecchia

    alessandro rosinaAlessandro Rosina- Docente universitario e saggista. Studia le trasformazioni demografiche, i mutamenti  sociali, la diffusione di comportamenti innovativi.

    Iniziamo dal titolo di un suo libro: “Il futuro non invecchia”  per una riflessione sulla società italiana, proiettata in un futuro con un’alta percentuale di “anziani”, dai giovani anziani ai grandi anziani.
    Riprendo, sperando di avere ben inteso, alcuni concetti o valutazioni riportati nel suo saggio: a) non è possibile fermarsi nell’evoluzione del mondo e tornare indietro perché comporterebbe rinnegare le conquiste che hanno sconfitto la mortalità infantile e prolungato la vita; b) le persone invecchiano, ma vivono anche più a lungo (in buona salute), la popolazione evolve continuamente ma, in un’analisi statistica, può anche ringiovanire; c) ad un certo punto la popolazione si riequilibrerà e trionferà la longevità. Cosa significa questo e cosa succederà poi?

  • Invecchiamento, ageismo costi, ma anche longevità, etica e società futura

    Recupero dal testo di luglio queste parole: “mutamenti demografici, ageismo, spesa pubblica e privata, cronicità, vecchiaia e le integro con “longevità, etica, responsabilità, nuovi anziani, società futura”.
    È un secondo capitolo sul tema dell’invecchiamento, integrato con gli stimoli da letture (qui) più o meno (qui) e (qui) recenti.
    Affiancare alle ricerche, magari con aggiornamenti e investimenti, sulla non autosufficienza e sulle demenze una riflessione estesa ad un campo ampio di interlocutori attuali e futuri, consueti o inusuali, aiuterebbe ad alzare la testa per fare dei problemi anche drammatici attuali (assistenza, caregiver, costi delle famiglie, assenza di terapie risolutive per le demenza) un’occasione per esplorare altri percorsi.
    In mancanza di politiche nazionali condivise e con la frammentazione esasperata di quelle regionali, l’assistenza e la cura delle persone rischiano di avvilupparsi su sé stesse, riproponendo, come un mantra, le esperienze anche interessanti sinora maturate, “sdrammatizzando” le demenze con iniziative pubbliche “popolari” e/o cesellando l’agire pratico, anche con brillanti intuizioni, che si ripeteranno per un periodo imprevedibile nei prossimi mesi/anni.

  • La città amica delle persone con demenza: l'esperienza pilota di Abbiategrasso

    laura pettinatoAbbiategrasso è la prima città in Italia ad essere “Dementia Friendly Community” (DFC).
    Cosa significa essere una città amica delle Persone con demenza?
    È una città, paese o villaggio che mostra un alto livello di consapevolezza e comprensione da parte dell’opinione pubblica in modo che le persone che vivono con la demenza e le loro famiglie ed assistenti siano incoraggiate a cercare aiuto e siano sostenute dalla loro comunità. Tali comunità sono più inclusive nei confronti delle persone con demenza e migliorano la loro capacità di rimanere indipendenti e avere scelta e controllo sulla propria vita.
    Dal 2016 ha preso avvio ad Abbiategrasso la creazione della prima città italiana amica delle persone con demenza, scelta da Federazione Alzheimer Italia nell’ambito del programma di attivismo internazionale “Dementia Friendly Community”, nato su iniziativa di Alzheimer’s Society a favore delle persone con demenza e dei loro famigliari. Obiettivi principali per la creazione di una DFC sono la riduzione dello stigma sociale nei confronti delle persone con demenza, attraverso il coinvolgimento delle istituzioni e degli operatori dei servizi pubblici e privati e la partecipazione al processo di mutamento sociale da parte delle persone con demenza e dei loro familiari in tutte le fasi di attuazione.

  • La conoscenza e i suoi nemici

    Qualcuno crede di essere il solo a ragionare, di saper parlare e capire come nessun altro. Ebbene, persone così, se le apri, sono vuote. Sofocle

    ferdinando schiavoChe ci fanno insieme Andrea Camilleri, Carlo Verdone e i 50 anni di Woodstock, l’attrice americana Gwyneth Paltrow e infine Tom Nichols, americano anche lui, professore di National Security Affairs all’US Naval War College di Newport e cattedra alla Harvard Extension School ed autore del libro La conoscenza e i suoi nemici. L'era dell'incompetenza e i rischi per la democrazia?
    Fanno semplicemente parte delle mie letture di questa estate ancora in corso, ed in comune hanno… la mia faziosità. Anzi, chiamiamola pure “bias di conferma”: descrive la tendenza a cercare solo informazioni che confermano ciò in cui crediamo, ad accettare soltanto fatti che rafforzino le spiegazioni che preferiamo e a scartare i dati che mettono in discussione ciò che già accettiamo come verità. È la definizione che appare sul libro di Tom Nichols, il quale aggiunge di suo pugno che… “tutti lo facciamo”.
    Gli altri di questa estate.

