Mortari S 800x800L’essenza e la realtà della cura, è la mia sintesi del libro “ La filosofia della cura” di Luigina Mortari (Raffaele Cortina editore).
Personalizzazione, umanizzazione, centralità, medicina narrativa, relazione, ascolto: sono i termini utilizzati (sprecati anche) quando si vuole indicare la qualità di una cura, verso pazienti o persone anziane e/o con malattie croniche o nel campo educativo. Sono sintesi che usiamo per definire la qualità.

Sono frutto della nostra idea, ma trovano una difficile traduzione nel fare concreto, perché non comprendono il coinvolgimento dell’altro (anziano, paziente), neppure un’analisi dell’azione e del pensiero o una esemplficazione. Qual è la qualità essenziale della cura e come si misura? Non esiste una qualità univoca, se non contestualizzata alla persona e all’ambiente.
Da requisiti e criteri di struttura e di processo abbiamo individuato indicatori importanti di misurazione, abbiamo somministrato questionari di soddisfazione, abbiamo”fotografato” dei comportamenti, ma a quale qualità ci ispiriamo?
Sono questi alcuni degli interrogativi che trovano nel testo della Mortari delle idee, delle analisi, delle dimensioni, dei caratteri, dei percorsi costruttivi.
E’ difficile render conto di un libro denso, essenziale, che integra speculazioni filosofiche e azioni quotidiane, i saperi di Platone e Martin Heidegger e quelli dei testimoni della cura: la pratica dell’infermiere o della madre o dell’educatore.
Scelgo, anche per rispetto e condivisione di uno degli assunti dell’autrice- lavoriamo per idee, non per concetti per un agire dinamico e sul singolo- di presentare la struttura dei contenuti del libro e gli stimoli e i suggerimenti maggiori che mi ha fornito, consapevole che il tutto è comunque una riduzione impropria e inesatta, forse una banalizzazione, del valore del libro, di cui mi assumo ogni responsabilità.
Luigina Mortari concentra la sua attenzione, nell’impostazione filosofica, sui filosofi dell’antica Grecia, in primis Platone, con la sua idea del bene, della cura, del corpo e dell’anima, poi Martin Heidegger (prima di lui Husserl) per la loro ricerca nell’ambito del pensiero ontologico e fenomenologico. Ovviamente poi i riferimenti sono molti altri, da Aristotele a Hanna Arendt, da Lavinas a Murdoch, da Nodding a Nussbaum a Zambrano, per citare solo quelli di cui ho almeno una conoscenza nominativa, dai miei distratti studi liceali della filosofia o da più recenti interessi professionali.
Da questa base filosofica trae le idee trainanti: la ricerca del bene per sé e per gli altri è insito nell’essere (esserci- ente) da cui la necessità della relazione con gli altri; la fenomenologia e la rilevazione dei “fenomeni" per descrivere la realtà, condizione per dare alla cura concretezza.
Poi vi è altra assunzione iniziale: la cura è una pratica, il cui sviluppo deve confrontarsi con la realtà per avvicinare l’essenza del concreto nelle sue dimensioni temporali, spaziali, motivazionali, relazionali.
I contenuti che si sviluppano sono esplicitati nei titoli e sottotitoli e frasi anche sintetizzate che mi hanno interessato e colpito. ( NdT.“virgolettati” titoli dei capitoli e sottotitoli dei paragrafi)
Capitolo 1- Ragioni ontologiche della cura
Diventiamo quello di cui abbiamo cura, alternanza tra essere e cura- Essenza e analitica della cura
“Esserci mancanti d’essere” “La cura che conserva la forza vitale”: “Aver cura"
“La cura che fa fiorire l’essere”: non è solo il necessario che si cerca, ma la qualità di vita.
“Cura come terapia”: essere malato vuol dire perdere soggettività perché dipendente dalla vita biologica e dagli altri, perché se “La sostanza della vita è il tempo” e il tempo fluisce nella vita, nella sofferenza cambia di qualità, diventa muto, impenetrabile, un continuo compatto”.
La cura è una necessità ontologica, una necessità vitale (continuare a essere), una necessità etica (esserci con senso) una necessità terapeutica (per riparare l’essere).
