rosanna vaggeMi riferisco a quel gioco in cui bisogna incastrare tra loro i pezzi di cartoncino di piccole dimensioni fino a risalire all’immagine originale rappresentata nel coperchio della confezione: il puzzle. Esistono puzzle di piccole dimensioni, con poche decine di pezzi e puzzle giganteschi in cui il numero di pezzi può arrivare a 32.256, come cita Wikipedia. Veri e propri rompicapi.
Il puzzle del corpo umano di quanti pezzi sarà composto?
E il puzzle della mente ? E come si incastrano tra loro ? Mi chiedo, perplessa.
Così, a occhio, mi verrebbe da dire che i pezzi sono tanti e che troppo facile sarebbe che corrispondessero al numero di organi presenti nel corpo umano comprese anche le singole ossa. Nel caso ci fermeremmo a poche centinaia. E se fossero tanti quante le singole cellule ? Una stima riferita a un maschio adulto giovane di media altezza e peso intorno ai 70 chili, parla di 100 mila miliardi di cellule. No, troppo, non complichiamo le cose.

L’unica certezza è che, per ricomporre l’immagine che sta nel coperchio, bisogna incastrare i pezzi, l’uno con l’altro e averne a disposizione un certo numero, altrimenti, il nostro intento è fallimentare. E se si è perso il coperchio ? O se semplicemente l’immagine d’insieme è indefinita? Sfumata? Parziale? Mamma mia …. Le cose si complicano davvero!
Immaginiamo che il coperchio con il disegno che dobbiamo ricostruire sia il paziente sano. Ecco già la prima difficoltà: il nostro paziente ora è malato. Se ne deduce che non possediamo il disegno preciso (sano) per ricomporre il nostro puzzle.
Tanto più è alta la criticità della malattia, tanto più frammentarie saranno le notizie riguardanti la sua storia, le sue abitudini, la sua caparbietà, la sua voglia di vivere e tanto più importante sarà, da parte del medico, correggere o tamponare le situazioni emergenti di volta in volta, comprese le ansie dei familiari. Pensando alla metafora del puzzle, è come se nelle situazioni di criticità, si cercasse di ricostruire il disegno d’insieme, di per sé sfumato, tra le dune del deserto: ad ogni folata di vento singoli pezzi di cartoncino voleranno via per nascondersi sotto la sabbia o disperdersi chissà dove.
Il medico deve inesorabilmente tenere conto di queste difficoltà: parziale immagine di copertina, pezzi incompleti perché distrutti o dispersi. Lo facciamo ? E sempre? Lascio a voi la risposta.
Tanto più alta è la criticità della malattia, tanto più bisogna andare a fondo sui problemi e far ricorso a chi ne sa di più: gli specialisti. Detto in altre parole, non possiamo ricercare da soli i singoli pezzi da incastrare, non li troveremo mai, bisogna chiedere aiuto a persone che abbiano un’idea un po’ più precisa di una parte del disegno e abbiano un occhio un po’ più addestrato per evidenziare e assemblare i pezzi che riguardano quella parte specifica. Certo, quattr’occhi vedono meglio di due e otto ancora di più : sicuramente si raccoglieranno più cartoncini, ma è sufficiente un maggior numero di pezzi, incastrati un po’ di qua e un po’ di là, per avere un’idea più precisa del nostro disegno? Immaginiamo che si riescano a ricostruire piccole parti che fanno pensare al piede sinistro, altre alle dita della mano destra, altre al cuoi capelluto, certo, è meglio che niente, ma il numero dei pezzi non può aiutare più di tanto. Che cosa si può fare? La soluzione non è certo quella di aumentare i “ricercatori di cartoncini”: finiranno per spintonarsi l’uno con l’altro, rubarsi i pezzi, in una sola parola ostacolarsi vicendevolmente, in buona o cattiva fede poco importa. Si sa che l’essere umano tende al protagonismo e la conflittualità è di casa in ogni contesto.
E allora? Se facessimo ricorso ai detti popolari ? Il loro buon senso è consolidato dal tempo, senza dubbio. Non è forse vero che “Chi fa da sé fa per tre” e che è “Meglio soli che mal accompagnati” ? Mia nonna diceva: “Meglio pochi buoni che tanti sgangherati” conferendo al termine “sgangherati” una accezione molto, molto ampia. Ma, pochi o tanti, qualcuno che tira le fila ci deve pur essere, qualcuno che coordina, che, mentre cerca i suoi pezzi, dà un occhio ai pezzi degli altri, che se trova un pezzo di pertinenza dell’altro glielo porge e non lo butta nel mucchio, che non si fa problemi a porre domande, a rivedere la sua posizione, a scansarsi, se il caso, ad aspettare il momento giusto per agire. Questo qualcuno è importantissimo. Perché si adopera affinché i pezzi e gli incastri siano ricercati da tutti con meticolosità e tenacia, si fa carico di ciò che sta intorno al disegno e di dove spostare il disegno, quando è pronto per questo passaggio. A volte sarà a buon punto, a volte solo abbozzato, a volte totalmente distrutto, ma completo non lo sarà mai. Questo quel qualcuno lo sa, ma anche gli altri lo devono sapere.
Ma come si fa a fare le cose insieme e bene?
Oggi va di moda il termine alleanza. Si parla infatti di alleanza terapeutica tra medico e paziente, alleanza competente tra cittadini e professionisti della cura e così via. A me non convince affatto. La parola alleanza è usata per definire l’intesa politico-militare tra due o più stati; è un accordo, un contratto su interessi comuni, in genere economici che si stipula e si può rompere oppure un’unione con Dio, fondata sul sacrifico di Cristo, come cita il nuovo testamento. E’ una parola che mi fa pensare alle guerre, al conflitto, all’immolazione di qualcuno e che lascia poco spazio alla fiducia, alla speranza, all’amore, alla passione, sentimenti fondamentali nel processo di cura.
Possibile che non esistano altri termini per esprimere come si possano fare le cose bene e insieme?
Ci vuole complicità: è questa la parola giusta. La complicità è l’intesa segreta tra amanti, fratelli, amici che mette in gioco i sentimenti dell’uno e dell’altro ed è finalizzata al bene comune. Se si consulta il Dizionario Sabatini Coletti, certo si ritrovano altri significati, meno lodevoli del temine complicità: 1. Partecipazione diretta o indiretta a un'azione illecita; 2. Sostegno, aiuto dato in un'azione riprovevole SIN connivenza. Anche in questi casi, però, le emozioni non sono escluse, anzi è la complicità stessa a renderle implicite e a esaltarle.
Insomma in altre parole, se fossi malata, vorrei avere un complice che mi aiuta a superare la malattia, non un semplice alleato. Questo è il mio parere.
Come al solito, mi sono persa , devo tornare alla mia domanda iniziale: se mancano troppi pezzi …. Cosa succede?
Assodato che i pezzi sono difficili da trovare e incastrare l’uno con l’altro perché sono tantissimi e dispersi ovunque, anche se ci si avvale del numero giusto di ricercatori esperti, e che il puzzle, appena possibile, spesso quando è solo abbozzato, va protetto e spostato nel modo e nel posto più appropriato, la risposta mi sembra fin troppo semplice. Se mancano troppi pezzi, non si riuscirà a nulla. Se il nostro puzzle è la salute, la salute non si otterrà. E questo è drammatico.
Eppure alla salute ci teniamo tutti, poveri e ricchi, giovani e vecchi.
E se provassimo a diventare tutti complici anziché alleati? Chissà che le cose non cambino!

Biografia
Lista articoli