E' tutto il giorno che mi frullano in testa queste parole: fattori umani. Ma che cosa sono? Mi chiedo?

 E allora ricorro al dizionario online e scopro la definizione elaborata dalla FAA (Federal Aviation Administration): "I Fattori Umani si rivolgono allo studio delle facoltà umane e delle loro limitazioni [...]. Nel mondo dell'aeronautica civile, questo è sinonimo di salvaguardia della vita dei passeggeri e degli operatori che quotidianamente affidano la loro vita a mezzi, strumenti, procedure ed altri uomini e donne[...]".

Sembrano proprio qualcosa di importante, allora, questi fattori umani! Qualcosa che vale davvero la pena di studiare, se sono in grado di condizionare quello che facciamo, di dettare un comportamento o di impedirci di agire in un modo piuttosto che in un altro, a dispetto, talvolta, delle procedure.
Il campo di interesse è vasto, comprendendo la fisiologia, la psicologia, la progettazione delle infrastrutture del posto di lavoro, le condizioni ambientali, l'interfaccia uomo-macchina, l'antropometria e chissà quante altre che Wikipedia non cita.
Ma sono solo queste? E l'aria che si respira in termini emozionali, la paura, la vergogna, l'orgoglio, la rabbia, il rancore fanno parte oppure no delle condizioni ambientali ? Modificano in qualche modo l'interfaccia uomo-macchina? Oddio !!! Che confusione !!!
Eppure devo venirne fuori e capire qualcosa di più su questi "fattori umani" che, non potendo scrollarceli di dosso, dobbiamo perlomeno tentare di farceli alleati. Ma come e di che cosa? Certamente della finalità che ci proponiamo, ma è indubbio che prima bisogna conoscerli.
Per questo, non mi resta che frugare nella memoria della mia vita professionale.
Sì, ricordo: quando lavoravo in Pronto Soccorso ed ero arrabbiata con mio marito, Argentino della provincia di Buenos Aires, qualunque persona che vagamente ricordasse la cadenza latino – americana o intercalasse parole spagnole all'italiano, era condizione sufficiente per irritarmi. Se ne deduce facilmente che la mia valutazione clinica non poteva essere come se non fossi irritata. Non avrei potuto concentrarmi sull'anamnesi, distratta dal cogliere il minimo accento o la declinazione scorretta dei verbi. E, come è noto, la storia clinica è troppo importante in medicina d'urgenza. Allora chiedevo ad un altro medico se poteva occuparsi del paziente "irritante". Essendo il capo lo potevo fare, e, scherzosamente, ne esplicitavo la ragione. Diversa sarebbe stata la situazione se il latino-americano fosse arrivato in coma. Ne sono certa o quasi. La gravità della situazione avrebbe stimolato il mio essere medico e pure responsabile di Pronto Soccorso e poi, il paziente, in quello stato, non avrebbe potuto parlare e io non avrei potuto cogliere alcuna inflessione linguistica capace di irritarmi e alterare la mia capacità decisionale.
Infatti non ricordo alcuna occasione in cui abbia fatto caso alle generalità dei pazienti giunti in codice giallo o rosso. Quei pazienti non mi irritavano, che bisticciassi o no con il marito.
Mi succedeva questo per un fattore umano? Se è così, essere arrabbiata con il marito fa parte dei rischi correlati ai fattori umani. Generalizzando si potrebbe dire che la rabbia è un fattore umano. Ma se si analizza questa mia piccola esperienza e si considera che, di fronte alla stessa rabbia per il marito, l'irritazione compare solo nei confronti dei pazienti in grado di raccontare i loro problemi, ma non in quelli che hanno alterazioni dello stato di coscienza, quindi verosimilmente più gravi, occorre ipotizzare che il fattore umano (rabbia, rancore, risentimento, pregiudizio, quello che sia) condiziona diversamente l'agire secondo la situazione (in questo esempio relativa alla gravità clinica). E' forse questo il contesto ambientale di cui si parla?
E se non fossi stato il responsabile del Pronto Soccorso? Se avessi avuto un ruolo diverso e non avessi potuto delegare alcun altro?
Ecco che, volendo fare la cosa giusta, la mia irritazione me la sarei dovuta scrollare di dosso, perché è difficilmente ipotizzabile che il processo decisionale non risulti alterato quando si è distratti da un qualche sentimento, tanto più se negativo.
A questo punto, viene chiamato in causa l'obiettivo, cioè dove vogliamo arrivare. Se l'obiettivo è ottimizzare la prestazione professionale, ad esempio la cura, il sentimento negativo che si impossessa di noi deve essere individuato, quindi ridimensionato e, se possibile, annientato. Se, per una semplice arrabbiatura con il marito, risulta tutto così complicato, figuriamoci un po' cosa può succedere in situazioni di difficoltà estrema, come un terremoto, un incendio, un aereo che cade, una nave che affonda, situazioni che coinvolgono un mucchio di persone, di tutte le età, con ruoli, capacità e reazioni differenti. O anche, individualmente, se un medico si trova di fronte ad un paziente che non si risveglia dalla sala operatoria o non riesce a fronteggiare un'emorragia inarrestabile che si sta portando via il malato.