  • La libera scelta sul fine vita: un percorso ancora difficile

     

    maria cattinari

    IN ATTESA DEL PARLAMENTO LA CONSULTA SI PRONUNCIA SUL FINE VITA: la Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Comunicato25 /9/2019                                 

     Come si muore oggi in Italia? Le morti improvvise, quelle che ci colgono, giovani od anziani che si sia, sono relativamente rare, certo non più di un venti per cento sulla totalità dei decessi, l’altro ottanta per cento sono dunque morti annunciate dovute a patologie inguaribili o ad una serie di policronicità proprie dell’età avanzata. Come muore questo ottanta per cento di noi? Nella stragrande maggioranza, ancor oggi, in ospedale, dopo un percorso spesso annoso di ospedalizzazioni sempre più dolorose e debilitanti, così, fino alla fine. Ma questa fase estrema della nostra vita, il morire, non è meno importante degli anni che la precedono e poter viverla bene, nel rispetto delle nostre scelte sulle cure, vedendo rispettata la nostra dignità, significa vivere bene e rispettare la vita!

  • La società invecchia. Chi in Italia se ne fa carico, con quali competenze e ruoli decisionali?

    In un clima da ultima spiaggia, che si ripete sempre in ogni tornata elettorale, riesce difficile, se non impossibile confrontarsi su singoli temi, ancor meno se riguardano il mondo degli anziani, giovani vecchi o grandi vecchi che siano. Eppure le Regioni, gli attori in gioco, sono i titolari delle competenze nel comparto integrato del welfare socio sanitario.
    Sarebbe stato utile il confronto sull’assistenza ai non autosufficienti nelle sue diverse declinazioni: dal riconoscimento del ruolo dei caregiver ad una ipotesi di un ventaglio flessibile di tipologie di residenze assistite, dalla cura personalizzata per le diverse malattie degenerative al supporto per chi presenta disabilità funzionali con la previsione di spazi, ausili e sistemi di mobilità e organizzazione delle città.

  • La vita di Wendy Mitchell, 63 anni, con demenza giovanile: abita da sola, viaggia, attiva nella associazione "Minds and Voices".

     

    ferdinando schiavoFantastica Wendy Mitchell ospite a Pinerolo al convegno ECM della Comunità Valdese XSONE e la sera prima in una bella sala strapiena del municipio. Insieme a Marcello Galetti e ai suoi collaboratori, a Eloisa Stella di Novilunio.net (insostituibile presenza: ha svolto benissimo anche l’oneroso compito di far da traduttrice) avevamo preparato delle domande alle quali Wendy ha risposto puntualmente consentendoci di allargare lo sguardo e la nostra curiosità su ulteriori aspetti attraverso la sua esperienza.
    Wendy Mitchell è una Persona di 63 che convive con una diagnosi di demenza di Alzheimer dall'età di 58 anni e vive in Gran Bretagna tuttora da sola, mantenendo una necessaria linea di vita dettata dalla routine: le giornate che iniziano con esercizi cognitivi al computer “per svegliarsi”, le faccende di tutti i giorni preservando l’ordine delle cose e tentando di ”mantenere ciò che già si sa”.

  • Le migliaia di vecchi morti nelle RSA e nelle Case di riposo rivendicano un nuovo progetto di assistenza residenziale

    Non c’era solo un pregiudizio e una discriminazione culturale (oggi si chiama ageismo) quando nei primi rapporti Covid-19, nelle stereotipate e forse inutili (per la comprensione della realtà) conferenze istituzionali, si minimizzava la gravità sull’epidemia, in quanto colpiva solo i grandi vecchi (?), con polipatologie, entrati nelle terapie intensive degli ospedali.
    C’era il buco nero di RSA e Case di Riposo esploso con settimane di ritardo, coacervo di tanti errori: omissioni, sottovalutazione del fenomeno, non conoscenza degli ambienti e degli spazi, che, prima ancora che alle strutture sarebbero da ascriversi ai responsabili Regionali del SSN, sia per la non fornitura dei supporti materiali, informativi e formativi necessari sia per omessa vigilanza.
    Poi ci sono state anche decisioni e scelte attive che hanno portato, se già non c’era, il virus all’interno delle RSA, con il trasferimento dagli ospedali dei pazienti contagiati nelle strutture assistenziali.
    I decessi avvenuti nelle RSA e negli altri luoghi di “residenza”, con capofila il Pio Albergo Trivulzio, sono in continuo aggiornamento. Le cifre sono però sempre sottostimate, sia perché riferite a chi ha fatto il tampone, ma soprattutto perché non rileva i “clandestini”, Covid senza nome, dalle direzioni degli istituti classificati sotto altre cause di decesso.

