IV copertina triangoliBoris Pahor è quello che dice: “Avere sul petto il triangolo rosso significava che avevo scelto di oppormi in nome della libertà”. Non è finito in campo di concentramento per etnia o religione o altre ragioni da lui indipendenti, ma perché aveva fatto una scelta.La frase soprariportata è scritta nella quarta di copertina del suo ultimo libro “Triangoli rossi” (edizione Bompiani- 2015), con la collaborazione di Tatjana Rojc e con lo stimolo e l’incoraggiamento di Elisabetta Sgarbi, l’ex direttrice di Bompiani.

Boris Pahor lo intervistai per PLV nel 2012 come uno dei protagonisti del ‘900. Allora aveva pubblicato “ Necropoli”, uno straordinario successo editoriale, dato il tema trattato : l’esperienza autobiografica dei campi di concentramento.
In mezzo altri volumi sino a questo, Triangoli rossi, il “marchio” che i nazisti cucivano sulla divisa dei carcerati.
Nelle ricorrenze de “ Il giorno della memoria” il 27 gennaio di ogni anno si parla dei lager che videro la morte di ebrei, molto meno dei rom, dei disabili, degli omosessuali, ma raramente dei campi dei deportati politici.
Pahor matura un certo risentimento per questa dimenticanza non casuale, non tanto perché lui era lì, ma perché si scorda che l’opposizione ai nazisti si era organizzata, spesso clandestinamente, nei diversi paesi e furono i suoi membri a finire nei campi di concentramento a loro riservati e qui migliaia morirono.
Pahor fu arrestato a Trieste, sua città di nascita e di vita, perché non si presentò alla chiamata di leva, dopo l’8 settembre 1943 quando ritornò da clandestino in città. Fu arrestato da quattro collaborazionisti sloveni e tradotto nelle carceri di Trieste di via Coroneo, piene di sloveni.
Fu bastonato e torturato e poi caricato su un treno per essere trasferito nel suo primo campo di concentramento. Nell’uscita dal carcere incontrò una vecchia amica, Dani, (Danica Tomazic, che entrò nella Resistenza e fu assassinata assieme al marito nel 1944) che gli aveva portato un pacco di sigarette.
Perché questo piccolo libro nel testo, nelle note, nella parte documentale finale è una cronistoria atroce di cosa successe in quella area del paese divenuta italiana dopo la grande guerra e quanti crimini dai fascisti di casa nostra furono là commessi, contro le persone e la loro identità nazionale, linguistica e culturale.
Pahor inizia il suo viaggio verso il Nord, con il ricordo di Dani, facendo scorrere su quel vagone i suoi ultimi mesi in città, dove attendeva di unirsi alla resistenza slovena, perché non lo convinsero gli appelli dei comunisti ad unirsi con la Resistenza italiana.
Perché lo scrittore, sempre accusato in quel periodo di essere un comunista, rivendica con orgoglio la sua identità di cristiano sociale.
Prima tappa del suo cammino blindato fu Dachau, con i suoi riti di deumanizzazione: spogliarsi, essere rasati, la doccia con acqua gelata, la disinfezione, il percorso scalzi sulla neve, e, dopo aver dichiarato nome e cognome, ti veniva dato un numero, un triangolo rosso su cui una lettera indicava il paese di provenienza, una giacca, un paio di pantaloni, un paio di zoccoli e un berrettino a strisce da carcerato.
Dachau fu il primo di tutti i lager, fu costruito con altri sin dall’inizio degli anni ’30 per gli antinazisti tedeschi e poi divenne il modello su cui furono progettati e realizzati tutti gli altri.
Il convoglio triestino non si fermò a Dachau, ripartì per l’Alsazia per il campo di Sainte Marie aux Mines e i deportati furono alloggiati in una fabbrica abbandonata.
Qui si lavorava all’interno di una galleria per costruire una base di esplosivi per i missili V2, che furono poi utilizzati dalla Germania contro l’Inghilterra.
I missili V2 furono progettati da Wernher von Braun, l’ingegnere che poi in barba ad ogni principio di giustizia, fu portato in salvo negli Stati Uniti, per progettare i viaggi spaziali.
Von Braun e i suo missili furono una filo conduttore nella destinazione di Pahor, che fu trasferito poi in un altro campo nei Vosgi, molto particolare, costruito sui fianchi di una montagna, chiamato campo di concentramento Natzweiler.
Imprigionati qui c’erano gli antinazisti di Francia, Belgio, Olanda, Norvegia e su di loro, in condizioni insopportabili di vita, furono condotti i primi degli atroci esperimenti sugli esseri umani, che aggiungevano orrore ad orrore. Si sperimentava l’impiego dei gas, per le future camere della morte, che qui furono “collaudate” sugli zingari.
Poi altri trasferimenti, ancora a Dachau poi fu la volta del campo di Dora Mittelbau, che, con il gentile nome di donna era nel sistema Buchenwald, vicino a Weimar in Turingia.
Pahor, che sin dall’inizio fu utilizzato come infermiere, deve parte di questi trasferimenti ad aver acquisito nozioni di assistenza, perché veniva inviato dove c’era necessità di questa figura. Così finì a Dora, dove nella sua funzione, accompagnava i drappelli di prigionieri che andavano a lavorare nella miniera.
Le cifre dei nuovi arrivi di deportati, dei morti, delle disastrose condizioni di vita, degli episodi crudeli di cui era fatta la vita del campo, scorrono sulle pagine senza soluzione di continuità.
I missili V2 seguono Boris Pahor. Qui a Dora il campo era stato costruito come base di lancio dei missili, dopo che la precedente all’aperto era stata bombardata dagli inglesi. I deportati scavavano in questa montagna e qui vivevano e dormivano in condizioni impossibili. Morirono in 3000.
Qui c’è un capitolo “ Dialogo nelle tenebre” in cui come nella frase iniziale, torna alla luce l’animo di Boris Pohar. Mentre racconta, quasi con la freddezza di un cronista, gli orrori in cui fu coinvolto e quelli a cui assistette, poi manifesta, accanto alla rivolta contro le ingiustizie, anche una capacità di discernere, di non confondere mai il male fatto da un gruppo di fanatici con tutto un popolo, di saper cogliere anche quei minimi gesti di solidarietà che spesso potevano costare la vita. In quella notte di dialogo un atto umano fu compiuto da una donna impiegata del lager.
Così come non tace a fronte di quelle azioni che lui, a ragione, considera un grave affronto a tutti coloro che conobbero i lager. In più occasioni condanna oltre agli onori tributati dagli USA a von Braun, anche l’Unione Europea, che non ha mai ritenuto di ricordare tutti quei morti sacrificati alle scoperte dell’ingegnere tedesco. Solo il Centre national des études spatiale, ha ricordato questo contributo con la pubblicazione di un’antologia plurilingua, di racconti di ventinove scrittori dell’Unione Europea più Svizzera e Norvegia. Il titolo dell’opera era “Inferno sulla Luna”, mentre quello del racconto di Pahor “ I voli interrotti”.
Il campo Dora , secondo Pahor è volutamente dimenticato proprio per questo collegamento di von Braun con gli USA. Solo Francia e Germania con iniziative diverse commemorano questi morti.
Pahor era già ammalato di tisi, ma una sfortuna si trasformò in fortuna. I medici non denunciarono la situazione e non lo inviarono nel blocco dei tisici. Questo fu sicuramente la sua salvezza.
I trasferimenti erano i momenti peggiori chiusi nei vagoni piombati. Ce ne fu un altro.
L’ultimo viaggio- il viaggio della morte come lo chiamarono- lo portò a Bergen Belsen, ma ormai l’esercito tedesco era in disfacimento, e non fecero più funzionare le docce mortali

