Il lavoro educativo con le donne e con gli uomini in età di vecchiaia è un cammino verso l’incontro con sé stessi. Indipendentemente dal fatto che si tratti di persone anziane o digiovani educatori, questo è l’appuntamento. Avanzare con l’età è normalmente il destino di ciascuno, di ciascuna e forse, in ambito professionale, sostenere l’incontro con chi si colloca cronologica­mente più in là, non è così immediato. Gli operatori sono in relazione con un tempo della vita che non conoscono ancora direttamente, che si desidera e si teme contemporaneamente.

 

Le culture occidentali hanno costruito intorno alla vecchiaia un’ambiguità, visibile negli stereotipi con cui interpretiamo l’invecchiare. Le discipline che si occupano di vecchiaia, compresa la pedagogia, la considerano, in generale, una età da riabilitare, da educare. Penso invece, che in pedagogia, si debbano rovesciare tali direzioni, uscendo dalle cornici predisposte e che agiscono su­gli sguardi di chi lavora nelle istituzioni sanitarie, di assistenza, socio-educative. Sono le donne e gli uomini che a lungo hanno vissuto ad essere at­tori, se lo desiderano, di una educazione verso l’ambiente, verso i loro dintor­ni, verso le altre generazioni, verso i coetanei. Per chi si forma o si è formato ad essere educatore, non significa rinunciare all’azione educativa, al contrario, si tratta di saper ricevere, e di sapersi mettere a disposizione per creare dispo­sitivi educativi, che pongano in relazione le differenze, dandovi parola genera­tiva. Pedagogia dell’invecchiare è stare accanto al movimento dei corpi, nello spazio e nel tempo, è una pedagogia provvisoria, che oltrepassa i codici già dati, va oltre le proposte commerciali che invadono il mercato rivolto ai vec­chi, si colloca nella posizione del ricevere e del servire.

La direzione dei nuovi contributi e ricerche sull’invecchiamento sono un punto di riferimento per una pedagogia dell’invecchiare’[i]. Stiamo vivendo in­fatti una transizioneculturale di ampia portata, nei modi di concepire la vec­chiaia e il processo di invecchiamento. I confini tra generazioni e fasi della vita sono meno definiti di un tempo, inoltre sista disegnando una nuova map­pa delle età della vita, un nuovo immaginario sulla vecchiaia[ii],

Collocarci in questa prospettiva, ancora non definita, significa chiedere, a chi svolge il lavoro educativo e di cura, la disponibilità a considerare strumenti di ricerca e di lavoroanche il proprio corpo e la propria mente, oltre ad usu­fruire dei saperi pedagogici di base e specifici, fruibili sulla vecchiaia. E una posizione da guadagnare con le persone anziane. Se nel lavoro con i bambini o gli adolescenti l’educatore ha compiuto nella sua vita questi passaggi, così non è con gli anziani. Si tratta di un attraversamento del corpo e del pensiero non ancora avvenuto per i giovani, che nel corso naturale della vita, accadrà. E questa una scontata e banale osservazione, ma che scompare, perdendo pa­radossalmente di visibilità, quando siamo nelle istituzioni totali per anziani. Tenerla in conto fa la differenza, sovverte la direzione delle azioni: ad essere oggetto di educazione è soprattutto l’operatore. Si collocano gli anziani nella posizione di coloro che detengono un sapere assoluto su di sé. Assoluto nel senso di absolùtus, libero, sciolto, svincolato, che va ben oltre le interpreta­zioni disciplinari.

Si vuole perciò attraversare questa differenza, ponendo al centro il narrare in quanto pratica possibile, con lo scopo di incontraremodi educativi bidire­zionali per interagire con l’invecchiare. Nel testo si privilegiano le narrazioni delle donne. Di una fondante differenza si vuole dare conto ancora: la diffe­renza sessuale. Luce Irigaray sostiene che vedere la differenza è un’azione sessuata, tale consapevolezza offre altri spiragli di luce[iii]. Attraverso essi si di­stribuiscono le scelte della ricerca e delle esperienze, che vengono narrate nel libro.

Non considero l’invecchiamento come oggetto di studio, l’interesse è in­vece aprire delle narrazioni e da esse trovare direzioni di senso, per un dialogo con le esperienze di questo tempo di vita. In altre parole, non si costruiscono dei saperi saturi. il libro non si articola per dimostrazione di teorie, vorrebbe piuttosto essere all’altezza delle narrazioni ricevute e, da esse, trarne alcuni spunti di riflessione intorno all’invecchiare, con l’intento di contribuire a ri­generare i discorsi pedagogici intorno alla vecchiaia.

L’approccio psicopedagogico alla vecchiaia di Guidolin e Piccolini è uno dei punti di vista disciplinari dai quali sono partita, poiché tra i tanti, non cade nelle tentazioni di denigrare, o elogiare, o oggettivare questa età. La considera un tempo di esperienze imparagonabile agli altri, un tempo di ristrutturazioni psicologiche complesse e fondamentali, un originale modo di organizzare la personalità[iv]. Accanto à questo approccio esamino anche la dimensione del ter­ritorio, inteso come luogo di interazioni, in cuisi dipana la vita dei singoli e dei gruppi.

In questo libro ci occupiamo delle voci delle donne e di alcuni uomini, non nel tentativo di offrire alle lettrici e ai lettori strumenti per la gestione della vecchiaia, ma pratiche per immaginare un orizzonte educativo, che è in pri­mis, educante verso chi svolge, o svolgerà, il lavoro di educatore con questa età della vita. Un libro che vuole incontrare anche l’interesse di chi vecchia e vecchio si ritiene, e o avrà l’opportunità di diventarci.