Le cose si complicano davvero.
A proposito di contesti di estrema urgenza, mi viene in mente quando (era l'8 marzo del 2007) mi sono ritrovata a rianimare un signore colto da morte cardiaca improvvisa mentre arrancava con la sua bicicletta su un tratto di strada di montagna, un passo, ben lontano dalla centrale operativa 118. Che emozione quando ha ripreso a respirare facendomi balzare in dietro alcuni centimetri mentre continuavo a massaggiare con forza crescente! Quel primo respiro, stertoroso, russante, è stato come un doping ad azione ultrarapida che mi ha dato una carica incredibile. Di Marino (ora siamo amici, quindi la storia è a lieto fine) ricordo le pupille dilatate, midriatiche in termini medici, la tuta da ciclista rossa e nera (ideale per effettuare il massaggio cardiaco senza dover scoprire il torace), una piccola ferita sulla fronte che aveva prodotto un rigolo di sangue, ormai rappreso che arrivava fino alle labbra, il calore del sole pomeridiano di quella giornata di fine inverno, il bruciore delle ginocchia sull'asfalto dissestato, il rumore delle mie compressioni sul torace. Ma quel respiro!! Non lo dimenticherò mai più!
Eppure le linee guida internazionali hanno enfatizzato per anni l'importanza della manovra GAS (GUARDO-ASCOLTO-SENTO) per valutare l'esistenza o meno di attività respiratoria prima di procedere alla respirazione bocca-bocca. Basta contare fino a 10, un numero al secondo: 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – ecc: se non si sente niente né con l'orecchio né con la guancia (eventualmente bagnata dalla propria saliva per aumentarne la sensibilità) né si vede muovere il torace, allora non respira. E se non respira bisogna fare il BOCCA-BOCCA. Semplice, vero? Sulla carta forse sì, ma nella vita? I numeri parlano chiaro. Le percentuali di sopravvivenza degli arresti cardiaci in strada in sedi a 20 km dal 118, risultano 0%. 350.000 sono i pazienti colti da morte cardiaca improvvisa per anno negli Stati Uniti, 60.000 quelli in Italia (1 ogni 19 minuti); l'utilizzo del defibrillatore è fondamentale per far ripartire il cuore, ma le percentuali di successo scendono del 7-10% ogni minuto che passa; il solo massaggio cardiaco, utilizzando solo le mani (only hands dicono gli anglosassoni), effettuato da chi è lì, per caso, indipendentemente da fatto che sia idraulico o commerciante o avvocato o che abbia 20 anni o 80, può allungare questo tempo e salvare una vita e/o evitare esiti invalidanti non da poco. Eppure, nonostante le nuove linee guida del 2010 segnalino che il massaggio cardiaco, nelle prime fasi dell'arresto circolatorio, è più importante della respirazione, la maggior parte degli istruttori, che mi è dato di conoscere, per causa dei fattori umani (pigrizia, convenienza, superficialità, presunzione, ignoranza ecc.) continuano a fare di tutte le erbe un fascio e a enfatizzare la valutazione del respiro e la respirazione bocca-bocca . E la riluttanza? Non è forse anche questa un fattore umano? Perché mai una persona adulta in cui il cuore ha improvvisamente cessato di battere dovrebbe respirare? Non è logico pensare che la respirazione cessi di conseguenza? E che il solo massaggio cardiaco, continuato fino all'arrivo dei soccorritori, possa aiutare a vincere l'ansia e l'esitazione ad agire e salvare una vita?
Tornando a Marino, ricordo che quando ha ripreso a respirare ha fatto un gran rumore, al punto da farmi retrocedere di qualche centimetro; forse avrà avuto i bronchi intasati da catarro, forse era per la conformazione del suo torace o delle sue prime vie aeree, comunque sia mi chiedo: "C'è bisogno della manovra GAS per 10 secondi per capire se una persona respira?". Vogliamo tenere presente, che una cosa è il manichino, e altra cosa è una persona colta da malore?
Ricordo poi i sobbalzi di Marino ad ogni scarica del defibrillatore. Quante scariche? Non saprei proprio, ma certamente più di una.
Ricordo la disperazione dei soccorritori e le loro implorazioni: "Perché non arriva il 118? Qualcuno li richiami, per favore!!".
Ricordo le pale dell'elicottero che spazzavano via tutto e il rianimatore che si calava lentamente lungo la fune, proprio come nei film.