  • Libertà sotto stretta sorveglianza

    rosanna vaggeDopo la sentenza della Corte Costituzionale sull’aiuto al suicidio, i giornali hanno comunicato la notizia utilizzando parole e titoli molto variabili per intonazioni, dai più sobri ai più apocalittici, nel tentativo di trovare motivazioni per schierarsi da una o dall’altra parte.
    Differente l’articolo intitolato “Una scelta di libertà sotto stretta sorveglianza”, pubblicato sul quotidiano Il Secolo XIX venerdì 27 settembre 2019 a firma Luisella Battaglia, docente di Filosofia Morale e Bioetica presso l’università di Genova e Napoli e Direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Bioetica, articolo che mi ha offerto molti spunti di riflessione, essendo l’autrice capace di analizzare la questione per “le sue implicazioni tra la sfera della politica e quella della vita, tra polis e bios” e porsi una serie di domande di una complessità straordinaria.

  • Long-Term Care e i diritti degli anziani in Europa: l’Italia appare in fondo alla classifica

    Long-Term Care è il primo studio europeo che mette a confronto i vari Stati sulle politiche dei governi nel sostenere i diritti delle persone anziane con bisogni di assistenza e sostegno. I risultati di questa ricerca sono illustrati nel rapporto “From disability rights towards a rights-based approach to Long-term care in Europe, Building an index of rights-based policies for older people”.
    Dai principali risultati emersi si evidenziano e si confermano le criticità dell’Italia in questo settore. L’unico ambito in cui otteniamo il punteggio massimo è la “libertà di decisione e di movimento” ma sinceramente non condivido fino in fondo questa valutazione perché ritengo che le difficoltà economiche di molte famiglie in Italia condizionino molto la libertà di scelta sulla qualità della vita delle persone anziane.


    L’Indice dei diritti delle persone anziane (ROPI)

    L’Indice dei diritti delle persone anziane (ROPI) è una misura composita multidimensionale organizzata in domini (box 1) che esaminano il quadro giuridico e politico dei vari paesi nonché i meccanismi di attuazione volti a garantire il rispetto dei diritti delle persone anziane.
    Rita i diritti

    Nei risultati complessivi per il ROPI – espressi in categorie numerate da 1 a 3, dove a numero più alto corrispondono standard migliori (tabella 2) – la Svezia raggiunge il punteggio indice più alto (2.2). La Finlandia si posiziona al secondo posto, leggermente in vantaggio rispetto a Slovenia, Irlanda e Austria. La Polonia ha il punteggio più basso (1.8). In particolare, nessuno dei paesi appartiene alla fascia di punteggio più alta (2.6-3.0) o più bassa (1.5-1.0) e anche la variazione tra i punteggi dei paesi è contenuta (tra 2,2 e 1,8 nell’indice complessivo). È interessante notare che non vi è alcun raggruppamento geografico evidente nei risultati della classifica generale.
    Risultati ROPI

    Tabella 2 – Risultati complessivi per il ROPI per i 12 paesi partecipanti

    Dai risultati del ROPI si evidenziano margini di miglioramento nella maggior parte dei paesi. Le possibilità di miglioramento sembrano essere maggiori, in media tra i paesi, per i domini IV (Vita, libertà, libertà di movimento), V (Privacy e vita familiare), IX (Standard di vita adeguato), e X (Reclami e risarcimenti).

    La posizione di arretratezza dell’Italia nel ROPI
    Nei risultati complessivi per il ROPI (Indice dei diritti delle persone anziane) l’Italia mostra un punteggio medio di 1.8, collocandosi all’11° posto su 12 dei paesi indagati. Lo studio evidenzia le debolezze e le criticità dell’Italia nella maggior parte delle aree esaminate dallo strumento, strettamente connesse ai diritti all’assistenza da parte delle persone anziane non autosufficienti.

    Più precisamente, l’Italia evidenzia le peggiori performance al ROPI nei domini inerenti la libertà di scelta (specificatamente alla possibilità di scelta dei gestori di assistenza e a tutto il tema delle Disposizioni Anticipate di Trattamento), il mantenimento dei legami familiari, soprattutto in riferimento a leggi che favoriscano il mantenimento dei legami familiari anche durante l’assistenza e le politiche di informazioni sui diritti delle persone anziane e sulla tutela degli stessi. Non solo, anche le aree inerenti la tutela da abusi e maltrattamenti, la libertà di pensiero e di espressione, il livello di salute garantito, con preciso riferimento alle politiche di Long-Term Care e la garanzia di un adeguato standard di vita, soprattutto in relazione al supporto abitativo protetto, risultano per l’Italia tutte aree deboli al ROPI.
    Il tema della partecipazione e dell’inclusione sociale così come l’area relativa alla parità di accesso ai servizi di assistenza, siano essi domiciliari, semiresidenziali o residenziali risultano essere sufficientemente garantite ma, da osservare e monitorare. L’Italia mostra invece un ottimo risultato nella regolazione all’utilizzo delle contenzioni, fisiche o chimiche.