“La consistenza relazionale dell’essere- la relazionalità come dato ontologico primario”:
Siamo essere relazionali e bisognosi degli altri.
“ Essere soli insieme agli altri/ la solitudine dell’essere con”: tutti nasciamo da una relazione (figlio/a di una madre)
“ La bisognosità dell’altro”: il difficile del lavoro di esistere sta tutto nella responsabilità singolare del progetto dell’esistere e insieme la necessità dell’altro, anche per la propria libertà.
“ La condizionatezza dell’esserci-Vulnerabilità –Fragilità- Debolezza ontologica –Orizzonte paradigmatico”
La nostra materia è “porosa”: assorbe la realtà attorno e si modella in relazione all’altro, ciò ci rende anche vulnerabili.
Veniamo al mondo indipendente da noi e il fluire del tempo (vita) non sta sotto la nostra sovranità .
Aver cura del lavoro del pensiero, parlare di “concetto” è riduttivo, mentre “ idea” richiede un continuo riformulare, ripensare e sperimentare, confrontandosi con la realtà
Trarre dati da chi fa lavoro di cura, ricerca fenomenologica, esaminare esperienze che sono un bene per tutti.
Tenere il pensiero nella realtà, pensare fedele alla realtà non è banale ma semplice (con cui tutti possiamo misurarci).

Capitolo 2-“L’essenza di una buona cura- Questioni di metodo- cercare l’essenza generale”
L’essenza della cura- Quali sono le proprietà essenziali che la definiscono -“l’essenza del concreto”.
Filosofia dell’esperienza, un sapere rigorosamente concreto, regioni fenomeniche della cura (cura materna, cura educativa, cura sanitaria, tra individui, (individuare classi di fenomeni, e di questi cercare l’essenza dei singoli atti concreti).
Muoversi dialogico: definire l’essenza generale tenendo lo sguardo al concreto, esaminarne la molteplicità (atti cognitivi che producono) che analizzano l’esperienza con l’idea ( non concetto) dell’essenza generale, indagini critiche, teoretiche ed empiriche
Teoria generale della cura che cerca l’eidos: le qualità generali essenziali- non la definitività.
“L’essenza generale-formale della cura- Perimetro epistemologico”
La cura riguarda l’esperienza: quale forma dell’esperienza, intima o relazionale, noetica, affettiva o pratica; dove accade, con quale durata temporale, da cosa è attivato, qual è il suo oggetto, verso dove si muove.
Da questo percorso scaturisce “La qualità essenziale”.
La cura è una pratica: una persona che agisce con gesti e/o parole nei confronti di un’altra persona.
Distinzioni della cura “asimmetrica”: “lo spazio dell’accadere”, “la durata temporale”, “ la matrice generativa”(interesse per l’altro sentirsi in- connessione”- sollecitudine, premura, devozione-non dedizione”
Tendere verso l’altro con sollecitudine e premura senza perdere equilibrio.
“L’oggetto dell’azione”: si ha cura quando ci si occupa di qualcosa d’essenziale, s’identificano e si risponde ai bisogni.
Attenzione ricettiva e responsiva.
“L’intenzione che guida”: c’è una tensione originaria che guida il movimento dell’esistenza, dell’essere umano che è mancante di bene, alla ricerca di ciò che fa bene al vivere, anche degli altri, non come altruismo, ma perché fa bene a sé e agli altri.
“ la densità etica del lavoro di cura- la questione prima”: come, cosa fare, perché all’altro arrivi del bene, in che cosa consiste il bene’- l’idea del bene costituisce il sapere più importante- il bene è radicato nell’esperienza e non si ha mai la certezza d’averlo raggiunto. La questione del bene occupa un posto essenziale nella cura, occorre far ritornare il bene nel dibattito filosofico.
Giungere a un’idea ( non risposta, non concetto), perché c’è un continuum: esistenza> cura> bene, ma è giusto mettere un “Provvisorio punto fermo”
Etica > passione: per camminare nell’esserci serve energia e passione, per mutare e iniziare processi di trasformazione.
Parlare di bene, com’è inteso dai testimoni di cura, evitando ogni dogmatica convinzione sulla realtà dell’idea di bene.

