lisa orlandoDopo aver ridotto, nascosto, organizzato e dato un diverso significato al nostro tempo, proseguiamo il viaggio “in salita” tra i confini della semplicità, attraverso le pagine di John Maeda[1]. La fatica sarà ricompensata, la cima offrirà nuovi panorami e la possibilità di ridiscendere comodamente…

«Quando, pieno di zelo giovanile, ho iniziato ad attaccare il problema della semplicità, sentivo che la complessità stava distruggendo il mondo e che era necessario porle un freno. […] un amico mi parlò di un pensatore, Ivan Illich[2], e dei suoi scritti sul modo in cui la nascita delle professioni abbia mutilato la persona comune. Gli avvocati risolvono problemi che una volta gli individui risolvevano da sé; i medici curano, mentre un tempo tutti conoscevano le proprietà terapeutiche delle piante».
Abbiamo perso molto sapere, la guida delle stelle, il tempo delle semine, il potere delle erbe, gli ingredienti segreti della cucina, i giochi, persino i sorrisi; abbiamo scambiato la semplicità dello stare insieme con la complessità dell’agenda da organizzare…e ora stiamo perdendo anche la capacità e soprattutto la consapevolezza dell’Abitare.

 chiave

 

 

 

LEGGE 4 - IMPARA
“La conoscenza rende tutto più semplice” [3]

relaziona.loRELAZIONA – TRADUCI - SORPRENDI
Pensiamo a un’azione semplice.
Allacciarsi le scarpe? Lavarsi i denti? L’autore riporta l’esempio di una vite da stringere. Sono realmente azioni e oggetti banali o piuttosto automatismi derivati da anni di continue ripetizioni? La conoscenza, l’esperienza e talvolta l’intuito permettono di raggiungere la semplicità “a occhi chiusi”. «Ciò è vero per qualsiasi oggetto, non importa quanto complesso sia». Per capire l’enorme portata di informazioni che ci occorre per gestire le azioni più scontate dobbiamo riavvolgere il nastro e tornare al punto zero, quello in cui del mondo avevamo solo un istinto atavico. Per un bambino apprendere come si annodano i lacci delle scarpe equivale al tentativo di un adulto di scolpire una statua neoclassica. Se prendiamo l’esempio dell’autore le cose si complicano ulteriormente (e, in effetti, qualche scivolone accade anche da grandi): occorre sapere com’è fatta una vite, che tipo di strumento serva in base alla scanalatura della testa, conoscere il verso di rotazione per stringerla o allentarla…eppure è “soltanto” una minuscola vite.
«La conoscenza è comfort e il comfort è l’essenza della semplicità».
Basti pensare a quanto imbarazzo proviamo nel tornare a essere matricole, inesperti dinanzi a nuove discipline, un’emergenza in casa, una richiesta da parte del capo o di un amico con cui non vogliamo sfigurare. Anche quando si dà per scontata la nostra assenza di sapere (che è proprio il motivo per cui ci siamo iscritti a un nuovo corso) ci sentiamo a disagio, desiderosi di scavare metri e metri di quel pavimento che ci sta sotto i piedi.
«[…] non sono ancora sicuro di quale sia il metodo migliore per insegnare. L’unica cosa davvero utile a questo scopo è vivere l’altro lato dell’insegnamento», ovvero dobbiamo metterci nei panni di. Immaginiamo allora di riempire tante valigie con tutto ciò che sappiamo, ogni cosa, dalla nostra identità, all’uso di un cucchiaio, fino alle conoscenze più complesse e dettagliate. Compriamo un biglietto di sola andata e ci imbarchiamo sull’aereo Alzheimer. Non è difficile immaginare le sorti dei nostri bagagli, come spesso accade, alcuni scompaiono misteriosamente, inghiottiti in qualche buco nero dell’atmosfera terrestre. Ma al loro interno non c’è il nostro maglione preferito, il foulard che sa di mamma o il romanzo appassionante che stavamo leggendo, lì dentro ci siamo noi, la nostra storia e la preziosissima esperienza del mondo. Insieme alla perdita delle informazioni più elementari dobbiamo considerare sintomi tipici e invalidanti come l’aprassia, l’incapacità di compiere movimenti volontari, finalizzati e sequenziali, insieme a deficit motori e visivi. Com’è possibile allora stringere una vite o addirittura vestirsi o lavarsi le mani? Infilo le mutande sopra i pantaloni, uso l’acqua, poi il sapone e infine me ne vado in giro oleoso e gocciolante senza asciugarmi. Non sapere mi paralizza, la frustrazione è così alta che rinuncio a fare per la paura di sbagliare, per l’ansia di arrivare a metà e non capire più come continuare, sono un disco rotto che suona la stessa nota senza poter andare avanti né indietro, intrappolato.
RELAZIONA – TRADUCI - SORPRENDI
Il caregiver è il ponte tra il mondo che definiamo “normale” e la loro realtà rovesciata, interprete e traduttore dei due vocabolari. Attraversare quel ponte ogni giorno è faticoso ma necessario e talvolta offre la possibilità di aprire nuove strade. Conosci il tuo nemico, IMPARA come agisce, trova il suo punto debole e sfruttalo, poi INSEGNA alle sue vittime ciò che hai appreso. Una persona affetta da demenza non è più in grado di ricordare né tantomeno di immagazzinare nuove informazioni complesse. Eppure la terapia migliore è quella di fare e mantenere più a lungo possibile il più alto livello di autonomia. «Lottiamo per avere maggiore indipendenza dall’inizio alla fine della vita. Al cuore dei maggiori premi c’è questo desiderio fondamentale di pensare, vivere ed essere in libertà». Come fare?
«I PRINCIPI DI BASE vanno esposti subito.
RIPETI spesso quello che hai detto.
EVITA di creare disperazione.
ISPIRA citando degli esempi.
MAI dimenticare di ripetere quello che hai detto[4]».
Un ambiente protesico che suggerisca da sé le informazioni necessarie allo svolgimento delle attività quotidiane (come la posizione del bagno e le istruzioni per lavarsi le mani) permette di padroneggiare lo spazio, sentirsi al sicuro e ancora capaci. La ripetizione della medesima informazione facilita l’orientamento. L’autostima e la fiducia che ne derivano sono mezzi potentissimi che permettono di rallentare il decorso della malattia. Per permettere all’anziano di fruire quanto più possibile del proprio spazio, comprensivo di oggetti d’uso comune, non serve un investimento nella tecnologia d’ultima generazione, occorre piuttosto recuperare immagini del passato, che trovano nella memoria un profondo radicamento, perciò più difficili da estirpare. Ci affidiamo al vintage, sempre senza esasperazione (o disperazione) per solleticare il ricordo e facilitare di conseguenza l’utilizzo. La familiarità altro non è che conoscenza e quindi comfort.
«Il buon design sposa funzione e forma per creare esperienze da comprendere immediatamente, senza bisogno di alcuna lezione, si basa sull’abilità di instillare un senso di immediata familiarità, che genera la fiducia necessaria a usare quel prodotto. Il procedimento si basa sull’esistenza di un’esperienza comune, limitandolo a culture e abitudini specifiche».
La sorpresa spesso si ottiene con un doppio senso, un gioco di parole o di concetti. «Le metafore sono utili piattaforme per trasferire una grande massa di conoscenza da un contesto all’altro con un minimo sforzo». Per una mente che fatica a trattenere le più banali informazioni, queste forme di astrazione, metafora e sottili collegamenti sono assolutamente da sconsigliare. Per individuare la porta del bagno non si può risolvere un rebus, l’indicazione deve essere chiara e funzionale. La sorpresa si rimanda all’aspetto più emozionale, suscitando sentimenti positivi e recuperando la semplicità di una carezza, del piacere del gioco, di una risata argentina.

