Stavo adottando una chiave per scegliere i libri in biblioteca. Con poca fantasia ho scelto “libri, libraia, libreria” e tutto ciò che attiene ai volumi stampati da leggere.

Tutto è in iniziato dopo la lettura di “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafon, autore spagnolo o per meglio dire catalano di Barcellona, anche se ormai trapiantato a Los Angeles, primo volume di una quadrilogia giunta alla terza tappa.Ruiz Zafon parla  del "cimitero dei libri dimenticati". Una persona  vi entra e prende un libro da salvare.

Poi sono seguite le librerie “ Lo strano caso dell’apprendista libraia di Deborah Meyler e poi “La libreria dei nuovi inizi” di Banerjee Anjali.
Poi ho ristretto il campo e ho scelto le donne, le donne del mondo arabo dal Marocco al Libano perché mi è sembrato di poter uscire da prodotti un po’ confezionati e fragili della mega industria editoriale.
Uno è “La libraia di Marrakech” è la storia vera di Jamila Hassoune, una libraia vera, stanziale e nomade, un libro/intervista che nella sua semplicità e pacatezza ci restituisce una fotografia del Marocco, di cui conosciamo, almeno dalle Guide turistiche, le bellezze delle città e della natura e gli immigrati marocchini, tra i primi ad attraversare il Mediterraneo per sbarcare in Italia. L'altro è un romanzo a tutti gli effetti: “ La traduttrice” di Alameddine Rabih.

La libraia di Marrakech

Del Marocco forse al pubblico dei lettori comuni il solo scrittore conosciuto è Tahar Ben Jelloun, ormai emigrato in Francia da oltre quaranta anni, conosciuto anche per il suo impegno contro il razzismo e a sostegno degli immigrati. Per una cerchia ancora più ristretta si può richiamare Fatema Mernissi, autrice di quel gioiellino “ La terrazza proibita”, grazie a cui cominciai a rivedere l’immagine stereotipata del mondo arabo al di là del Mediterraneo, che saltava dai palazzi dei sultani di Mille e una notte” alle carovane beduine, dei film inglesi.
Una delle prefazioni al libro di Jamila è di un altro scrittore marocchino Mohamed Nedali, di cui nessuna opera è stata tradotta.
La storia di Jamila è in qualche modo esemplare, con alcune varianti. Primogenita di sei figli (quattro femmine e due maschi) nasce a Marrakech. Il padre è maestro elementare e la madre analfabeta, una famiglia tradizionale in cui l’uomo rappresenta l’autorità che si trasferisce ai figli maschi, che hanno piena libertà mentre le donne devono in silenzio gestire anche tra mille difficoltà la casa e accudire a tutti.
Ma in casa ci sono libri ovunque e questo sarà il suo nutrimento. Per una serie di coincidenze il padre lasciò il suo posto e aprì una libreria, una delle due esistenti in città.
I libri, anche nella tutela in cui deve vivere, sono però per Jamila, la finestra sul mondo, la sua libertà, la sua aspirazione. In questo la famiglia non era da meno, soprattutto quando tutta insieme decide di vendere l’abitazione acquistata con un mutuo per compare una libreria, che potesse dar lavoro ad alcuni suoi componenti.
Inizia così la grande avventura di Jamila, che aveva terminato le scuole superiori e dopo lavoretti diversi, si fermò nella sua libreria. Aveva un grande obiettivo: come far capire a chi era distante, non solo culturalmente, ma anche fisicamente e territorialmente dai libri, l’importanza della carta stampata, delle parole, dell’apprendimento.
Tutto il libro è poi la cronaca di questa avventura delle carovane dei libri, che si spingevano nei più remoti villaggi dell’Alto Atlante ( le montagne del Marocco) coinvolgendo tutti gli abitanti, bimbi e donne, in una scuola popolare, in cui tutti potevano trovare uno stimolo, un interesse.
Il libro è diviso, dopo le tre presentazioni, in due part: nella prima è Jamila che racconta la sua vita e la sua ricerca di stare con la libreria tradizionale, ma soprattutto con quella itinerante, al passo con i tempi per suscitare interesse e attrattive più culturali che commerciali.
La seconda parte è una lunga intervista, curata da Santina Mobiglia, insegnante e traduttrice(ha curato la biografia di Bianca Guidette Serra- Bianca la rossa- avvocata) antesignana nella difesa dei diritti delle donne) che aiuta a capire attraverso gli occhi di Jamila Hassoune, cosa è e cosa è stato il Marocco: i periodi bui degli arresti e delle carcerazioni, chiamati “ anni di piombo” sino alla nuova Carta Costituzionale, dai tentativi di islamizzazione, con l’abolizione del bilinguismo e il riconoscimento dell’arabo come lingua ufficiale e l’abbandono del francese. Le conseguenze di questa norma sono state deleterie, anche per il mondo delle librerie e della cultura che non potevano più utilizzare le pubblicazioni, molto più numerose in francese rispetto all’arabo, anche negli studi universitari.
Jamila è stata diverse volte in Italia, in questo suo instancabile impegno a diffondere un’idea diversa del libro, non solo prodotto commerciale “usa e getta” ma fonte di conoscenza e libertà. Credo che molti, come me, non ne abbiano mai sentito parlare.
Leggendo il libro, anche chi ritiene di non aver pregiudizi, deve ammettere che però ha informazioni o immaginazioni molto stereotipate, se non anche discriminatorie.
La mia chiave di selezione “libro-libreria” ha funzionato in due sensi: un bel libro e qualche conoscenza in più.

