rosita deluigiRosita Deluigi- Professore Associato di Pedagogia generale e sociale presso l’Università degli Studi di Macerata– Dipartimento di Scienze della Formazione, dei Beni Culturali e del Turismo 

Questo colloquio riprende una riflessione che sto conducendo su PLV, iniziata con lei in una intervista quasi tre anni fa a margine di un suo libro “Abitare l’invecchiamento” . È proseguita cercando di dare una identità agli anziani di oggi. Ora vorrei inserire, letti sempre con una visione pedagogica, temi nuovi presenti nella sua recente pubblicazione Legami di cura - Badanti, anziani e famiglie”.
Iniziamo cercando di definire un lessico diverso nel riferirsi a una fascia di persone: vecchiaia/ longevità, processo/ fase, invecchiamento attivo/ cura, dignità-progettualità/ fragilità che lei cita. Qual è la cultura che ci sta dietro e cosa c’entra la pedagogia?

A prima vista, potrebbe sembrare che la pedagogia si collochi altrove rispetto all’invecchiamento e alla vecchiaia, ma dobbiamo ricordare che, se ci vogliamo davvero occupare della Persona, in tutto il corso della vita, dobbiamo orientarci verso un approccio in grado di cogliere e accogliere momenti, movimenti e percorsi che rientrano nella prospettiva dello sviluppo continuo. Ecco perché è importante riflettere sul lessico pedagogico; da esso deriva la postura che chi agisce in ambito sociale, educativo e sanitario assume. E la postura non è un dettaglio. A seconda di come io guardo, interpreto, descrivo il contesto in cui opero e in cui mi posiziono, sceglierò quali traiettorie di azione intraprendere e in che modo affrontare i fenomeni. Ciò riguarda la dimensione personale e professionale, facendo subito riferimento all’alternanza e alle sinergie che si possono generare tra caregiver e careworker.
Il dialogo tra saperi, competenze e pratiche può essere coltivato, interrogandosi in modo permanente sulle modalità con cui promuovere, garantire e assicurare la qualità della vita delle persone a cui ci rivolgiamo. In particolare, quando pensiamo agli anziani, e ancora di più agli anziani fragili, non possiamo dimenticare la sfera dell’identità e delle relazioni che, inevitabilmente, si collocano in contesti di cambiamento e di sfida.
La cultura che fa da sfondo alla vecchiaia che diventa longevità, ai processi costituiti da fasi progettuali, all’invecchiamento attivo che si trasforma in fragilità che merita e richiede dignità, è certamente una cultura dell’aver cura, della prossimità, della valorizzazione degli uomini e delle donne che continuano ad attraversare esperienze di vita eterogenee. Ecco perché è importante che la pedagogia si interroghi e metta a punto riflessioni operative, altrimenti non sarebbe tale. Dare spazio a logiche di invecchiamento che mantengano aperto l’orizzonte sulla complessità della persona che invecchia e del contesto in cui invecchia, è strategico per non rischiare di cadere in un paradigma assistenziale e sostitutivo. La pedagogia può riflettere sulla qualità della vita e promuovere strategie d’intervento che non abbiano fretta di standardizzare modelli, ma che sappiano permanere nella molteplicità delle esperienze di vita che connotano le più disparate situazioni di cura.
Tali riflessioni, a mio avviso, riguardano la collettività, come soggetto di interesse e interessato dai processi di invecchiamento che tutti noi sperimentiamo quotidianamente. E, soprattutto, la cultura da cui la longevità non deve prescindere, è quella della progettualità personale, comunitaria, locale. Anche quando si mettono in atto percorsi di supporto e di cura con persone fragili e vulnerabili. Diversamente, tradiremmo il mandato di sostenere l’essere umano nel suo divenire.