Capitolo 3- “Il nocciolo etico della cura”
La cura come pratica, che significa agire ha quindi molti modi di essere per concretizzarsi. La fenomenologia insegna che per capire un fenomeno occorre cogliere i modi del suo apparire, quindi una filosofia fenomenologica coglie i modi di esserci propri della cura.
La cura è etica perché tesa alla ricerca del bene e la filosofia fenomenologica evidenzia che ci sono specifiche posture dell’esserci in cui si condensa l’essenza etica della cura: “ sentirsi responsabile, condividere con l’altro l’essenziale, avere una considerazione reverenziale dell’altro, avere coraggio”.
“ Sentirsi responsabile dell’altro- l’essenza della responsabilità”: essere responsabile (da respondere) significa rispondere ad una chiamata di un altro in condizione di bisogno
La responsabilità ha gradualità diverse verso chi non è assolutamente autonomo- il neonato o il malato grave. C’è una responsabilità diretta e indiretta, una responsabilità sostenibile, una responsabilità dell’altro.
La realtà si rivela a uno sguardo che è impregnato del sapere del valore della cura e la cura è etica quando vede la qualità del reale.
“Alla radice del senso di responsabilità”: cogliere la qualità dell’esserci dell’altro.
Un paziente non è solo un corpo malato a cui serve la somministrazione della terapia, ma una persona la cui sofferenza è vissuta anche nella mente.
Una buona cura è una cura giusta che risponde al bisogno dell’altro, secondo la misura necessaria.
La condizione alla responsabilità quando si vede l’altro in stato di bisognosità, Occorre “Sentirsi toccato dall’altro” con una sensibilità che può essere empatia o compassione.
Il sentimento morale che risveglia il senso di responsabilità, non è un sentimento del cuore, ma un sentimento generato da una ragione sensibile, emozionata, un ragionamento del cuore che pensa la qualità del reale e la situazione dell’altro. Il sentire ha una struttura cognitiva e lavorando su questa si modifica la sfera del sentire ragione sensibile, fecondante materna
“Obbedire alla realtà-trovarsi obbligati oppure il senso di responsabilità ha a che fare anche con la nostra coscienza?
Dalle pratiche esperenziali, dalle risposte dei testimoni delle cure c’è un pensiero semplice molto semplice, perché sa dove sta l’essenza delle cose. “ si fa perché si deve” un modo differente di dar voce ai pensieri, e restare incollati alla realtà, “sentire la realtà” e vederla.
L’etica della cura: stare nella realtà cognitivamente impegnato, ma intensamente riflessivo perché l’agire è accompagnato da un continuo lavoro del pensiero che alimenta la ricerca dei modi di essere per riprendere nella maniera giusta.
“Agire con generosità” - l’azione donativa”: generosità e compassione sono inseparabili (Simone Weil) e la qualità donativa della cura senza “sentimentaleria” è un dono che chiede all’altro di rispondere positivamente.
Giusta misura della disponibilità. Fare ciò che è necessario fare.
“Senza pretese” perché il dono è diverso da gratuità. Una comunità non vive senza dono. Donare nella filosofia della cura risponde ad una necessità vitale.
“Una straordinaria ordinarietà”: dedicare tempo significa donare ciò che nella vita è essenziale.
Dedicare tempo: il piacere del fare, non c’è una logica sacrificale, ma sapere l’essenziale dove ne va del senso dell’essere. Saper il valore vitale della cura.
“La necessità vitale del dono” perché sentire il “dono” dell’atto di cura fa sentire all’altro di avere valore e trovare la forza di esserci.
Attenzione, gesti, parole sono “doni” negli atti della cura.
“Avvicinare l’altro con reverenza-Il senso del rispetto”: essere ospitali della soggettività dell’altro. Nella mancanza di rispetto c’è una violenza concreta -quella che ferisce il suo corpo- c’è una violenza intangibile nelle parole e nei gesti che non danno spazio all’altro. Cercare di ascoltarlo, di capirlo, di dedicargli tempo ed energie per farlo stare meglio, ma non annullare la propria identità dando una disponibilità misurata.