LEGGE 5 - DIFFERENZE
“La semplicità e la complessità sono necessarie l’una all’altra”

ppera«Riconoscere il contrasto aiuta a identificare la qualità che desideriamo Sappiamo apprezzare meglio qualcosa quando lo mettiamo a confronto con qualcos’altro[…]La varietà mantiene viva la nostra attenzione quando le differenze di ritmo ci catturano».
Casa Alzheimer è un luogo di modeste dimensioni, spesso l’unico per i nostri cari, non può e non deve trasmettere monotonia o prigionia, che porterebbero ben presto alla disperazione. Deve al contrario sfruttare l’assenza di mappe mentali, permettendo ogni volta la sorpresa, l’emozione del nuovo, anche se nuovo non è. In ogni stanza qualcosa deve poter catturare l’attenzione, per fare e scoprire, fare e rifare…
L’evoluzione della demenza comporta alcuni deficit visivi tali per cui la persona fatica a valutare dimensioni, distanze, piani relativi tra gli oggetti, tinte fredde e sfumature vicine. E’ il contrasto, la differenza squillante che permette di vedere e quindi di agire. Immaginiamo un pavimento bianco e un tavolo così apparecchiato: tovaglia bianca, piatto bianco, formaggio bianco, la medicina del giorno in forma di pastiglia bianca, bicchiere e bottiglia in vetro. Ebbene il nostro caro non riuscirà a mangiare, né bere, né prendere il proprio farmaco, non riuscirà nemmeno a distinguere i confini del tavolo rispetto al piano sottostante dove spuntano le pantofole, magari bianche anch’esse. La nebbia genera disagio e pericolo. Sta a noi tradurre la realtà, ovattare e nascondere ciò che non deve essere visto ed evidenziare ciò che al contrario va usato, anche per guidare silenziosamente i percorsi. In questo condizionamento la persona manterrà autonomia e autostima nell’idea di poter fare ancora da sola, nell’idea di poter scegliere dove andare. Quando pubblicità e mass media ci instillano un’idea con messaggi subliminali e psicologia induttiva non siamo forse certi che il seme di quell’idea sia stato partorito dalla nostra mente? Qualcuno potrebbe obiettare che si tratti d’inganno, ma quante bugie si raccontano ai bambini? Solo che non le chiamiamo bugie, né inganni o illusioni…le chiamiamo “educazione”, azioni e parole a fin di bene, un dono che alimenta la loro fanciullezza, serenità e spensieratezza, in poche parole il rispetto del loro Benessere.