Da qui, senza attendere un trasferimento con le truppe inglesi, se ne andò con tre francesi, utilizzando i camion militari che trasportavano materiali. Poi a piedi in direzione Olanda transitarono in un pezzo di Germania. Iniziavano a essere predisposti i centri di accoglienza, di cui lo scrittore poté usufruire in Belgio e a Lille. Poi Parigi , dove, dopo una visita medica, fu inviato in un sanatorio per curare le ferite del corpo ed anche ripartire per una nuova vita.
La seconda e terza parte del libro è una ricognizione di tutti i campi in cui i nazisti deportavano i Triangoli rossi. Purtroppo ancora una volta ci si accorge quanta storia e quante verità e tragedie ci sono state nascoste.
Come dice Pahor, con la sua narrazione, è importante elencare i campi dimenticati per ricordare tutti quelli che sarebbero morti per niente, se noi “dimenticassimo quanto è costata loro la scelta a favore della libertà”.
Accanto ai campi i cui nomi sono conosciuti, sparsi per l’Europa e in Italia-la Risiera di San Sabba- c’è un altro tristissimo elenco: i campi fascisti, quelli dimenticati dalle autorità e dalle narrazioni storiche italiane, le stesse che assegnarono un riconoscimento ad uno degli aguzzini della Risiera.
Leggendo l’elenco dei campi fascisti e dei morti che vi furono, non si può che temere che una pesante coltre di silenzio cada su tutto e , come troppo spesso capita, sia cancellata la memoria di quei momenti.
Purtroppo l’Italia, rispetto anche ad altri paesi europei, ha lacune immense, soprattutto nell’educazione e dei giovani.

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