Parto dalla fine: "occorrono ruoli paritari, spazi condivisi, tempi pattuiti, trasparenza autentica. Queste sono le conclusioni di Lucia Fontanella nel suo libro " La comunicazione diseguale" ( Il pensiero scientifico editore), che aveva iniziato individuando la diseguaglianza, in ospedale e in tutte le istituzioni (scuole caserme, carceri, tribunali), nel diverso possesso da parte del paziente e dell'operatore sanitario "dello spazio, del tempo e della lingua".


Lucia si definisce come una che per "mestiere, osservo, catalogo e analizzo. Riconduco a teorie comunicative" perché : " Non c'è situazione della vita reale che non sia comunicativa".
Infatti era docente di didattica dell'Italiano all'Università di Torino prima della pensione.
Durante una lunga ed anche molto pesante degenza in ospedale ripercorre tutto ciò che le succede intorno, magari qualche giorno dopo il momento critico post operatorio, per ricondurlo ai suoi saperi.
L'autrice però, sottolinea a fine libro, che tutti gli operatori che ha incontrato sono "persone con cui parlare, ma non da disprezzare" ma di ogni situazione analizza le criticità, propone i suoi suggerimenti o alternative e ricompone un quadro teorico.
Cito dal suo libro alcune sue osservazioni, con le categorie da lei adottate di spazio, tempo, lingua.
Di chi è l'ospedale? Non si è a casa propria, neppure metaforica, perché non hai più niente di tuo , neanche il nome, i vestiti che ti tolgono subito, i vigilanti ormai diffusi che cacciano sgarbatamente i familiari che ritardano in camera, il portiere che non li fa entrare fuori orario, le minacce 'terapeutiche' "ti tolgo il catetere, ma se non fai pipì te lo rimetto".
Invita a valutare come è l'accoglienza per capire se in quell'ospedale tengono a te malato, o difendono i loro spazi, perché dice nella libertà di accesso e di parola ( nei confronti degli operatori) sono concentrate l'essenza dello spazio, del tempo e della lingua.
A proposito di lingua dice Lucia Fontanella, esistono molti "italiani" cioè parlate, ma in nessuna rientrano termini come prognosi, diagnosi, infausta, da sciogliere, stazionario, parametri vitali, situazione critica, se non con altri significati.
Occorre parlare semplice, perché la comunicazione muta la realtà e non può essere lasciata alle opzioni e caratteristiche dei singoli. Occorre, tema su cui insiste molto, un regista esterno per riequilibrarla e controllarla, perché la comunicazione, sin dall'inizio, nello stile, nelle modalità e nei tempi, per accogliere ed informare deve essere progettata, programmata, (come quando perché) verificata in sedi idonee, con particolare attenzione ai soggetti fragili.
In un libro molto facile e piacevole da leggere, si elencano alcuni condizioni della comunicazione: la prossemica, (la distanza tra i due interlocutori), lo sguardo che ti guarda negli occhi e non sta costantemente sulle carte, le espressioni facciali, la carezza, le aspettative che uno si porta dentro
In negativo richiama l'infantilizzazione del linguaggio (una punturina, nonnina ed altro), la prepotenza, la menzogna per non affrontare delle spiegazioni.
Ci sono poi le regole non scritte di qualsiasi istituzione.
Chi si sente in qualche modo ostaggio è influenzato dall'impotenza che percepisce, ha paura delle ritorsioni, se denuncia qualcosa, anche a carico di altri se per caso ci si lamenta di un comportamento scorretto di un operatore.
Lucia fa anche un riferimento all'abitudine di parlare del paziente, quando il pazienta ascolta, come se lui non ci fosse, esempio eclatante della scarsa considerazione che si ha della sua persona.
In fondo dice l'autrice, il primo passo per l'umanizzazione della sanità sta nel considerare il paziente un cittadino normale, con i suoi diritti e le sue identità, ma questo in una medicina che cura le patologie e non le persone è un salto difficile.
Prima di elencare tutto un insieme di esempi di messaggi comunicativi, anche non verbali o scritti che ha raccolto, ma situazionali, Lucia fa un' ultima osservazione su cui mi riservo di intervenire in altra occasione: " C'è sempre da imparare. Si impara da tutti. Si impara dal bambino, dall'anziano,dal colto e dall'ignorante, dall'insegnate e dallo studente.
Si impara dal giudice e dall'imputato, dal medico e dal paziente. Da tutti.
Bisogna voler ascoltare.
Nell'esercizio della professione medica quello che solitamente manca è proprio l'ascolto" 

 

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