Mi è capitato spesso di attraversare la nostra pianura nel periodo estivo e ogni volta sono rimasta incantata dalle grosse balle cilindriche lasciate sui campi dopo la mietitura: il sole le fa brillare sulle stoppie e il paesaggio ricorda i quadri di Van Gogh.

 E' una magia creata con l'aiuto delle macchine utilizzate dai contadini per i lavori estivi, ma io ricordo quando tutto, o quasi tutto, veniva fatto a mano e la mietitura, ad esempio, coinvolgeva non solo i contadini, ma anche buona parte degli abitanti del paese che aspettavano quei lavori stagionali per portare a casa qualche soldo in più.


La mietitura
La giornata lavorativa cominciava prestissimo e i mietitori si radunavano sull'aia in attesa che il "rasdor" dicesse su quale campo di grano ci si dovesse recare.
Ognuno aveva la sua falce e dei vestiti adatti a riparare il più possibile dalla polvere e dal sole: larghi cappelli di paglia, fazzolettoni al collo e, spesso, piedi nudi.
Noi bambini seguivamo le mamme, perchè a casa non restava nessuno che badasse a noi e ci rendevamo utili posando a terra i "ligam". I mietitori con gesti rapidi e sicuri falciavano gli steli ormai secchi, adagiavano sui legami le mannelle di frumento fino a comporre il covone, che veniva legato e sistemato all'impiedi (con le spighe rivolte verso l'alto) accanto agli altri. Sarebbe poi passato il carro tirato dai buoi a caricarli e a portarli alla cascina.
Noi bambini avevamo anche il compito di portare l'acqua ai mietitori e facevamo la spola tra la cascina e il campo. Al nostro arrivo essi smettevano un attimo di lavorare e ognuno attingeva un buon mestolo di acqua fresca dal secchio riempito al pozzo.
Ricordo con particolare nitidezza i volti arrossati dalla fatica e dal gran caldo e la polvere che si appiccicava ai volti sudati dei mietitori.
Il sole picchiava forte e le stoppie pungevano piedi e caviglie dei mietitori, ma c'era sempre qualcuno che amava cantare e che ogni tanto intonava una di quelle canzoni che tutti conoscevano; via via altre voci si univano alla sua a formare un coro che parlava di fatica sì, ma di fatica condivisa e per questo più sopportabile e più umana.
La spigolatura
Durante la mietitura, molte spighe restavano a terra: per noi che non avevamo campi da coltivare erano preziose e ci davamo alla spigolatura.
La mattina ci alzavamo alle prime luci dell'alba, ci portavamo un po' di pane, qualche frutto e un po' d'acqua e andavamo sui campi appena mietuti, dopo aver chiesto il permesso al loro proprietario, che mai si sarebbe sognato di negarcelo.
Arrivavamo sul campo coi piedi bagnati di rugiada e l'aria ancora fresca rendeva meno pesante la fatica. Ricordo mia madre, col capo avvolto in un fazzolettone, china sulle stoppie taglienti che ci ferivano le caviglie, scrutare il terreno per individuare le spighe dimenticate o cadute durante la mietitura. Io e mia sorella la imitavamo e facevamo a gara per fare le mannelle più grosse, che poi riponevamo in un sacco. Mio padre sarebbe arrivato con la bicicletta e lo avrebbe caricato sulla canna.
Ci facevano compagnia gli uccellini che a quell'ora riempivano l'aria coi loro cinguettii e che forse non erano troppo contenti di vedersi contendere quel ben di Dio. Qualche lontano muggito ci diceva che alla fattoria era l'ora della mungitura.
Col passare delle ore, il sole picchiava sempre di più sulle nostre teste e la fatica era sempre più evidente sulle nostre facce arrossate e sudate, ma nella tarda mattinata ormai il sacco era pieno e potevamo tornarcene a casa.
Oggi, la cultura dello spreco ci ha contaminato e, sembra incredibile, che non troppo tempo fa si facesse concorrenza agli uccellini per procurarsi la farina per l'inverno.

Un drago nell'aia
Pochi giorni dopo la fine della mietitura, succedeva che una mattina, all'alba, il borgo veniva svegliato dallo sferragliare della trebbiatrice.
Allora mi alzavo e andavo di corsa alla vicina fattoria.
Ogni volta quella enorme macchina che riempiva l'aia, mi incantava: mi sembrava un grande drago meccanico, la cui testa enorme continuava ad andare su è giù, su e giù... Mi pareva somigliasse al mostro raffigurato nelle immagini di S. Giorgio, solo che non sputava fuoco, ma ingoiava i covoni che un addetto, tutto imbacuccato come se fosse inverno, lanciava nel suo inghiottitoio.
Attorno, in mezzo a un frastuono assordante, si affaccendavano parecchie persone, che andavano avanti e indietro avvolte da una nuvola di polvere e di pula, che il gran caldo faceva appiccicare alla pelle umida di sudore. Una di quelle persone era addetta all'imballaggio della paglia e un'altra ancora raccoglieva il grano che veniva ammucchiato sull'aia, là dove era pavimentata proprio per accogliere il raccolto.

Nei giorni successivi il grano veniva steso, perché asciugasse al sole e noi bambini venivamo incaricati di fare la guardia perché i passeri non facessero troppa festa, così ci appostavamo in un angoletto in ombra, pronti a sbucare fuori schiamazzando appena qualche passero si posava goloso a rimpinzarsi il gozzo.
Dovevamo anche rimescolare di tanto in tanto il grano perché si asciugasse uniformemente, allora strascicando i piedi nudi tracciavamo dei solchi concentrici in quella distesa dorata, o meglio una grande enorme spirale, sotto il sole cocente.
La luce era abbagliante, il grano era caldo e i chicchi ti facevano un lieve solletico scivolando tra le dita.
A sera i contadini con grosse pale di legno ammucchiavano di nuovo il grano per poterlo coprire e per ripararlo così dall' umidità della notte, ma l' indomani il rito dell' essiccazione si sarebbe ripetuto fino a che il grano fosse stato pronto per attendere la molitura.

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