Ricordo la faccia sorpresa del rianimatore, non appena ha realizzato che il paziente era stato ripreso dopo il massaggio cardiaco di una collega, medico d'urgenza, che ben conosceva e con la quale aveva lavorato fino a pochi anni prima. Mi guardava, sorpreso, quasi attonito, poi guardava la vittima distesa a terra, con in mano il laringoscopio, pronto ad intubare e sembrava dire: " Ma cosa ci fa qui? E' proprio come il prezzemolo? Sogno o son desto?". L'intubazione era difficile, so che ci sono quelli con il collo corto o la laringe un po' spostata per cui si chiamano proprio intubazioni difficili e il rianimatore non ci riusciva. E allora guardava me, e poi la vittima e poi di nuovo me e io guardavo i militi della croce rossa, poi gli astanti, i carabinieri, i soccorritori dell'autoambulanza del 118, che nel frattempo era arrivata e si era fermata poco distante, in coda alla fila di auto bloccate. Ma cosa pensava il rianimatore con quel tubo in mano che non andava giù e con le orecchie frastornate dagli allarmi incessanti del saturimetro che marcava valori bassissimi di saturazione di ossigeno? Se fossi un vignettista, avrei scritto nella nuvoletta sopra la sua testa: "Che brutta figura sto facendo di fronte al collega! Quella lì lo riprende e io non riesco a intubarlo ... Che figuraccia!".
Io, con tutto il mio imbarazzo, me ne stavo in disparte, ad osservare la scena. Il mio compito era terminato. Ora toccava ai soccorritori ufficiali, come da copione. Ma il mio cuore era accanto a quello di Marino e tifava per lui, perché resuscitasse sì, ma senza esiti invalidanti. E la cosa, si sa, non è poi così semplice, soprattutto quando i tempi non vengono rispettati a dovere.
Saranno state le eccellenti terapie che la scienza mette a disposizione, o semplicemente la preghiera, che come dice Guerci è il primo farmaco al mondo, Marino è uscito dal coma dopo averci lasciato 5 giorni col fiato sospeso. Dopo 15 giorni ha firmato la dimissione volontaria dall'ospedale rifiutandosi di sottoporsi ad un'angiografia cerebrale per il sospetto di un aneurisma ed è tornato a casa con un defibrillatore impiantato nel cuore. Ha voluto subito conoscermi. Come avevo anticipato, storia a lieto fine.
A questo punto, troppo immersa nel mio racconto, ho perso il bandolo della matassa . E' necessario, quindi, fare retromarcia e analizzare meglio alcune sensazioni.
Il primo respiro di Marino mi ha dato una carica enorme: quindi il credere di poter salvare una vita, più generalmente la motivazione è un fattore umano non da poco. I militi del soccorso, infatti, hanno voluto sapere, giorni dopo, cosa era successo a Marino. Erano venuti a cercarmi, mi avevano pregato di tenerli informati, si erano confidati sul fatto che non sapere mai come finiscono le cose toglie loro la speranza di poterci riuscire. "Non ne salviamo una !" Aveva detto afflitto uno di loro" E quei pochi che sappiamo essere sopravvissuti, restano come zombi!" aveva aggiunto l'altro.
E il rianimatore con la nuvoletta della figuraccia? Come posso pensare che non sapesse che quando la saturazione si abbassa, bisogna fermarsi, cambiare strada, ventilare a mano, tirarla su in qualche modo, altrimenti succedono danni irreversibili? Mi viene da dire che la vergogna, l'imbarazzo, l'insuccesso, siano altri fattori umani , capaci di alterare la nostra percezione del tempo che passa, di rendere sorde le nostre orecchie al suono degli allarmi, di offuscare la visione di altre strade per raggiungere l'obiettivo, che, in questo caso, dovrebbe essere la vita di una persona e non la sopravvivenza.
Quando tutto era finito ,risalita nella mia auto, per raggiungere la casa di riposo, ho provato una gioia immensa, anzi di più, una sensazione forse simile all'onnipotenza, per essere riuscita, solo con le mie mani artrosiche, a recuperare un giovane (Marino aveva allora 50 anni) da un arresto cardiaco, ma è durata solo un attimo. Subito dopo un pensiero struggente: " Come resterà? Se resta in stato vegetativo, cosa ho mai fatto?" Disperazione, paura, complesso di colpa, ben amalgamati e conditi dalla sensazione che fossero pure immeritati, come il peccato originale. A tutto ciò ha fatto seguito una laica preghiera indirizzata al cosmo e alle sue inafferrabili leggi.
Qualcuno ha ascoltato e Marino ogni anno, il giorno dell'8 marzo, mi porta un regalino: miele, farina di castagne, olio del suo, funghi secchi da lui raccolti. Anche a Natale si ricorda di me, ma quest'anno ci siamo fatti solo gli auguri per telefono. Quindi niente funghi secchi.
Paura, coraggio, cocciutaggine, speranza, imbarazzo, timore, stupore, pudore: sono altri fattori umani. Ma quanti sono? Tutte le nostre emozioni condizionano i nostri comportamenti, modificano il senso del nostro agire, monopolizzano l'attenzione su una cosa piuttosto che su un'altra, nella criticità dell'urgenza e nella quotidianità della cronicità. Sempre e ovunque: in strada, in ospedale, nelle case di riposo, negli ambulatori, negli alberghi, nei comuni e nelle chiese, insomma nella società tutta e nella vita in genere.
Conoscerli, sapere che esistono, affrontarli, pensarci un po' su, forse è già qualcosa. Cosa ne dite?
Tante altre piccole storie, esperienze di vita, mi vengono in mente, ma non ho più tempo. Chissà se varrà la pena di descriverle in un prossimo capitolo.

 

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