Il diritto può essere declinato in diverse accezioni: come norma di tutela della convivenza, come statuizione di un accordo raggiunto, come riconoscimento di una necessità/bisogno di una condizione individuale da tutelare ogni qualvolta si presenti.
La lettura del libro di Paolo Cendon, con relativa intervista, il titolo di questa rubrica “ Mille parole per l’eguaglianza” mi hanno riportato ai diversi momenti in cui mi sono ritrovata a operare perché l’esercizio di un diritto rivendicato da fasce di cittadini o loro rappresentanti diventasse norma o se già riconosciuto fosse rispettato. È stata un’opportunità utile e stimolante.

I miei studi universitari- tralascio perché puramente casuale, come emerge da un mio lessico improprio, la scelta della facoltà di giurisprudenza- coincisero con la nascita dei movimenti studenteschi, che rivendicavano, tra altre cose, un diritto al sapere, non condizionato dalle condizioni socioeconomiche di partenza (eguaglianza di base) e a una conoscenza aperta non vincolata dai “baroni” (le insopportabili dispense dei docenti, uniche “verità rivelate").
Poi, scelte consapevoli, d’impegno sociale e politico e di attività professionale hanno incrociato un continuo evolversi di diritti emergenti o perché nuovi o perché derivanti da mutate richieste dei cittadini, in un continuum di esigenza individuale (e collettiva) di conoscenza, informazione, partecipazione, responsabilità e richiesta di contare nelle scelte che attengono alla propria salute, alla propria vita e ai propri affetti.
Suddivido questa evoluzione, scandita sul tracciato temporale professionale, che dividerei in tre fasi specifiche.
Il primo stadio fu la domanda di partecipazione che, a cavallo tra gli anni 60/70, sull’onda dei movimenti studenteschi e operai emerse nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nel territorio.
Localmente, con tempi e modalità diverse i comitati di quartiere, organismi di volontariato, furono riconosciuti nella legge n. 278/1976 e divennero organi amministrativi dei Comuni, con una riorganizzazione di servizi, competenze e procedure dei vari organi.
Nella mia esperienza , sia come cittadina che come funzionaria pubblic, nel settore i nodi insoluti furono due:
1. Contenuti, tempi e modi delle informazioni che dalla struttura centrale, che le decideva, arrivavano ai CdQ e ai cittadini;
2. Qual era il potere (decisionale/consultivo/ vincolante), fuori dalle mediazioni politiche, che CdQ e popolazione avevano nei confronti del Comune.
Quei cardini che rendevano concreto un diritto in realtà non furono risolti, perché intaccavano il potere di chi può decidere.
Allora sul binomio democrazia/diritto/partecipazione si misurarono le più belle menti dell’epoca.
Il secondo stadio, a cui partecipai ancora come funzionaria pubblica coinvolgeva gli anziani, in particolare i non autosufficienti.
Si sviluppò negli anni ’80, sollecitato anche dall’entrata in vigore del SSN e della legge n.180/78 sulla chiusura dei manicomi. Le esigenze collettive di partecipazione, informazione si accompagnavano a una domanda di rispetto della dignità e identità dell’individuo. Allora anche per gli anziani non autosufficienti l’assistenza proponeva il ricovero negli ospizi, istituzioni chiuse.
Per parlare dei diritti degli anziani ci si muoveva su due binari: il riconoscimento dei diritti civili costituzionali all’interno delle Case di riposo e la qualità dell’assistenza erogata.
Su impulso della Fondazione Zancan si istituì un gruppo di lavoro che si concluse nel novembre 1987 con un seminario e l’approvazione di un documento: Lineamenti per una carta dei diritti dell'anziano non autosufficiente. Erano stati coinvolti dirigenti degli Enti locali, i sindacati, le associazioni sociali e i Centri studio del volontariato, giuristi, sociologi, amministratori.
Fu un primo risultato, che anche nella forma assumeva pure i caratteri di una denuncia degli abusi, dei diritti non rispettati, della cattiva assistenza, ma che poneva, forse per la prima volta l’attenzione sulla persona, sulla sua dignità e unicità.
Inoltre si sollecitavano forme di tutela giuridiche ed extragiuridiche.
Fu una tappa importante, pur nelle diverse impostazioni culturali, gestionali e amministrative.
Il lavoro di quegli anni ebbe un limite: non coinvolse il mondo sanitario. Da questo forse, gli anni successivi videro la nascita e l’estendersi delle RSA, prolungamento, anche nella definizione, della cultura ospedaliera. La sanità era impegnata più nell’aziendalizzazione e nell’efficienza delle pratiche assistenziali che nell’ascolto e nel rispetto della volontà del paziente.
Soltanto nell’ultimo decennio, con qualche osmosi tra il socio assistenziale e il sanitario, si è iniziato a parlare della persona, della sua volontà, del suo ruolo imprescindibile nel processo di cura che la riguarda, della relazione con chi se ne prende cura.
I diritti della persona si sono evoluti sino a comprendere nuovi contenuti: informazione, partecipazione, conoscenza, ascolto, relazione, scelta, riconoscimento della propria volontà, nel processo di cura e in tutti gli altri rapporti con la società.
Come tutti i diritti devono però essere abbinati ad una condizione iniziale di eguaglianza.
Se la persona- anziano, disabile, sofferente mentale- non ce la può fare da solo chi difende i suoi diritti?
Può essere un “esperto unico” in grado di coglierne la storia, la volontà, le espressioni delle sue esigenze?
Tutti coloro che hanno relazioni con i più fragili come possono esprimere e perseguire un loro compito se non dialogano con gli altri protagonisti della cura e della tutela?
Agire, in qualsiasi campo, nel rispetto della persona, sia che si operi come caregiver formale e informale, sia come operatore sociale e sanitario, sia come operatore del diritto, sia come volontario diventa necessario, per la persona fragile ma anche per il soggetto agente saper leggere la richiesta, essere informato ed essere formato. Saranno percorsi diversi, in relazione a ruoli e funzioni ricoperti, ma inevitabili.
La storia, la volontà, le percezioni di una persona, ancor più se in condizione di vulnerabilità, di carenza di autonomia per una qualsiasi ragione, mutano nel tempo, con gli eventi e gli ambiti di vita. Saperli e potergli cogliere richiede capacità professionale.
Un esempio vale per tutti. Oggi gli anziani non autosufficienti, molto più di prima sono restii ad abbandonare la propria casa per abitazioni collettive. Per individuare nuove ipotesi sono impegnati operatori d’ambito sociale, sanitario, pedagogico, in un concetto di domicliarità. Può un operatore del diritto o un amministratore di sostegno non dialogare con gli altri, per proporre la miglior soluzione per il suo beneficiario?
È possibile trovare un luogo d’incontro tra chi a vario titolo ha a cuore il benessere dell’anziano e la tutela dei suoi diritti, per elaborare, come auspica il professor Cendon, un “progetto di vita” personalizzato?


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