Inizi da “Una specie di premessa” e leggi la prima riga: “Non è un paese per vecchi, l’Italia”.
“Gli scaduti” di Lidia Ravera, (Bompiani editore) rientra tra quei libri, che ormai si contano a decine, in cui i vecchi sono protagonisti.


Pensi a un saggio o ad una sorta di pamphlet politico, perché il pretesto per scriverlo l’autrice lo trova nella parola più abusata di quest’ultimo anno: rottamazione.
Poi la lettura, in crescendo, aumenta l’angoscia. Perché sai che stai leggendo una fiction ma potrebbe essere una tragica realtà futura, perché rifletti sulle conseguenze della “ rottamazione” sulla cultura, la storia e l’identità di una popolazione, perché avverti i pericoli di uno sviluppo non governato, sull’ambiente, sull’uomo, sugli animali.
La storia prende forma attorno ad una famiglia, che chiamiamo di alta borghesia, con solida posizione lavorativa ed economica: Umberto il padre, sessanta anni, amministratore delegato di un’importante azienda, multinazionale, Elisabetta la moglie, cinquantaquattro anni, dirigente nel settore della comunicazione, Matteo il figlio, trentacinquenne già avviato in carriera, ma che potrà fare il grande passo quando la generazione precedente, quella del padre non farà più ombra, si ritirerà.
Pare una storia normale, salvo che “la rottamazione”, in questa storia, avviene per legge, allo scadere dei sessanta anni ed è totale. Si abbandona la famiglia, la casa, il lavoro per una destinazione ignota, tutti assieme i coetanei, ma da una parte gli uomini e da un’altra parte le donne. Poi si dice ci sarà un ricongiungimento, in un luogo ameno.
Il libro segue i protagonisti in questa nuova fase, con qualche altra figura come comparsa esemplificativa.
C’è qualcosa nella trama che non ti permette di decollare per la fiction, ti costringe a fare continui riferimenti alla realtà attuale, a leggere in ciascun avvenimento l’esasperazione di un atteggiamento o di una scelta odierna.
Sì certo è un’estremizzazione, ma non la fantascienza (?) di Blade Runners o l’allarme politico di Orwell.
E’ una sorta d’ironico e paradossale sguardo su una realtà attuale con una lente distorcente.
Ho anche imparato una parola nuova, che non conoscevo: distopico, che però ha ricongiunto realtà e fantascienza.
Il libro è presentato come un esperimento narrativo, scritto per divertimento. In realtà ha quasi dell’incubo. Poi aspetti di arrivare velocemente alla fine per vedere se puoi uscirne. In realtà forse puoi tirare un sospiro in sollievo, ma non accantoni le domande che ti stavi facendo.
Se l’autrice di “Porci con le ali” ha raccontato uno spaccato politico/intimistico di due adolescenti, speriamo che qui abbia solo giocato con un divertissement.

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