    Il Quadro Di Valutazione Degli Indicatori Di Risultato: il quadro di sintesi
    Il Quadro di valutazione degli indicatori di risultato misura le prestazioni del paese in termini di risultati effettivi, vale a dire i risultati raggiunti nell’adempimento dei diritti fornendo, quindi, una visione d’insieme del rispetto dei diritti nella realtà.
    Svezia e Finlandia (quest’ultima nonostante i valori mancanti) ottengono i risultati migliori tra i paesi inclusi nel quadro di valutazione, in quanto presentano il numero più elevato di indicatori con valori “buoni ma da monitorare”. Il Quadro di Valutazione degli indicatori di risultato mostra, per quasi tutti i paesi, risultati più positivi rispetto al ROPI. Nonostante, ad esempio, gli scarsi risultati in termini di accesso alle cure a lungo termine per molti paesi, l’opinione degli anziani sulla qualità dei servizi di assistenza nel loro paese è comunque positiva. ( Tabella 13)

    Rita I domini
    Tabella 13- I domini e gli indicatori del quadro di valutazione sull’indicatore di risultato

    In conclusione, il gruppo di ricerca evidenzia la necessità di disporre di maggiori dati sugli indicatori chiave per sopperire alle attuali lacune, allo scopo di migliorare le conoscenze sull’effettivo rispetto dei diritti delle persone anziane ed adottare politiche di Long-Term Care adeguate per garantirne la tutela.

    Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento vi allego il link per leggere l’intera relazione ma vi anticipo la sintesi dei risultati.

    https://www.luoghicura.it/dati-e-tendenze/2020/06/long-term-care-e-diritti-degli-anziani-in-europa-italia-debole/

  • Maratona sospesa al km 9 – si riprende a correre

    rosanna vaggeEra il 19 maggio 2017 quando l’alluvione interruppe bruscamente al km 9 la faticosa corsa della maratona “Arco della vita” ed ora, finalmente, dopo una serie infinita di discussioni sul da farsi, è arrivata la notizia che si può riprendere a correre e che il percorso raggiunto sarà considerato valido.
    Quasi 3 anni di stallo non è poco, gli anni passano e la forza viene meno, come è naturale che sia, ma l’esperienza ci induce a non cedere e la passione di perseguire l’obiettivo ci spinge ad andare avanti, non importa se a piccoli passi.
    Sono successe tante cose in questi anni, il maltempo ha causato frane, smottamenti di terreni, esondazioni e le mareggiate hanno distrutto parte del litorale causando danni per milioni di euro. Come se non bastasse la corruzione e la disonestà dell’animo umano ha permesso che crollassero ponti e si sgretolassero le pareti delle gallerie provocando morti inaccettabili in un’epoca in cui la parola rischio è sempre sottolineata in grassetto per qualsiasi azione quotidiana si abbia da compiere.

  • Marina Piazza: libere di invecchiare, accettando fragilità e incertezze con spirito creativo, curiosità, ironia e..l' avventura della lentezza

    marina piazzaMarina Piazza- Sociologa, ha svolto attività di ricerca e formazione sui mutamenti nelle soggettività femminili e le trasformazioni in ambiti lavorativi e famigliari. È  stata Presidente della commissione nazionale Pari opportunità e successivamente impegnata per la nascita di Comitati pari opportunità nel settore pubblico e privato.

    Sin dall’inizio della lettura di “La vita lunga delle donne” si ha immediatamente la percezione che due piani continuamente s’intrecciano e si incontrano: le esperienze, le conquiste e anche gli insuccessi delle donne in questi 50 anni e, nello stesso spazio, la vita, le gioie e le perdite di Marina, la narratrice. Il libro/saggio si arresta davanti alla narrazione personale, anche se non autobiografica. Una scelta letteraria o un percorso obbligato?
    Sì, i due piani continuamente si intrecciano attorno ai temi che mi sono apparsi più rilevanti e che danno il titolo ai vari capitoli. Perché il libro è stato un procedere per tappe, prima una serie di letture e riflessioni per orientarmi in questo territorio mai abitato e pensato come inabitabile, poi la decisione di scrivere un libro (L’età in più) sulla mia esperienza, partendo dall’ipotesi delle diversità delle possibili vecchiaie, riconoscendo l’impossibilità di un modello standard, e quindi io parlavo della mia. Poi, durante le varie presentazioni, ho cominciato a capire che poteva essere interessante e utile mettere a fuoco sia le diversità sia il filo che lega le diverse esperienze.

  • Politiche sociali strabiche e datate

    Due temi di demografia sociale hanno trovato spazio (prima del manifestarsi del Coronavirus) nei dibattiti televisivi e giornalistici: il saldo negativo tra nascite e decessi (-212.000) e l’invecchiamento della popolazione (speranza di vita alla nascita di 85,3 anni per le donne e 81 per gli uomini).
    Niente di nuovo, ma ad ogni pubblicazione degli indicatori demografici si manifesta stupore per un futuro che, se non si assumono misure concrete e incisive, appare inevitabile.
    Come sempre c’è una visione monca, anzi strabica perché parla per compartimenti stagni d’invecchiamento della popolazione come una iattura, diminuzione delle nascite come scelta, livelli di sviluppo economico e sociale, come scenario asettico. Anche la “tradizionalista” ISTAT ammette che c’è “una discreta (? N.d.R.) correlazione, tra intenzioni riproduttive e potenzialità garantite da un maggior sviluppo economico e sociale”.

