Casa Alzheimer e... dintorni di Lisa Orlando

il blog di Lisa Orlandolisa orlando

 

lisa orlandoCosa si cela dietro alla cortina spesso inespugnabile dell’Alzheimer?
Quanta distanza c’è veramente tra l’avere una malattia ed essere identificati con la malattia stessa?
Ho cercato di immaginarlo in questi versi, accostando la solidità di una vita vissuta alla sabbia mutevole di una nuova storia che non si riesce a comprendere ma che si può ancora raccontare e, soprattutto, vivere. Una farfalla vestita di cielo può ancora far sorridere e non importa cosa c’era prima né cosa accadrà dopo, importa solo adesso.
Guardando gli stormi di uccelli migrare verso sud possiamo pensare che stiano scappando da qualcosa, rei magari di aver sottratto bottini preziosi come gazze ladre di ricordi…oppure possiamo immaginarli in volo verso la libertà, in più ospitali e nuove terre.

lisa orlandoFa sempre un certo effetto guardarsi indietro e ripercorrere le tappe delle cosiddette “rivoluzioni di pensiero”, capire che ciò oggi ci appare scontato è in realtà frutto di battaglie, scoperte, approcci innovativi e, alle volte, tempi molto lunghi. Se da un lato rimaniamo quasi scioccati dal bisogno di ufficializzare questioni indiscutibili, ormai capisaldi del vivere civile, dall’altro si apre la speranza di nuova evoluzione, specie dove l’umano pensiero non ha ancora trovato il proprio equilibrio. Tra un secolo qualcuno si volterà e rimarrà altrettanto stupito dell’impegno profuso per trasformare l’intuizione di pochi in certezza quasi banale per molti.

lisa orlando“Abitare” deriva dal latino “habere” e significa avere stabile dimora e risiedere, rimandando all’idea del possesso, dell’abitudine, di uno stare reiterato, continuo e, per questo, consolidato. La stessa radice etimologica la troviamo in “abito”, come aspetto, comportamento, carattere e attitudine, in una parola “identità”. Abitare significa quindi creare la propria identità come un abito da indossare.

La filosofia moderna distingue l’abito dall’abitudine, conferendo al primo il valore aggiunto dell’impegno rispetto alla sola e meccanica ripetizione di un comportamento, vista negativamente come inerzia e passività.

lisa orlandoAmo le parole. Il suono, l’armonia dei legami, la stessa forma dei caratteri, le infinite possibilità di costruzione, come mattoni di palazzi e città in continuo divenire. Sì perché le parole sanno anche trasformarsi ed evolversi, con l’acutezza dei neologismi, la sfrontatezza del gergo, la voglia di andare oltre i confini, traslitterando o abbracciando lo straniero, sia pure, alle volte, anche in modo goffo. Poi ci sono le emozioni, le linee ramificate di nomi e cognomi, il campanilismo, spesso misto, di cadenze e dialetti, che rimanda alle storie di famiglia e alla storia comune della propria lingua. Amo la loro capacità di stupirmi, risvegliandomi dalla semplice abitudine, dagli errori e le inadeguatezze strascicate. Amo la loro precisione, così affilata e unica.

lisa orlandoEra l’aprile del 1906.
Auguste Deter moriva in un letto della Clinica per dementi ed epilettici di Francoforte, a soli cinquantasei anni. Era stata ricoverata cinque anni prima per un "disordine da amnesia di scrittura", data l’incapacità nel riconoscere e ricordare oggetti appena mostratele, e un disturbo ossessivo di forte gelosia nei confronti del marito.

Primario del reparto era il neurologo tedesco Alois Alzheimer, cui fu presto chiaro che l’evoluzione dei sintomi non era riferibile a nessuna delle malattie conosciute. I disturbi comportamentali di tipo fobico lasciarono rapidamente spazio ai deficit mnesici e di disorientamento spazio-temporale, con un progressivo decadimento cognitivo e conseguente compromissione sociale.

lisa orlando«Si ricordava di quella volta che si era messa a piangere per la sorte delle farfalle dopo aver scoperto che vivevano solo pochi giorni. Sua madre l’aveva consolata spiegandole che per loro non era triste e che solo perché avevano una vita breve non significava che fosse tragica. Guardandole svolazzare sotto il sole caldo tra le margherite le aveva detto: “Vedi, hanno una vita meravigliosa”».
Quest’anno la Notte degli Oscar ha premiato la straordinaria interpretazione che Julianne Moore ci ha regalato dell’Alzheimer.

lisa orlandoPensando alla mia condizione di giovane ricercatrice, riflettevo sulla tanto usata (e abusata) espressione “cervelli in fuga”, timbro di macchia sociale su passaporti e carte d’imbarco, quasi un reato di tradimento che sporca la fedina del nostro senso civico e dell’amor di patria.

Mi sono poi resa conto che, per ironia della sorte, lo stesso tema delle mie ricerche riguarda la fuga di cervelli: ricordi, identità, storie, emozioni, gestualità che si disperdono nel vento come uscissero dalla ruota bucata di una bicicletta.

lisa orlandoConcludiamo la lettura delle pagine di John Maeda[1], senza considerarlo un approdo quanto piuttosto l’inizio di un viaggio con nuove mete e nuove prospettive.

In Casa Alzheimer abbiamo ridotto, nascosto, organizzato, rivalutato il tempo, imparato, messo ogni cosa in relazione e risonanza.

 Ora entriamo nella parte più complessa della semplicità, quella legata al soggettivo, alle emozioni, ai sentimenti, al senso di appartenenza e al cosiddetto Zeitgeist[2], lo spirito del tempo.

«La tecnologia e la vita diventano complicate solo se lasciate che lo diventino […] Ricordo uno studente di nome Marc, volontario in un ricovero per anziani poveri. Mentre lavorava aveva avuto modo di notare che sopra al letto di ogni paziente c’era una sola mensola, su cui erano poggiati tutti i suoi averi.