Relazioni di curaAccompagno l’approfondimento sugli studi di Tom Kitwood sull’assistenza agli anziani con demenza con la presentazione di un libro, “Relazioni di cura, - Introduzione alla Psicologia sociale maligna", scritto da Giorgio Bissolo, Luca Fazzi e Maria Vittoria Gianelli, (Carocci Faber editore) edito nel 2009 e giunto lo scorso anno alla 5° edizione.

Giorgio Bissolo è direttore della Scuola Provinciale per le professioni sociali della Provincia autonoma di Bolzano, Luca Fazzi è professore associato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento e Maria Vittoria Gianelli è professore associato presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Genova e membro di INTERDEM Europe.

Ho letto il libro inizialmente per interesse professionale, poi mi sono fatta coinvolgere personalmente perché ho ritrovato molti dei temi, delle domande e delle sollecitazioni che affrontavo quando dirigevo un servizio pubblico per anziani e in seguito quando prestavo consulenza diretta ai singoli enti per la gestione e valutazione di assistenza domiciliare e case di riposo e per la formazione degli operatori.

La sintonia già trovata leggendo il libro di Tom Kitwood “ Riconsiderare la demenza” recentemente edito da Erickson e presentato e commentato su questo sito nel numero scorso, ha registrato un’esplicitazione nei contenuti di questo libro, che potremmo definire un manuale teorico e pratico per la formazione degli operatori del lavoro di cura.
Il libro è suddiviso, indipendentemente dai capitoli in tre aree:
1) una parte teorica sul dibattito sulle relazioni di cura e sui diversi approcci (prendersi cura) che si sono susseguiti nel corso degli anni, in particolare per gli anziani con patologie dementigene
2) una prima parte pratica che , individuando le necessità psicologiche delle persone esamina quali categorie le sminuiscono e quali le valorizzano
3) l’illustrazione della pratica riflessiva, indicata da Kitwood, come base per la formazione degli operatori per migliorare la qualità dell’assistenza.
La psicologia sociale maligna è sintesi delle considerazioni di Kitwood sui comportamenti dannosi che operatori, ma anche familiari e ambiente circostante adottano, anche credendo di far bene , nei confronti degli anziani fragili, ancor più se dementi.
Il fulcro di ogni intervento si trova nella relazione con la persona, messa al centro riconoscendo la sua identità e individualità qualunque sia la condizione fisica e psichica (personhood).
Perché, tema su cui gli autori del libro insistono, nelle diverse competenze, Kitwood pur riconoscendo la presenza del danno neurologico, la malattia e le sue manifestazioni derivano da cinque fattori : il danno neurologico, la salute organica e funzionale e l’acuità sensoriale, la biografia, la personalità, il contesto psicosociale.
Altro tema che rientra nella psicologia sociale maligna, proprio perché spessa praticata nell’intento di fare del bene, sono manifestazione subdole: interagire non significa solo rispondere a dei segnali, ma afferrarne i significati trasmessi.
Questo concetto del personhood implica ben più delle sole abilità cognitive (che le attuali scale sul danno da demenza accentuano NdR) prendendo in considerazione i sentimenti, le emozioni, il senso di appartenenza, l’attaccamento ad altre persone, il senso d’identità, l’attività, la personalità, la cultura, i sistemi di adattamento e i codici comportamentali.
Il libro, oltre a questa parte di presentazione del modello di Kitwood, fornisce-ed è parte interessante anche per la didattica e la formazione, sulla traccia delle necessità psicologiche delle persone, che Kitwood esemplifica nei petali di un fiore- percorsi didattici, esperienze e simulazioni preziose.
Il fiore di Kitwood con cinque petali richiama altrettante necessità: comfort, identità, attaccamento, occupazione, inclusione che superano la teoria gerarchica dei bisogni, per costruire un sistema integrato- un cluster- che produce il bisogno supremo: l’amore.
Gli autori partono dal linguaggio e dalle categorie di Kitwood della Psicologia Sociale Maligna (PSM): le interazioni svalutanti da parte degli operatori (personal detraction -PD-), le azioni positive (positive events -PE-) che costituiscono il lavoro positivo (positive person work- PPW-). Sono poi riportate le diverse tabelle sintetiche in cui per ognuno dei bisogni psicologici, sono evidenziate sia i comportamenti svalutanti sia quelli che mettono al centro la persona.
In ulteriore dettaglio per ognuno delle componenti del fiore, ulteriormente approfondita, sono poi individuate le singole azioni, in setting pratico di formazione degli operatori.
Si parte dal comfort: azioni svalutante (PD) l’intimidazione, azione positiva (PE) il calore). Sono poi riportate diverse situazioni come esemplificazioni di situazioni in cui l’operatore può venirsi a trovare, dovendo decidere un comportamento o un dialogo o una reazione. Vi sono presentate delle proposte, dopo aver chiesto agli operatori di riflettere e raccontare esperienze analoghe vissute.
Analogo procedimento è poi sviluppato all’interno di ogni categoria di bisogni, con decine di esemplificazioni e simulazioni.
L’ultima parte del libro aggiunge un’altra tappa nel percorso formativo: come miglio le azioni di cura con la pratica riflessiva.
Ancora una volta mi trovo totalmente d’’accordo con il metodo elaborato da Kitwood e sviluppato, nella realtà italiana dagli autori.
Chiunque abbia lavorato nei luoghi e nelle attività di cura sa quanto -troppo- spazio, abbiano assunto le procedure e i protocolli, che, considerati inizialmente,e a ragione, strumenti per uniformare gli interventi degli operatori sono successivamente diventati standard rigidi e intoccabili.
Si era voluto evitare che fossero gli anziani o i pazienti a doversi uniformare alle pratiche dell’operatore di turno, ci si è ritrovati alla ripetizione meccanica di comportamenti e interventi che non tengono più conto della persona.

L’intervento assistenziale non si modifica solo in relazione alla persona coinvolta, l’anziano ed anche l’operatore, ma anche ai tempi , ai luoghi, alle culture e alle modificazioni nelle percezioni delle persone.
Solo l’operatore che riflette, sul proprio agire quotidiano, sulle proprie pratiche lavorative, discorsive, conoscitive, sociali e attive è in grado di confrontarsi con gli altri colleghi e trovare sempre la soluzione idonea per migliorare l’assistenza, per individuare le situazioni più problematiche e le priorità e costruire le risposte.
Aggiungo, rinviando ovviamente al libro per ogni approfondimento, che molti dei temi qui descritti sono anche oggetto di un DVD “ Sono buono quindi ti danneggio”, realizzato su idea e soggetto di Giorgio Bissolo, con la partecipazione in video degli altri autori e altri operatori ed esperti, in un’azione di partenariato tra la scuola Provinciale per le professioni sociali di Bolzano, l’ASL n.3 di Nuoro e la cooperativa “lariso” e il sostegno della Regione Autonoma della Sardegna, Il Ministero de Lavoro e della Previdenza Sociale e del Fondo sociale europeo.

Se vuoi acquistare direttamente clicca sulla copertina del libro

A destra la copertina del DVD

 

Relazioni di cura

Relazioni di cura DVD 2