  • Riflessioni sull’incertezza della vita

    rosanna vaggeL’epidemia di infezioni da Coronavirus, capace di monopolizzare pagine di giornali e social, mi ha aiutato a capire come sia difficile, per la pressoché totalità degli esseri umani dotati di intelletto, navigare nell’incertezza.
    Quante volte, nel corso della mia vita professionale e non solo, i pazienti o i loro familiari, ma anche gli amici, i miei stessi parenti mi hanno rivolto domande del tipo: “Ce la farà a superare la malattia?- In quanto tempo?- Potrà fare quello che faceva prima? – Oppure rimarrà invalido per sempre? – Nel caso sarà capace di adattarsi al cambiamento?” e così via, tante e tante altre ancora.

  • Silvana Quadrino: per dialogare serve fare le domande giuste e imparare a comunicare

    silvana quadrino Silvana Quadrino- Psicologa, pedagogista, psicoterapeuta. Formatrice ad orientamento sistemico. 

    Cominciamo da dove ci eravamo lasciate con il suo libro “Ascolti, dottore” (qui)con il quale- spiegava- voleva dare risposta ad una domanda: il paziente ha la possibilità che il tempo del medico...venga usato bene e in modo utile per lui?
    In questo suo nuovo libro “Il dialogo e la cura-Le parole tra medico e paziente” (qui)a quale domanda vuole rispondere o meglio quale scopo si prefigge?
    L’incontro fra medico e paziente continua ad essere difficile, ed è paradossale, perché l’ obiettivo a cui tendono entrambi è lo stesso: la migliore salute del paziente, o meglio la ricerca del maggior benessere possibile per lui. Nel libro “Ascolti dottore” invitavo i pazienti a diventare più attivi e più consapevoli nella relazione con il loro medico, a partire da una maggiore competenza di comunicazione. Ma è evidente che il medico deve a sua volta avere delle competenze di comunicazione: deve sapere ascoltare, deve sapere far emergere quello che il paziente “sa” della sua malattia e dei suoi sintomi ma non sa di saperlo; a volte, ad esempio, il paziente non sa cosa è più utile dire e raccontare al medico, e rischia di parlare troppo senza aggiungere elementi veramente significativi.

  • Solidarietà e accoglienza: la forza delle donne nel dopoguerra per aiutare i bambini del Sud

    La rete solidale che ha reso possibile questa grande iniziativa di accoglienza, ma soprattutto di uno spirito di solidarietà e di unità tra le famiglie del Nord e del Sud ha una radice precisa e solida: la forza delle donne emiliane, che con il supporto di organizzazioni nazionali sono state ispiratrici, costruttrici e conduttrici di tutta l’azione, che poi fu replicata anche in altre tragici momenti come l’alluvione del Polesine del 1951 o il terremoto del Belice.
    Il libro “ Il treno dei bambini” ha riportato in primo piano quella straordinaria manifestazione di solidarietà e forse, pur essendo un romanzo, è la voce che più parla delle donne: le madri del sud e del nord, le organizzatrici dell’accoglienza, le vigilatrici sul suo buon funzionamento, il loro impegno e la loro determinazione.

  • Superare l'ageismo con gli anziani e le loro esigenze protagonisti dello sviluppo del paese

    Si pubblicano quotidianamente sul tema “anziani” numerosi articoli. Quasi tutti hanno come argomento “la salute” anzi la “cattiva salute”. Parole ricorrenti “cronicità, invecchiamento della società, denatalità” accompagnate ovviamente dai dati economici sulla spesa che è/sarà/ dovrebbe essere sostenuta dal SSN e dalle famiglie (ISTAT-qui).
    Con una quasi ovvia conclusione: gli anziani ultrasessantacinquenni malati cronici (l’80% dell’intera categoria di pazienti cronici) non si curano più per ragioni economiche, ma anche per gli ostacoli, le procedure amministrative respingenti, il difficile accesso ai servizi.(Osservasalute qui).
    Abbondiamo di numeri e informazioni, anche se spesso differiscono solo per la metodologia di rilevazione e non per la ricerca di indicatori significativi (rischiando anche di essere noiosa cito sempre la condizione della donna in generale e quella anziana in particolare, in tutti i campi esaminati) su due macro aree: il quadro demografico e la salute, sempre intrecciate e sempre testimonianza di un peggioramento della situazione. L’aumento della speranza di vita diventa una sciagura per il paese, per di più riguarda le donne “notoriamente” non protagoniste e produttive nella vita del paese.