Politica dell’esperienza dei vari contesti di vita. Autonomia dell’altro Integrare non sostituire
Rispetto non solo spirituale ma del corpo: la carezza.
“ Nel pensiero”: cogliere la singolarità dell’altro e non smarrirsi in un pensiero generale- singolarità contro generalizzazioni.
Per agire con competenza è necessario disporre di teorie ma ogni sapere ha bisogno di una visione più ampia ma l’efficienza basata solo sul un sapere generale implica una perdita di rapporto con la singolarità dell’altro. Assumere la singolarità dentro la generalità è esercizio di potere.
Pensare al singolare, attenzione sensibile è al cuore della filosofia della cura.
“ La radice del rispetto”: il valore dell’altro e la sua inviolabilità.
“Avere coraggio”: l’individualismo interpreta la vita “centrato sul sé”, appiattisce le nostre vite e le rende meno sensibili agli altri, c’impedisce di sentire la qualità del vissuto dell’altro, non si avverte il suo appello.
Capitolo 4- “Il farsi concreto dell’essenza della cura”: la cura è una pratica mossa dall’intenzione di procurare beneficio all’altro.
Il principio di benevolenza è matrice della cura.
E’ compito di un’indagine fenomenologica leggere i modi di essere o indicatori comportamentali della cura secondo le caratteristiche che la definiscono.
Modi di essere: ricettività e responsività sono le due categorie essenziali della coscienza di chi agisce con cura.
“Prestare attenzione –tenere lo sguardo sul reale”: attenzione è un gesto cognitivo primario indispensabile per acquisire conoscenza, è un gesto etico e anche i frammenti di attenzione hanno effetto cumulativo. Concentrarsi è diverso da guardare, richiese attenzione (postura morale) della mente e del cuore.
Monitorarne gli effetti è parte essenziale della pratica di cura, che richiede una complessità dinamica.
“Con fedeltà alle cose”: difficile conservare concentrazione a troppe realtà negative se non si sposta l’attenzione sull’idea di bene, in un dialogo tra sensibilità e intelligenza
“Ascoltare”: è maniera di essere essenziale, l’ascoltare che cura non è pietoso, ma sa accogliere il senso con una mente aperta e riflessiva; nell’ascoltare c’è passività, ricettività, tensione.
“Esserci con la parola”: una buona cura pretende sincerità e franchezza, sarà il modo di dire le cose che cambia, con una parola che cura con un discorso ospitale libero da asservità.
“Comprendere” comprensione: cogliere le necessità dell’altro, aiutare a comprendere se stesso, e a progettare, con una conoscenza che obbedisce alla realtà.
“Sentire con l’altro”: sentire il sentire dell’altro, non coglie un “sentimento” generico indicatore della qualità che attribuiamo alle cose.
“Sentire empatia”: cogliere l’esperienza vissuta dall’altro rendere “porosi” i filtri concettuali, ma mantenendo una separatezza e pensando con il cuore.
“Provare compassione” sentire l’ingiustizia della sofferenza dell’altro, la pietas può essere coltivata, cultura della cura.
“Co- sentire con misura”- pensare riflessivo, “Sentire con premura” Dare fiducia e accettarsi, “Esserci in una distante prossimità”. Sostituirsi all’altro non è dedizione, ma
rischio di colonizzare, ma anche di ridurre lo spazio di chi cura.
“ Con delicatezza e con fermezza”: le parole dette pongono un problema di quantità e qualità, evitare parole imprecise, ricercate, cariche di emozioni, aride.
Delicatezza espressione di tenerezza, fermezza se c’è il paziente che abusa della disponibilità
Si può parlare di cura quando l’altro manifesta bisogni che non può soddisfare da sé, in caso contrario quello che ci viene richiesto non è cura, ma servizio.
“La fatica della cura”: il lavoro di cura è faticoso, chiede energie cognitive, emotive e anche fisiche e organizzative, la cura è un’azione e come tale non sempre è controllabile per intero.
Vigilare su quello che si fa, perché chi cura un soggetto fragile e vulnerabile assume su di se la responsabilità dell’agire.
