Ancora un libro scritto da un giovane scrittore, Mattia Signorini in cui è l’anziano Italo a tenere le file di un’umanità varia e fragile.

Ora ha ottanta anni e decide di chiudere la pensione Palomar che gestisce da 46 anni, da quando scappò dal suo Polesine per andare a Milano, scegliendo di non consumare la sua vita in una fabbrica, ma di investire i suoi risparmi nell’acquisto di quella pensione, già allora un anacronistico edificio nella metropoli in espansione.
Quando le letture si scelgono con parole chiavi- vecchio, vecchiaia oppure libreria- bisogna accantonare le diffidenze istintive a fronte di libri nuovi, di giovani quasi sconosciuti, che però hanno già creato la loro scuola di scrittura Palomar, come il nome della pensione e come il libro di racconti di Italo Calvino, che sono molto sostenuti dalla loro casa editrice ( Marsilio), in modo da essere ripresi in brevissimo tempo sui maggiori siti, riviste e giornali italiani, con recensori celebri, dagli uomini di punta della stessa Marsilio come Cesare de Michelis.
Si accantonano le diffidenze e si inizia a leggere.
Le fragili attese sono comuni allo stato d’animo dei pensionanti di quel vecchio edificio. Sono persone anziane, ma anche qualche giovane, sospesi temporaneamente in questo spazio in attesa di decidere della propria vita. L’annuncio della chiusura li costringe a misurarsi con se stessi, le loro angosce, le fragilità, i dubbi e le ferite del passato.
Solo Italo ed Emma la fedele aiutante sono stabili, per gli altri la pensione rappresenta l’inizio o la fine di un percorso. Tutti sono chiamati, come su un palcoscenico, a gestire in silenzio e solitudine la propria vita, intrecciandola quasi casualmente con quella degli altri.
C’è Guido, professore d’inglese senza lavoro, chiamato a dare lezioni ad una bimba che non parla, c’è il vecchio generale Adolfo Trento che pensa che tutto debba essere gestito come una campagna militare, anche la famiglia, accorgendosi troppo tardi che ha distrutto molte vita. C’è Lucio Ormeo alla costante ricerca del padre che non ha conosciuto, che si rende conto alla fine che le storie si costruiscono dall’inizio e non all’improvviso. Infine la più giovane, l’ex arpista Ingrid, che dopo un incidente a un polso è diventata cassiera in un supermercato.
I fili della trama sono ben governati da Signorini così da creare la necessaria suspense tra un paragrafo e l’altro.
Corale e tragico è anche l’avvio del racconto, con la narrazione dell’alluvione del Polesine del 1951. Sembra che l’autore, nativo di Rovigo, anche se non testimone diretto per ragioni anagrafiche, abbia nella memoria ereditata l’urto di quell’immensa catastrofe, che si riversò su una massa di braccianti e contadini già poverissimi, costretti a vendere le poche cose possedute per avviare una vita altrove, così come fece lo stesso Italo. Le acque del Po sembrano fuoriuscire dalle pagine, travolgendo uomini, animali cose e anche il grande amore di Italo, Sofia, isolando l’uomo in una solitudine per decenni, senza neppure una speranza almeno sino a quando qualcosa cambia e anche lui attende qualcosa.
Però il libro, lettura coinvolgente e piacevole, soffre di quell’eccesso di “scuola di scrittura” che sembra oggi prevalere tra i giovani autori. La domanda spontanea, anche dopo aver smussato le differenze iniziali: quanta tecnica e quanto pathos e talento ci sono e in quali proporzioni, in queste giovani promesse?

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