  • Un Piano per la non autosufficienza: quali i presupposti, quali i traguardi

    All’inizio dell’anno in corso si erano ripartiti gli stanziamenti previsti nel FNA per il 2018 e si erano avviati gli incontri per la definizione dei criteri per gli stanziamenti nel 2019 di 573 milioni che avrebbero dovuto, secondo gli impegni del Governo allora in carica, essere alla base di un Piano nazionale per la non autosufficienza, (disabili e anziani), punto di riferimento e cornice per gli interventi regionali. Di norma in questo Fondo è stanziato dal Ministero del lavoro e delle politiche speciali una quota di circa 10 milioni dedicata alla ricerca di progetti e azioni per la vita indipendente, parlando di disabili.
    Il Piano potrebbe/dovrebbe essere occasione per ridisegnare i contorni di una linea di politiche sociali e sanitarie, finora assente, che prenda atto del mutato quadro demografico, sociale ed economico di questo Paese per il crescente aumento di persone ultra65enni (o ultr75enni, se piace di più).

  • Un nuovo futuro per gli anziani, opportunità di lavoro per i giovani, serenità per la popolazione

    rita rambelliIn questi giorni è partita un’iniziativa denominata IMMAGINA
    https://immagina.eu/di-la-tua/ , uno spazio aperto dove elaborare, proporre, condividere idee e progetti per una società nuova, che sia in grado affrontare le molteplici sfide della contemporaneità. Si partecipa al dibattito compilando il modulo che appare cliccando il tasto “partecipa” che compare nella pagina.
    Io credo che ci sia molto da dire e da proporre sul tema del futuro degli anziani, e quindi sul nostro futuro, e quindi invito tutti a scrivere e contribuire a questa raccolta di idee seguendo l’invito: Immagina il tuo domani, insieme a noi
    Io ho scritto e questo è stato il mio contributo.

    Essere “vecchi” in Italia oggi
    Prima delle tragiche morti a migliaia degli anziani nelle strutture piccole e grandi per COVID-19, la situazione non era sicuramente migliore, avevamo tantissime segnalazioni alle Procure per soprusi nei confronti degli anziani ospiti di case famiglia o di case di riposo in tutta Italia.
    Certo i maltrattamenti nei confronti di inermi anziani o disabili nelle strutture che dovrebbero proteggerli e tutelarli suscitano un'indignazione particolare nell'opinione pubblica, ma l'allarme sociale che ne traiamo è ancora basso, quasi che non si volesse scoperchiare un vaso di pandora mentre si dovrebbe aprire una riflessione seria sul fatto che l'istituzionalizzazione non è sinonimo di protezione, e tanto meno di benessere. Per non parlare poi dei costi sociali che impone e che risultano sempre più insostenibili in una società che invecchia. Oltre all’istituzionalizzazione, il modello di assistenza agli anziani non autosufficienti prevalente in Italia è ancora “restare nella propria casa, accuditi dai familiari o da una badante”.
    Le badanti in Italia sono circa un milione di cui solo 1/3 regolarmente registrate presso l’Inps con almeno un contributo versato nell’anno e costano alle famiglie circa 10 miliardi di euro all’anno, che vanno tutti all’estero, in quanto le badanti sono tutte straniere, prevalentemente dei paesi dell’est (Romania, Polonia, Ucraina, ecc.) e mandano a casa tutti i guadagni perché non spendono niente in Italia.
    Già questo fatto ci dovrebbe far pensare…in quanto da alcune ricerche risulta anche che a livello nazionale sono 120.000 le famiglie di persone non autosufficienti che hanno dovuto rinunciare alla badante per motivi economici. Infatti per molti, l’impegno economico è diventato insostenibile.
    Migliaia di famiglie hanno utilizzato tutti i risparmi per pagare l’assistenza a un anziano non autosufficiente, alcune famiglie hanno dovuto vendere l’abitazione (spesso la nuda proprietà) per trovare le risorse necessarie, altre famiglie si sono indebitate per pagare l’assistenza e sono molte migliaia le reti familiari che si “autotassano” per pagare l’assistenza del familiare non autosufficiente. A tutto questo si aggiunge che anche quando si ricorre alla badante, l’85% degli italiani sottolinea che è comunque necessario un massiccio impegno dei familiari per coprire giorni di riposo, festivi, ferie, ecc.
    In Italia c'è un esercito di alcuni milioni di persone che assiste volontariamente una persona cara non autosufficiente. Un lavoro a tutti gli effetti, estremamente importante per la società, ma i caregiver in Italia sono lasciati soli, invece di essere protetti da leggi e servizi, come avviene in molti altri paesi europei.
    Non ci sono posti sufficienti nelle strutture pubbliche, e quelle private risultano spesso troppo costose, con una costo medio mensile di € 2.500.