“La ragione necessaria della cura”: la realtà vive di azioni di cura e la cura vive nella realtà.
La passione per il bene motiva la cura, ma del bene non abbiamo una definizione anzi siamo sempre alla ricerca di una maggiore qualità, ma occorre l’azzardo e il coraggio.
Non diffidenza verso il bene, anche con i pericoli del volontarismo e di certa presunzione.
Stare vicino alla realtà implica che si accettino anche pensieri semplici ( l’approccio fenomenologico)

In conclusione

Da quando ho iniziato ad occuparmi di gestione di servizi socioassistenziali, in particolari di quelli residenziali per anziani non autosufficienti, il mio progetto professionale si è concentrato su due obiettivi: la qualità dell’intervento e la valutazione dei risultati. Gli approfondimenti con le equipe di lavoro e con esperti vertevano in particolare sulla definizione della qualità dell’assistenza in ogni contesto e sulla ricerca degli indicatori idonei a misurare risultati conformi. La specificità professionale richiedeva un ulteriore passaggio: la traduzione di quegli obiettivi in misure organizzative, in spazi ambientali, in relazioni di rete.
Oggi ci troviamo ancora a parlare di queste necessità, dando forse per scontato certe acquisizioni e nella difficoltà di trovare sempre pratiche di cura in grado di rispondere alle esigenze del singolo e della comunità in sintonia con le aspettative odierne, diverse da quelle di 30 anni fa.
Leggere il libro di Luigina Mortari ha fornito una boccata d’ossigeno. Non ho le conoscenze filosofiche per valorizzare o contestare gli assunti teorici e i “maestri” richiamati, ma ho abbastanza conoscenze del mondo della cura per apprezzarne l’innovazione che porta alla ricerca sulla qualità della vita come frutto dei rapporti tra chi cura e chi è curato.
Provo a riassumerne gli aspetti più interessanti:
1) coniugare una riflessione teorica e filosofica ad una ricerca sulle testimonianze di chi cura;
2) dare al lavoro di cura, in qualsiasi ruolo e mansione, una dignità valoriale e una ragion d’essere legato ai cardini più profondi dell’ente, nel significato qui dato all’esserci, all’esistenza dell’umano;
3) dare senso, contenuti e significato a quelle parole generiche e ormai slogan che si usano ora come umanizzare, personalizzare, centralità ed altro;
4) questi contenuti e questi significati hanno concretezza e legame con la realtà da poter essere monitorati, tradotti in indicatori, da misurarsi sia in relazione a chi cura sia a chi è curato;
5) trovo appropriate molte delle dimensioni esaminate anche se alcune non mi sono molto chiare ( tipo il dono);
6) le due categorie essenziali, concretezza e realtà, in tutte le loro espressioni, esprimono un’idea che sempre ho sostenuto: nella cura delle persone i saperi generali (procedure, evidenze, protocolli) rientrano nelle conoscenze acquisite, ma non nella pratica quotidiana che richiede una conoscenza dinamica;
7) il metodo adottato (studio dei fenomeni/ manifestazioni) consente di estendere ulteriormente le ricerche, proprio basandosi su realtà e concretezza.
E’ vero che ci piace ciò che ci conferma nelle nostre idee, perché le nostre idee sono comunque sempre carenti.
Traggo soddisfazione e arricchimento da queste letture, ma anche coscienza responsabile del lavoro da fare.
Ho sempre sostenuto che nei servizi per anziani o altre categorie di persone non autosufficienti (residenziali, domiciliari, sociali) necessitano studi mirati per costruire una “qualità essenziale” della cura con i caratteri individuati -tempo, spazio, luogo, finalità, oggetto, intenzione- perché niente hanno a che fare con i servizi ospedalieri o poliambulatoriali.
Due ultime disgressioni.
Tra le frasi sopracitate contenute nel libro, una mi richiama il movimento di Slow Medicine: una buona cura è una cura giusta che risponde al bisogno dell’altro, secondo la misura necessaria.
I concetti della cura e della relazione come necessità individuale li ho ritrovati in una brano propostomi da un amico, tratto da “Il barone rampante” di Italo Calvino: “Capì questo: che le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone (mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada)”.

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