In questa sua concezione e interpretazione della longevità di questa società lei inserisce in questa sua riflessione, protagonista una famiglia “tipo”, alcuni temi cruciali: le badanti, i diversi protagonisti del processo di cura che dovrebbero costruire la struttura e l’impianto culturale e sociale di un nuovo welfare. Nella famiglia convivono, almeno metaforicamente se non praticamente, Emma , l’anziana, Adele la figlia, Gina la badante rumena, Filippo il nipote sempre presente. Partiamo dalle badanti (assistenti famigliari), con l’identità di Gina e dei “legami di cura” che intrecciano con la famiglia, con il territorio, con i servizi. Cosa apportano, cosa prendono, cosa costruiscono con gli altri?
Questa domanda molto articolata mi consente di condividere alcune traiettorie interculturali, perché è da qui che parte l’analisi proposta nel libro. Tale approccio richiede di collocarsi in modo non neutrale nella realtà dell’agire educativo e sociale, tendendo a rintracciare e sollecitare la costruzione di reti e di strutture di connessione e relazione tra soggetti (singoli e non) del territorio. Le dinamiche si fanno ulteriormente complesse quanto l’intreccio deve avvenire tra differenze, talvolta percepite come troppo distanti, oppure ignorate a fronte di un bisogno maggiore espresso da una delle parti in relazione.
Quando parliamo di badanti, ci riferiamo a un fenomeno del tutto italiano, anche nella terminologia. Si tratta prevaletemene di donne di origine straniera – anche se non stanno tardando a rientrare in questo mercato del lavoro persone italiane – che hanno attuato un progetto migratorio ad ampio raggio familiare. Tra migrazioni temporanee, di medio-lungo termine, transiti e permanenze, “le diverse traiettorie migranti incontrano le richieste di cura ed entrambe le parti cercano una mediazione percorribile. Equilibri di instabilità si formano in case che restano abitate perché qualcuno ha disabitato la propria; tra il viaggio e la meta si collocano molte speranze (spesso per altri) che richiedono tempo e molte fragilità che hanno bisogno di cura” (96).
Le badanti, che da ora in avanti chiamerò assistenti familiari, diventano a tutti gli effetti uno dei garanti della domiciliarità, consentendo alle persone anziane di permanere nella propria casa, anche a fronte di una perdita di autonomia progressiva a cui la famiglia non può più far fronte. Storie di cambiamenti che si incontrano in una dimensione privata, talvolta, molto difficile da comprendere e da gestire. I bagagli esperienziali e culturali di riferimento spesso sono distanti, collocati in due aree simboliche e fisiche diverse e questo non aiuta una vera e propria integrazione, intesa come scambio, dialogo e costruzione di legami significativi. Il rischio è di ripiegarsi nelle dinamiche di una cura ridotta alla routine dell’assistenza, priva di interazioni autentiche, che possano condurre a una maggiore apertura reciproca.
Donne migranti che partono non per se stesse ma cariche di un progetto familiare che nella maggior parte dei casi riguarda i propri figli lasciati in patria con i padri (spesso assenti) o con i nonni, alimentando la cosiddetta “catena della cura” che si allarga come gli anelli di un sasso gettato nell’acqua. Per costruire possibilità di futuro, le assistenti familiari, generano famiglie transnazionali (in stretto collegamento anche grazie alle nuove tecnologie) e gran parte di ciò che guadagnano lo inviano in patria. Una generazione che sceglie in modo consapevole dove orientarsi professionalmente, pur senza una formazione riconosciuta.
Gli obiettivi di cura, quindi, si situano qui e altrove; un altrove che rimane nel cono d’ombra del bisogno che “noi” abbiamo. Questo non favorisce l’instaurarsi di legami stabili, aperti, inseriti nel territorio di riferimento e, quindi, soprattutto all’ultimo punto della domanda – cosa costruiscono con gli altri – direi che dovremmo porre la domanda dalla prospettiva di chi migra e di chi accoglie. A mio avviso, qui c’è molto da lavorare, perché le interazioni restano ancora troppo frammentate, sommerse e fortuite.