 

La Traduttrice

Questa traduttrice libanese, residente a Beirut, è da cinquanta anni, una libraia, quasi per caso, ma non avrebbe potuto essere altro.
Il libro è un caleidoscopio nei cui specchi si riflettono storie, soggetti e oggetti diversi. Aaliya, la suprema, la superba, ma anche la solitaria, una donna di 72 anni che una mattina si trova, per un eccesso di tintura e non per magia, con i cappelli blu.
Rabih Alameddine, l’autore ha una scrittura chiara  e scorrevole, ma con tutto il fascino della narrazione e dell’affabulazione.
I libri, in realtà sono i veri protagonisti, mediati da Aaliya e dall’autore, che qui racconta le sue letture, le mette sulle spalle della traduttrice e lettrice instancabile.
E’ un catalogo romanzato che scaturisce dai libri, dalle reminiscenze letterarie di Alameddine ( reale), dalla missione di tradurre della protagonista. Leggendolo ti viene voglia di prendere nota degli scrittori che non conosci ed di andarli a cercare.
Gli italiani hanno un posto d’onore, Magris in primo luogo, (che ha scoperto con piacevole sorpresa l’omaggio di Alameddine al rientro da una vacanza) ma anche Calvino, Moravia, poi tutti gli altri: dall’amato e pluricitato Fernando Pessoa a Tomasi di Lampedusa, Javier Marías e Roberto Bolaño, da Marguerite Duras ad Alice Munro, J.M. Coetzee e tanti altri.
Poi ci sono la storia e i luoghi, che fanno rivivere periodi bui del Libano, del Medio Oriente, dell’Europa: dal 1970 ai giorni nostri, il settembre nero, Sabra e Chatila, l’eterna lotta civile tra le fazioni libanesi e i signori della guerra, Arafat e la Palestina, i sciti e i sunniti, le bombe e i fucili mitragliatori, Israele e gli ebrei, in un eterno flash back tra il nostro oggi e quello raccontato nel libro.
Infine, come già con Jamila, emerge una realtà più articolata, in questo caso romanzata, della vita delle donne.
Perché Aaliya a 16 anni dovette abbandonare la scuola per un matrimonio imposto con un uomo molto più vecchio, che dopo poco tempo divorziò da lei, ma che forse senza volerlo, le lasciò il diritto di rimanere come inquilina nell’appartamento in cui avevamo abitato, àncora solida per la traduttrice, anche quando Beirut è bombardata, quando i miliziani di qualche fazione, compresi i palestinesi lì rifugiati, entrano nella casa. L’appartamento è lì, con tutti i suoi libri, i manoscritti delle trentasette opere tradotte in arabo da Aaliya e mai pubblicate, gli oggetti e gli spazi, anche le vicine di casa, le tre streghe, ma che sapranno essere anche solidali, il fratello e la madre che bussano alla porta per rivendicarlo, è sempre un rifugio.
Aaliya è cinica e anche scostante, forse spaventata dal mondo esterno, ma a cui alcuni spiragli danno anche un una veste umana: Ahmad, cresciuto sotto i suoi occhi e diventato poi forse un miliziano palestinese, la madre ormai persa con la mente, ma ancora attenta a certi rituali e Hannah, la quasi cognata, figura femminile di riferimento, amata e cercata, ma che forse apre nel cuore di Aaliya le ferite e le riflessioni più amare.

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