Carlo Stefano: un nome importante, altisonante, sproporzionato rispetto alle sembianze corporee che aveva assunto dopo anni di malattia; piccolo, magro, volto scavato, occhi increduli.

L'ho conosciuto così, in un letto di una struttura per anziani, dove era stato inserito per l'incapacità di adattarsi ad un apparecchio protesico che gli avrebbe permesso di camminare, nonostante un piede reso deforme e impotente dalla sindrome di Guillian Barrè.

Eppure Valeria, la fisiatra che l'aveva preso in carico, si era prodigata molto per lui, credeva veramente nella possibilità di poterlo aiutare. Ma Carlo Stefano, la protesi, non la tollerava proprio. Si rifiutava di collaborare, non migliorava quasi nulla, tutto appariva inutile, quindi, non avendo parenti stretti, era "fantino", non potendo vivere da solo in casa, l'unica soluzione era quella di inserirlo in una RSA di mantenimento "a vita".
La foto della carta di identità allegata alla cartella clinica sembrava appartenere ad un altro uomo, un uomo robusto e forte: viso tondo, dolce e serioso allo stesso tempo, che lasciava trasparire fermezza e determinazione. Un volto che si addiceva, questo sì, al nome Carlo Stefano. Ma come si era potuto ridurre così?
La scheda terapeutica riportava una serie infinita di farmaci sedativi, soprattutto neurolettici prescritti da vari specialisti, aggiunti, uno dopo l'altro, per combattere la sua aggressività nei confronti di tutti e di tutto, per evitare che si facesse male, che cadesse dal letto, che scavalcasse le sponde, che si strappasse le flebo e così via.
Al mio primo timido tentativo di ridurre la dose di alcuni farmaci, il personale infermieristico mi aveva prontamente risposto: " Occhio, Dottoressa, non si può, picchia tutti, morde e non riusciamo a mettergli il pannolone ...poi, soprattutto fa male a se stesso! E' così, da sempre..!"
Non è stato facile, di fronte a tanta sicurezza, iniziare la "discesa prescrittiva", terminologia che, associata ad uno sguardo furtivo, condivido esclusivamente con Emanuela e ci è utile per non dare troppo nell'occhio e non essere colte in fallo al primo passo falso. Basta poco, un tono di voce un po' più perentorio dell'ospite, un gesto brusco, qualche ora di insonnia ed ecco che " ... è colpa della riduzione dei farmaci". E tu provaci a convincerli del contrario?
Riguardo al tono di voce, problemi non avrebbero dovuto esserci, perché Carlo Stefano non aveva mai parlato, né gridato, non proferiva verbo, chissà da quanto, eppure non era afasico, ma apparentemente nessuno, tra il personale, si era preoccupato di riferirmi il perché di questo comportamento, tutti impegnati a farmi conoscere i parametri vitali diligentemente annotati negli appositi moduli, i cambi di pannoloni, l'apporto alimentare, la diuresi, le evacuazioni.
Devo ammettere di essere stata aiutata dalla sorte a raggiungere il mio obiettivo di effettuare un wash - out terapeutico, quando Carlo Stefano ha iniziato ad avere una diarrea profusa con conseguente collasso circolatorio. Di fronte a ciò era indispensabile reidratarlo per via endovenosa, il resto era inutile, anzi dannoso. Quello che più mi premeva era far comprendere che i farmaci, in generale, ma soprattutto quel tipo di farmaci, erano utilissimi in specifiche circostanze cliniche, ma non dovevano essere perpetuati nel tempo non avendo nessuna capacità di incidere sulle alterazioni del comportamento reattive a malattie o disagi vissuti come inaccettabili.
Avevo lasciato un sedativo per via intramuscolare, da utilizzarsi solo all'occorrenza, con l'unico scopo di rassicurare l'infermiere di guardia notturna, certa che Carlo Stefano avesse ormai perso ogni velleità di ribellarsi anche in condizioni di circolo soddisfacenti, figuriamoci in un momento in cui era disidratato e febbrile.
Così fu.
Carlo Stefano, nonostante la reidratazione che procedeva a gonfie vele e la risoluzione della febbre e della diarrea, rimaneva quieto, tra le sponde del letto, troppo grande per lui, da farlo apparire come un neonato tolto dalla culla e messo a dormire nel lettino del fratello di poco più grande.
Eppure ero certa che comprendesse. I suoi occhi chiari scrutavano tutto ciò che gravitava intorno a lui con tale precisione e assiduità che era impossibile non cogliessero, oltre ai movimenti, anche i nostri pensieri. Si era accorto che qualcosa era cambiato, forse si era accorto di essere ancora in vita, chissà....!
Ho iniziato a parlare con lui, gli ho chiesto se si chiamava Carlo o Stefano o entrambi ed ha risposto annuendo ed atteggiando le labbra nel tentativo di dire si. Gli ho chiesto se era sposato, sorridendo, e ha scosso il capo tenacemente, e dalla sua gola è uscito un suono sordo che assomigliava a un no. Era chiaro, quel gioco gli piaceva, e piaceva anche a me. Carlo Stefano capiva, capiva eccome, faceva fatica a parlare e la voce gli usciva a stento per il troppo silenzio. D'altra parte con chi e perché avrebbe dovuto parlare? Per cosa dire? Che interesse poteva avere a sentirsi vivo?
Da quel giorno abbiamo iniziato a giocare con piccole frasi, botta e risposta, man mano che le sue condizioni miglioravano. Di sedativi non ne aveva proprio bisogno. Appariva sereno.
Un giorno abbiamo deciso di fidanzarci: gliel'ho proposto io, in un momento di sincera spontaneità e lui ha annuito, soddisfatto. Incoraggiata dal successo, sono andata oltre, gli ho proposto il matrimonio, sì, di sposarci, ma quando? " Domani" ha risposto con suono gutturale con una rapidità sorprendente. Sul suo volto, trafitto dalla sofferenza, è comparsa una espressione soddisfatta, gioiosa, consapevole di un sogno irrealizzabile, ma , per questo, non meno bello.
E così è stata data la notizia ufficiale del nostro matrimonio nella data di "domani" a tutto il personale della struttura e sono stati informati anche i pochi amici che, saltuariamente, venivano a far visita a Carlo Stefano.
Un giorno sono riuscita a fermarmi un po' più a lungo a "giocare" con lui. Non so come mi sia venuto in mente, gli ho chiesto se possedeva qualcosa da lasciarmi in eredità. Mi ha fatto cenno di no, risparmiando il poco fiato a disposizione, ma io ho insistito, mettendo in discussione il promesso matrimonio, sul fatto che qualcosa di eredità doveva pur lasciarmi.
"Gli occhi per piangere!" ha aggiunto e il suono gutturale di queste parole è apparso dolcissimo, come il suo sguardo. Avrei voluto dirgli, hai vinto tu, Carlo Stefano, ma sono rimasta immobile, accanto a lui, incapace di emettere alcun suono di voce.
Pochi giorni dopo Carlo Stefano è morto. Se ne è andato in silenzio, dignitosamente, in un giorno qualsiasi, non differente dai giorni precedenti.
L'eredità promessa me l'ha lasciata davvero ed io piango, sorridendo, la sua morte e penso: "E' questa la morte naturale?".

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