    Riflessioni finali e proposte
    Da questo quadro emerge la necessità di cambiare le politiche nei confronti degli anziani e delle loro famiglie, trasformando gli attuali problemi in opportunità e soprattutto in lavoro per le aziende del settore e per i giovani diplomati e laureati in materie infermieristiche e sociali.
    Sono consapevole che sarebbero necessarie risorse finanziarie consistenti e crescenti, in considerazione del costante aumento dell’invecchiamento della popolazione, ma occorre trovare il modo per reperire tali risorse perché effettivamente il peso economico per gli anziani e per le loro famiglie è ormai troppo alto rispetto ai redditi e alle pensioni e per molti sarà difficilmente sostenibile in futuro, quindi non si può restare fermi, perché non è sufficiente stupirsi e indignarsi, ma occorre lavorare per diffondere nuove idee e sviluppare nuovi progetti.
    Non ci sono ricette miracolose, ma io credo che si possa partire da alcune idee e suggerimenti su quello che è stato fatto in altri paesi europei come la Danimarca.
    Il percorso da intraprendere con una nuova legge è di avviare un processo di cambiamento globale in cui coinvolgere Enti pubblici e privati, Fondazioni bancarie, Università, Terzo settore, Ordini professionali (medici, ingegneri, architetti, ecc.), informatici e specialisti della domotica, per creare un futuro diverso e più dignitoso per chi ha lavorato una vita e ha diritto ad una vecchiaia ed una morte dignitosa.

    Dalla Danimarca nuove idee per il futuro
    La Danimarca è riconosciuta a livello internazionale e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come uno dei paesi più all’avanguardia nel campo dell’umanizzazione dell’assistenza e libera scelta degli anziani. La normativa danese sull’assistenza socio sanitaria fa riferimento alla “carta dei valori danese” che interessa tutti i servizi e tutti i cittadini. Dice sostanzialmente che:
    “Tu hai diritto ad avere:
    • cure personalizzate;
    • aiuto e supporto per le attività quotidiane (pulizia, cibo e altre attività…);
    • aiuto per mantenere e/o recuperare le abilità fisiche, sociali e mentali;
    • la riabilitazione dopo la malattia;
    • due colloqui l’anno dopo i 75 anni (per pianificare il tuo futuro..);
    • l’assistenza infermieristica a domicilio;
    • l’home care o di vivere in una nursing home;
    • scegliere la tipologia di servizio che più ti si addice e se deve essere pubblico o privato…
    In caso di non autosufficienza e disabilità, hai il diritto di avere:
    • presidi e personale dedicato;
    • l’assistenza sempre ad ogni ora (anche la notte, durante le festività e le vacanze estive ecc.);
    • l’assistenza dev’essere personalizzata sui tuoi bisogni, confezionata su misura per te …”
    La Danimarca non registra evasione fiscale e la loro pensione minima è di circa 800 Euro. La popolazione è costituita da circa 5. 250.000 abitanti di cui 1.5 mil. sono gli over60enni.
    I loro servizi di eccellenza sono l’home care (assistenza domiciliare) che raggiunge il 20 % degli anziani (in Italia il 2%), le nursing home ed i centri diurni.
    La finalità dei servizi danesi è di pensare all’anziano innanzitutto come risorsa che concorre alla programmazione, gestione ed erogazione dei servizi. La logistica, l’organizzazione dei servizi e le pratiche quotidiane sono finalizzate a mantenere più a lungo possibile vitali le abilità residue degli anziani a livello cognitivo, di relazione e fisico.
    Per comprendere appieno gli elevati standard di qualità dei servizi socio sanitari integrati offerti ai danesi, anziani e disabili, è necessario soffermarsi brevemente su alcuni aspetti e sui livelli organizzativi del Paese.
    Le politiche sull’assistenza socio sanitaria danese agli anziani sono orientate dal Consiglio degli Anziani del Comune, si tratta di un organo elettivo che affianca il Consiglio comunale e la Giunta.
    Ogni danese che ha compiuto sessanta anni è elettore del Consiglio degli anziani (da rilevare che l’età pensionabile è sessantasette anni).
    Le nursing home, che assicurano anche l’home care, non hanno nulla a che vedere con le nostre tradizionali case di riposo e le strutture protette per non autosufficienti.
    Oggi sono 1.200 di cui 150 gestite dal no profit. Sono strutture costituite in media da ottanta miniappartamenti realizzati con domotica per persone di ogni età disabili o affette da demenza. Sono attrezzati con servizi di riabilitazione, laboratori e attività ludico ricreative rivolte anche all’esterno.
    Ogni miniappartamento, di circa 55-60mq, è fornito di angolo cottura, letto ortopedico e bagno per disabili, il mobilio e le suppellettili sono invece dell’anziano o del disabile. In ogni punto dell’abitazione è possibile non solo chiamare il personale con un apposito campanello ma, in caso di necessità, trasportarlo con un sollevatore elettrico agganciato al soffitto.
    Fuori la porta del miniappartamento c’è il campanello e una targa personalizzata con nome e cognome dell’abitante, nessuno può entrare senza che l’anziano o il disabile lo desideri.
    L’anziano o il disabile:
    • sostiene l’affitto del miniappartamento la cui cifra è costituita da una percentuale fissa sul reddito/pensione stabilita dal Comune;
    • decide il livello ed il ritmo delle pulizie del suo alloggio, quali servizi “acquistare” (il corso di addestramento al personal computer, il corso di ginnastica, quello di pittura o cucina ecc.);
    • può uscire all’esterno sempre e comunque (se necessario utilizzando la sedia a rotelle elettrica e la navetta della struttura):
    • se è in grado può fare la spesa e provvedere ai pasti per proprio conto e usufruire della lavanderia interna con macchine a gettone, ecc.
    La sala da pranzo della nursing home è aperta tutto il giorno e fornisce pasti a buffet secondo gli orari che ciascun anziano o disabile decide autonomamente e se necessario, anche nel suo miniappartamento.
    Il familiare può essere ospitato della nursing home per quindici giorni in miniappartamenti riservati.
    I prezzi dei pasti, della lavanderia o di altri servizi sono estremamente accessibili e stabiliti dal Comune anche nel caso in cui la nursing home sia gestita dal no profit. Gli arredi e la logistica sono funzionali ma anche accoglienti con la presenza di voliere, acquari e numerose piante. Tutte le strutture sono dotate di giardini e terrazze.
    Dagli anni Ottanta in poi le nursing home si sono trasformate in centri polivalenti aperti alla popolazione, con palestre per la riabilitazione, per l’ergoterapia, laboratori di bricolage, musica, computer, tessuti, falegnameria, biliardo, biblioteche, arte ecc.
    Responsabili delle nursing home sono infermieri, fisioterapisti o ergoterapisti ed educatori.