I diversi protagonisti del processo di cura sono essenziali in una cultura della domiciliarità, dello stare a casa, in un senso lato del termine. Mi sembra anche un richiamo al suo “abitare l’invecchiamento”. 
Come si muovono, di cosa necessitano, quali legami creano?
Intanto ribadisco con forza che i protagonisti della cura sono molteplici e che non si può “ridurre” la domiciliarità alla diade anziano-badante. Ecco perché nel titolo del libro tutto è al plurale e il “romanzo familiare” inserito nel testo consente di comprendere meglio le dinamiche che si sviluppano nel contesto, esso stesso attore e artefice di un ambiente di cura.
Anziani, badanti, famiglie, servizi, associazioni, amministrazioni... i livelli che si intrecciano sono plurimi, tra accordi formali, informali e taciti. Le ambiguità sono ancora molte e la gestione “del fai da te” spesso inchioda le famiglie a scelte limitate e limitanti.
I garanti della cura necessitano di una maggiore ed effettiva interdipendenza, non solo dal punto di vista personale, ma anche dal punto di vista professionale, affinché si generi un approccio di domiciliarità sostenibile nel tempo per tutti coloro che entrano a far parte di tali contesti.
Nell’ultima parte del volume, propongo un modello di organizzazione dei servizi, fondato sulla costruzione di reti, orientate a una domiciliarità sostenibile e fattibile e non solo eccezionale o “affidata alla fortuna”. La fragilità e la frammentarietà dei legami che si creano tra gli agenti della cura sta nel fatto che non possono fondarsi esclusivamente sul buon senso, sull’attitudine, sulla voglia di mettersi in relazione, a discrezione dei soggetti.
I legami di cura sono una cosa seria!
Ne va della qualità della vita e dell’esperienza di domiciliarità di tutti i soggetti coinvolti. Se continueremo a non progettare politiche, logiche, strutture e interventi in grado di generare modelli domiciliari fondati su competenze, saperi e pratiche formate e informate, allora proseguiremo in questo “grey market” della cura.
I verbi “stare” e “abitare” sono a me molto cari perché ritengo che siano due dei predicati verbali più forti nella logica dell’educazione, della partecipazione e della cittadinanza attiva. Ecco perché ritorno molto spesso su questi concetti, come assi trasversali di esperienze comunitarie forti, dense e co-costruite. Lo stare a casa non può divenire una soluzione estrema, che limita, che intrappola, che definisce e sancisce i confini della (non) interazione tra spazio privato e pubblico; allo stesso modo, l’abitare non può determinare fenomeni di esclusione e di isolamento, altrimenti la vera logica della domiciliarità decade.

Partendo dal basso, da ciò che le persone e le famiglie esprimono e vorrebbero trovare nel loro contesto, si arriva a parlare di welfare. C’è un welfare nascosto o meglio un “vuoto di welfare”, colmato da una domiciliarità sommersa di cui si fanno carico famiglie, privati e associazioni diverse. Tra le tante definizioni di welfare che circolano ne richiama alcune : welfare di prossimità, welfare relazionale, welfare di comunità per ognuno dei quali ci sono percorsi, all’interno di una rete, anche fisici e individuali: punti di prossimità, interfaccia, reti, ma anche dialoghi intergenerazionali, interculturali, partecipazione partecipata, responsabilità diffusa, capitali esperienziali, contesti di vita e logiche formative e altro ancora. Come si tiene unito tutto questo? Quale programma di lavoro si dovrebbe progettare?
Innanzitutto, bisognerebbe promuovere la cultura della domiciliarità come elemento di costruzione continua di logiche di comunità. Tale prospettiva consentirebbe di sviluppare e articolare politiche sociali che non mettano in contrasto fasce d’età o problematiche specifiche, ma che si concentrino maggiormente sulla portata del prefisso “inter”, più volte utilizzato nel testo. Un prefisso che richiama i legami alla base di una rete sociale solidale e consistente.
I modelli di welfare citati devono essere ibridati e resi attuabili nella specificità dei contesti locali, dove davvero è possibile intraprendere la via del cambiamento, a partire da interventi di micro-pedagogia. Con questo termine intendo descrivere traiettorie, progetti e azioni situate nei contesti locali, orientate da progettazioni in grado di: fare una buona analisi delle problematiche e delle risorse legate alla longevità e alla assistenza degli anziani fragili; descrivere finalità e obiettivi relativi a un effettivo impatto sul benessere della popolazione; sviluppare metodologie sostenibili e innovative, volte alla partecipazione della cittadinanza e non chiuse solo alla sfera privata delle famiglie; avviare percorsi sperimentabili valutabili e validabili e, dunque, documentare buone pratiche di domiciliarità che possano divenire comunicabili e ripetibili (nelle logiche).
Connettere traiettorie di sviluppo comunitario, facendo leva sulla prossimità e sull’interdipendenza generativa vuol dire smontare percorsi settorializzati, avviando il dialogo operativo tra gli agenti di cura (sui livelli sopra citati). L’orizzonte è quello di una maggiore creatività nella costruzione di una “architettura sociale” sufficientemente plastica, in grado di assorbire gli urti e, allo stesso tempo, capace di anticipare le sfide e le problematiche emergenti dal quotidiano.
Per sviluppare e testare sistemi di welfare, dobbiamo intrecciare le logiche con le pratiche, in una spirale continua di dialogo che non si arrenda di fronte a strutture “ingessate” e “confinate”. Gli assi non trascurabili sono quelli della reciprocità e della corresponsabilità.
Sappiamo da tempo di essere uno dei paesi più longevi al mondo, quindi, seppur in ritardo, dobbiamo continuare a intraprendere sperimentazioni locali, documentabili e valutabili. Prime fra tutte, segnalo l’urgenza di un riconoscimento del lavoro dell’assistente familiare, attraverso percorsi di formazione e inserimento regolare nel mondo lavorativo. Poi il supporto alle famiglie per una concreta domiciliarità diffusa e, ancora, la creazione di strutture di contatto intermedie che possano facilitare l’interazione tra le parti (si veda la proposta dei punti di prossimità).
L’intento è di sostenere prospettive inclusive e partecipative.
Dobbiamo allora progettare percorsi di lavoro che mettano in contatto i servizi, le famiglie, le assistenti domiciliari e gli anziani. Le esperienze in merito ci sono; vale la pena di scommettere in questa direzione, favorendo un circolo virtuoso dell’aver cura e spezzando logiche di delega o iper-responsabilizzazione che, a lungo termine, danneggiano tutti gli agenti-attori della cura, impoverendo, di fatto, l’intero contesto sociale di riferimento.

