Si chiamano “buone pratiche”. Sono i risultati di un agire nei vari campi delle attività umane per migliorare la realtà.
Spesso si consolidano in quel luogo, in quel servizio, tra quei cittadini e/o quegli operatori, proseguono nel corso degli anni.
Le buone pratiche connotano tutto il sistema di welfare. C’è uno sforzo da parte di soggetti diversi, dagli Enti pubblici alle Fondazioni, dai Centri culturali alle Associazioni di diversa natura, alle Università a raccoglierle.

La raccolta delle buone pratiche (di un simile progetto si parla su PLV) può essere occasione per un bilancio sullo stato dei servizi, una garanzia per metterle in sicurezza, per non disperdere i risultati ottenuti, le energie investite, l’impatto sulla popolazione.
In una realtà frammentata come quella italiana nei livelli e nelle realizzazioni del welfare, nella disomogeneità dei servizi e delle organizzazioni un progetto di “raccolta di buone prassi” dovrebbe misurarsi con un programma di valutazione, valorizzazione, comunicazione e diffusione delle esperienze raccolte.
Ciò significa condividere le informazioni, riflettere sull’esperienza, valutare collettivamente i risultati, apportare correzioni, progettare le innovazioni, ma questo accade raramente nella realtà italiana, qualunque sia l’origine della “buona pratica”.
Nei progetti finanziati dall’Unione Europea, sono previsti due passaggi: la valorizzazione dei risultati ottenuti e la loro diffusione (dissemination e exploitation), mancando i quali i progetti non sono ammessi.
In ruoli diversi, ho avuto l’opportunità per molti anni di leggere e valutare nell’area socioassistenziale centinaia di progetti, partecipanti a concorsi premiali o di partecipare a progetti di ricerca dell’Unione Europea o bandi di gestione dei servizi emessi dagli Enti locali.
Da questa esperienza nascono alcune riflessioni che intrecciano l’organizzazione e valorizzazione delle buone prassi con la situazione del welfare, dei rapporti sociali, delle storie individuali.
Condividere, analizzare, valutare, adattare ai mutamenti sociali in evoluzione, sono processi che maturano all’interno di una politica sociale con diversi livelli di responsabilità e di "governance".
Le condizioni necessarie perché una buona prassi possa completare questo percorso sono:
a) certezza nel medio e lungo periodo di stabilità della situazione in cui si è sviluppata;
b) disponibilità nel periodo programmato delle risorse necessarie umane, economiche, finanziarie, amministrative;
c) continuità degli indirizzi, delle priorità e dei valori delle policy che hanno dato avvio o almeno non dispersione di quanto fatto;
d) capacità/ possibilità di progettare innovazione e implementazione.
Sono presupposti difficili da ritrovarsi nella situazione italiana, anche a livello della comunità locale.
Sino a pochi anni fa, in altri paesi il welfare era dato come tratto incontestabile della struttura sociale, qualunque fosse l’orientamento del governo. In Italia il welfare è sempre stato una struttura in precario equilibrio, innestata su realtà vecchie, anche molto vecchie, come le Ipab o stratificate come le mutue.
L’antropologa Amalia Signorelli, in un suo libro recente “ La vita al tempo della crisi” (Einaudi editore) afferma “L’impossibilità strutturale di pensare, decidere e agire in termini di progetto (cioè secondo un’etica dell’andar oltre, un ethos del trascendimento) mi sembra un carattere culturale così fortemente distintivo del modo di vivere la crisi in Italia, che ho deciso di adottarlo come chiave di lettura e come “pivot”. Intendo per paralisi progettuale l’impossibilità di andare oltre la datità dell’esperienza”.
L’ambito della ricerca dell’antropologa è la vita degli italiani e la crisi in atto, ma con questo “convitato” le “buone pratiche” di oggi devono confrontarsi.
Perché, per loro compito naturale, le azioni sociali sono rivolte a dare opportunità a chi è più fragile, a chi ha meno risorse individuali a costruirsi un proprio progetto di vita anche se con solo pochi ed essenziali obiettivi.
La raccolta di buone pratiche diventa una prima tappa, un’occasione, con l’impegno degli attori tutti, per un confronto costruttivo tra gli artefici delle varie esperienze.
Purtroppo in troppe occasioni, durante convegni e iniziative pubbliche, i programmi prevedono solo il racconto dell’esperienza (la comunicazione) e quasi mai-anche se non dichiarato, ma obbligato dai tempi- il confronto, la valorizzazione e la diffusione che permettono a quella pratica di diventare un patrimonio condiviso e integrato con le diverse realtà circostanti. Operando in azioni d’aiuto per le persone, mai traguardo potrebbe essere più ambito e la concorrenza diventare dato positivo!
Tutti si ha la consapevolezza che quando attori e destinatari degli interventi sono persone, essere umani, la loro condizione può variare in brevissimo tempo, in dipendenza delle circostanze famigliari e parentali, ma anche della società esterna.
Uno dei temi che ricorre più frequentemente anche su questo sito è quello degli anziani a rischio di non autosufficienza, se non già non autosufficienti e in questa criticità il nodo dell’abitare.
Tante sono le esperienze in merito, pochi i progetti e gli strumenti disponibili per poter valutare quali di queste esperienze possono meglio trasferirsi e applicarsi in altri contesti.
I due poli su cui si è operato sono stati la permanenza nella propria abitazione o l’ingresso in una struttura residenziale.
Ora si sono moltiplicate tante ipotesi intermedie, che avvicinano gli estremi: dalle comunità alle cohousing, dai condomini solidali, ai portierati sociali, dai residence con assistenza programmata, all’apertura delle strutture residenziali al territorio. Una declinazione particolare, per ognuno di questi servizi è prevista in presenza di persone con forme varie di demenza.
Manca nel Paese, per tante ragioni, una progettualità nazionale riconosciuta e validata, frutto di un confronto ad ampio respiro che coinvolga settori diversi- sanitario, urbanistico, abitativo, edilizio, da potersi declinare a livello regionale e locale. Sono numerosi gli studi statistici, i dati economici, i compendi legislativi e normativi varie realtà, che possono essere strumenti di lavoro, ma non stimoli alla progettazione. I promotori, a vario titolo, della raccolta e della rielaborazione delle buone pratiche possono in parte sopperire a tale mancanza se sono in grado dalle singole esperienze trarre obiettivi, indicazioni, requisiti, programmi, criteri di valutazione per costruire una piattaforma ragionata dei possibili interventi. Se questo non avvenisse o non fosse possibile, anche le buone prassi rischiano di appassire, quando permane un clima politico difficile e divisivo e la crisi spinge i singoli e le comunità, come afferma Assunta Signorelli, ad abbandonare il progetto e non andare oltre lo stato di fatto.