    I centri diurni comunali sono invece finalizzati a rimettere in gioco l’anziano come risorsa, sono aperti alla popolazione di ogni età, fungono infatti anche da doposcuola e sono gestiti proprio grazie all’aiuto dei pensionati. Dedicano particolare attenzione allo studio della cultura locale, alla pratica dei mestieri tradizionali, alla creatività e al mantenimento delle abilità residue di anziani e disabili.
    Il centro diurno danese è attrezzato di falegnameria, scuola e laboratorio di musica dove i giovani possono incidere compact disk, laboratorio artistico e di tessitura, sala biliardo, teatro, aula con postazioni informatiche per l’addestramento all’utilizzo della posta elettronica e di internet, zona didattica, sala pranzo a buffet aperta ai cittadini, bar.
    I centri privati sono soggetti agli stessi standard dei servizi pubblici in merito a qualità, efficienza e all’adeguamento dei prezzi dei servizi che utilizza la popolazione. Solo una piccola percentuale di danesi comunque sceglie i servizi privati. Notevole ruolo hanno a livello nazionale e locale le federazioni degli anziani (club locali per pensionati). Due sono quelle con maggior peso politico, ciascuna ha circa 450.000 soci e svolge funzioni di indirizzo delle politiche socio sanitarie e nella tutela degli anziani e disabili.

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  • Viaggio tra le parole che stanno sparendo: RESPONSABILITÀ. Formiamo un muro contro gli irresponsabili

    ferdinando schiavoA differenza di campi come lo sport agonistico, in cui l’incompetenza è manifesta e innegabile, in altri distretti l’incompetenza si manifesta in maniera sfacciata. E ciò accade poiché a queste persone manca una competenza che si chiama “metacognizione”: si tratta della capacità di capire quando non si è bravi in qualcosa, di sapere arretrare di un passo. La perplessità è l'inizio della conoscenza afferma Kahlil Gibran in "Le parole non dette".
    E poi c’è l’effetto Dunning-Kruger! Sono i nomi dei due psicologi della Cornell University, David Dunning e Justin Kruger, che hanno studiato quanto sia altamente improbabile che persone disinformate o incompetenti riconoscano la propria o l’altrui ignoranza o incompetenza. Lo studio è del 1999 e in sintesi descrive il fenomeno per cui più si è ottusi e più si è convinti di non esserlo: “non solo giungono a conclusioni erronee e compiono scelte infelici, ma la loro incompetenza li priva della capacità di rendersene conto”.
    Muro

  • Walther Orsi: singoli cittadini e gruppi informali promuovono Buone pratiche sociali per una miglior qualità della vita

    walther orsiWalther Orsi- sociologo, formatore, saggista. Si è interessato di politica sociale, sociologia delle organizzazioni socio-sanitarie, sociologia della salute, prevenzione del disagio giovanile, promozione della salute nei processi di invecchiamento

    Due anni fa è stato proponente/redattore e ora coordinatore, sempre come volontario, del progetto “Buone pratiche sociali” inserito all’interno dell’Associazione nazionale Cittadinanzattiva, nella sua diramazione regionale in Emilia-Romagna. Prima di entrare nelle finalità del progetto e nelle azioni individuate e praticate pongo la prima domanda: cosa sono le “Buone pratiche sociali”, cosa hanno in comune e cosa le differenzia dalle diverse attività che le organizzazioni di volontariato promuovono sul territorio regionale e nazionale. Perché questo diverso livello di partecipazione?

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