Infine l’ultima domanda a Rosita, che aggiorna la precedente sul trasferimento nel ruolo di ricercatrice dell’esperienza nei servizi. Lei in questi anni è impegnata in progetti europei ed extraeuropei sull’educazione degli adulti. Cosa trasferisce o può trasferire nella sua idea di cura, di reti e di welfare?
In ambito europeo, l’educazione degli adulti è una questione largamente trattata e sviluppata a livello di network di ricerca e di progetti specifici, con parternariati che consentono di comparare sistemi di intervento, anche in relazione all’invecchiamento. Gli scenari internazionali, così come quelli nazionali, offrono la possibilità di approfondire e conoscere progettualità in grado di interconnettere in modo interdisciplinare la riflessione e l’azione di supporto all’invecchiamento. La longevità in evoluzione interroga gli ambiti della cura dal punto di vista medico-sociale, includendo la prospettiva formativa ed educativa come elemento cardine di un processo integrato di cura.
La cura, quindi, è essa stessa un approccio complesso che necessita di alleanze tra famiglie, careworker, caregiver e contesti (istituzioni, servizi, associazioni...). Formalizzarne i tratti salienti, significa poter liberare le energie personali e comunitarie, in vista di una compartecipazione e della realizzazione di proposte e di servizi in grado di supportare la peculiarità familiare e la complessità comunitaria. Certo, come già anticipato, la cura va riconosciuta, come diritto per i caregiver e come professione per i careworker.
Rispetto alle reti, sono convinta che una riorganizzazione dei servizi in una logica di supporto alle famiglie potrebbe estendere il potenziale di una domiciliarità che si rifugia nelle sole risorse private e, ormai, provate, di molte famiglie. Ricordandoci sempre che le reti non sono solo quelle locali, ma anche quelle inter e transnazionali che stiamo contribuendo a generare in modo poco sostenibile.
Infine, sul welfare, sarebbe senza dubbio interessante orientarsi verso lo sviluppo di modelli e di progetti di intervento basati sulla collettività, sulla possibilità di condividere i servizi, sulla reciproca compartecipazione. Ma perché ciò avvenga dobbiamo riconoscere ogni soggetto come portatore di storie, di cultura, di identità, e da qui ripartire per la de-costruzione di comunità chiuse e compatibili solo con affini.
Per concludere, ritengo che la longevità porti con sé numerose sfide, criticità, questioni aperte che possono diventare chance e occasioni di rinnovamento sociale, non solo per gli anziani, in un’ottica, sempre più aperta, di intergenerazionalità e intercultura.


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