LEGGE 6 - CONTESTO
“Ciò che sta alla periferia della semplicità non è assolutamente periferico”

guidaFINO A CHE PUNTO SOPPORTO L’ESSERE GUIDATO?
FINO A CHE PUNTO RIESCO A FARE A MENO DI ESSERE GUIDATO?
Immaginate di essere immersi in un compito che richiede grande concentrazione. Man mano vi calate sempre più in quella realtà minuziosa, in un ristretto campo visivo. Potreste essere in ogni dove, ma basta lo squillo di un telefono o del campanello per far riemergere lo sfondo perduto. Quando pensiamo al restringimento dell’attenzione su un solo obiettivo, possiamo utilizzare i termini “limitare” o “focalizzare”, con accezione rispettivamente negativa e positiva. Ma anche focalizzare alla lunga è riduttivo. «Con la precisione del laser puoi illuminare un singolo punto, ma la stessa luce può essere utilizzata per illuminare tutto quello che ti circonda. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di cercare il senso in tutto ciò che ci sta attorno, non solo in ciò che abbiamo davanti, perché l’ambiente è ovunque».
Semplice e complesso, dettaglio e sfondo, è sempre una questione di equilibrio. A chi non è capitato di comprare un quadro o un mobile, ma poi non sapere dove collocarli o rendersi conto che nella propria casa perdevano quel luccichio che avevano in negozio? Progettare significa spostarsi continuamente dal generale al particolare, facendo attenzione soprattutto a ciò che non sembra rivestire alcuna importanza. Allo stesso modo in Casa Alzheimer non basta adottare tutti gli accorgimenti consigliati per l’oggetto unitario, lo spigolo del tavolo, il tappeto all’ingresso, lo specchio del bagno o la luce del corridoio; è necessario creare un clima generale di comfort «un bilanciamento tra familiarità e sorpresa, quel compromesso secondo cui, comunque, non ci si può perdere», nel nostro caso non solo tra le stanze, ma anche e soprattutto dentro se stessi. Le informazioni vanno calibrate, eliminando il superfluo senza perdere il significativo. «L’opportunità persa per l’aumento di spazio sgombro è compensata dalla maggior attenzione per ciò che resta». In Casa Alzheimer dobbiamo riuscire a passare fisicamente dal tutto al singolo, ritagliando delle alcove in cui la persona possa prestare attenzione a una sola attività, senza disturbi né distrazioni, ad esempio per guardare la televisione. Ricordiamo però che dove c’è poco da percepire anche la minima sensazione sembra amplificarsi, spesso in maniera fastidiosa» perciò non scambiamo il poco con il nulla.
L’equilibrio rende tutto semplice eppure è uno dei risultati più complessi da ottenere.

Ai caregivers:
«Mentori».
«Hai bisogno di mentori che ti diano coraggio».
«Ma tutti i tuoi mentori vengono meno a mano a mano che invecchi».
«Si, perché non ne hai più bisogno».
IMPARA dall’Alzheimer, interiorizzalo, anticipalo, condividi le tue esperienze con altri, prendi il coraggio di sperimentare, è l’unico modo per continuare a costruire ponti tra i due mondi, aspettando di trovarsi entrambi sul confine, nello stesso momento…

[1] John Maeda, Le leggi della semplicità, Mondadori, 2006, pp. 148. Graphic designer, artista visivo e teorico dell’informatica, insegna Media Arts Sciences al Massachussets Institute of Technology, MIT. Alcune delle sue opere fanno parte delle collezioni permanenti del San Francisco Museum of Modern Art e del MOMA di New York. Nel 2004 ha dato vita al MIT SIMPLICITY Consortium presso il Media Lab, cui hanno aderito una decina di partner aziendali, allo scopo di definire il valore economico della semplicità nelle comunicazioni, nella sanità e nel gioco
[2] Ivan Illich (1926-2002), scrittore, pedagogista, storico e filosofo austriaco, più spesso ricordato come libero pensatore. Il suo principale interesse fu l'analisi critica delle forme istituzionali della società contemporanea, tanto da essere riconosciuto come uno dei maggiori sociologi dei nostri tempi. La cit. di Maeda si riferisce all’opera “Le professioni mutilanti”, Cittadella, 1978, pp. 158
[3] Maeda ha personalmente curato la rappresentazione grafica di ogni Legge, icone evocative composte da pochi “pixel” in un immediato bianco e nero. Si rimanda al suo sito
[4] Nell’originale inglese i principi sopra esposti fanno capo alle parole “Basics – Repeat – Avoid – Inspire – Never”, da cui l’acronimo BRAIN (cervello)

 

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Author: Lisa Orlando
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