Un altro punto di vista è dato dai nuovi vicini di casa. Molti di loro, oggi, sono operatori della cura e dell’educazione e, nella relazione tra le generazio­ni, rendono visibile un altro modo di pensare gli antenati e la vecchiaia. Ci of­frono, come in uno specchio, un’occasione importante per vedere le nostre co­struzioni culturali e sociali. Che la partita delle società occidentali con la vec­chiaia, basata sul piano oppositivo giovane/vecchio, risulti inadeguata, lo sap­piamo, ma l’incontro con le donne venute da lontano, e in particolaredalle terre all’Est dell’Europa, rendono ciò ancora più evidente.

Un ulteriore punto di vista che delinea l’orizzonte del libro è il riferimento ad un ricerca incarnata, in ascolto del corpo, delle emozioni, dei sentimenti e del pensiero dell’esperienza. L’ho incontrato nello sguardo di alcune donne: scienziate, filosofe, femministe, innamorate della vita. Esse mi hanno offerto sguardi per fare ricerca per me vitale[v]. Questa postura del ricercare con il cor­po-mente-emozioni-sentimenti, delinea un modo di sentire i passaggi, le con­tinuità e le discontinuità della vita, in una prospettiva compositiva e non op­positiva[vi]. Ma spinge anche a vedere le azioni e le ricerche all’interno dei con­testi, degli ambienti, nei dintorni, in quel che si dà intorno ai singoli e alle singole.

Il libro dialoga con l’esperienza dell’invecchiare, incontrata in luoghi dif­ferenti: nel primo capitolo racconta di una ricerca partecipata, nel territorio, con donne adulte e anziane. Mostra le narrazioni nei laboratori di parola, di scrittura come cura e la formazione di ricercatrici locali. Le narrazioni pos­sono trasformare non solo la ricerca stessa, ma anche dare indicazioni per le politiche sociali del territorio. Nel secondo capitolo, si attraversa la narrazione di più storie di vita, nel lavoro educativo ed animativo, nelle residenze sanita­rie assistenziali, fino all’accompagnamento nell’ultimo tempo di vita. Infine nella terza parte si interrogano le relazioni tra donne, quando la cura è al do­micilio: anziane, figlie, nuore, badanti parlano di sé e delle altre. Ciò che uni­sce il libro è una pratica: la narrazione di storie di vita che, in base ai contesti, è declinata in modi differenti.

 

Il narrare crea luoghi in comune, evidenzia simboliche frontiere tra le generazioni e le culture, permette di misurarle, di esplorarle e, quando si vuole, di attraversarle.

Anche un libro è una frontiera. Per attraversarlo indico con poche righe, alcune delle parole-concetto che ritornano frequenti: narrare, territorio, pratica.

 

Narrare

 

Il narrare è una pratica antica come l’umanità e ancora oggi non ha perso il suono della sacralità e il rigore della cerimonia. Nelle trasformazioni, nei pas­saggi di vita, il racconto rappresenta un particolare momento, un tempo che sta in mezzo a ciò che è avvenuto e all’attribuzione di un suo senso. Può esse­re espressione di una ricerca simbolica personale, ma anche collettiva, del proprio percorso, del proprio esserci in un tempo e in un luogo. La narrazione della storia di vita avviene in un tempo sospeso, che sta ai margini delle attivi­tà normali della vita, è anche un tempo perso, un tempo inutile ai fini strumen­tali, ma è paragonabile alla chiave di volta che sostiene l’arcata. La narrazione è un’azione sociale scrive Paolo Jedlowski, nella misura in cui essa è rivolta ad un altro[vii]. Narrare richiama la circolarità e, mentre la storia viene narrata, essa mette in motodelle trasformazioni a più livelli. Ne sono toccati il narra­tore, l’ascoltatore, ma anche i luoghi in cui la narrazione avvìene, se essa è pensata come oggetto attivo, come restituzione di vita e di vite. In età di vec­chiaia e in età adulta molte narrazioni hanno questo taglio e producono effetti originali. Vi è una richiesta di riconoscimento da parte del parlante, che soli­tamente, non è di tipo personalistico. La narrazione vuole divenire un bene da spendere, vuole avere dei fruitori, essere usata.

Utilizzerò con lo stesso significato di narrazione i termini racconto e sto­rie di vita.

 

“Se comprendiamo le storie è dunque perché comprendiamo in modo pre-narrativo le azioni. Ma le storie arricchiscono questa comprensione iniziale. Se lo possono fare èperché i significati di ogni azione, in verità, sono infiniti, e il nostro accesso ad essi è dunque passibile di essere incrementato”[viii].

 

In questa frase di Jedolwski è riassunta la posizione delicata, fragile, di re­sponsabilità, di impotenza, di servizio, di accrescimento, di colei o colui che è in ascolto.

 

 

 


[i]­I saggi contenuti nel testo a cura di Giovanna Pinna e Flans-Gregor Poil rappresen­tano un contributo notevole a riguardo: Seni//là. Immagini della vecchiaia nel/a ca/Itt­ra occidentale, Edizioni dell’orso, Alessandria, 2011.

[ii]E. Melon, L. Passerini, L. Ricaldone, L. Spina, Vecchie allo specchio. Rappresenta­zioni nella realtà sociale, nel cinema e nella letteratura, CIRSDe, Università d Tori­no, 2012, scaricabile:

http://aperto.unito.ft’bitstrean~j23 18/81 0/I/ATTI VaS.pdf,

[iii]L. Irigaray, Oltre i propri confìni, Baldini Castoldi DaIni, Milano, 2007.

 

[iv]I. Hanley e M. Gilhooly, Terapie psicologiche per gli anziani, Borla, Roma, 1992, E. Guidolin e O. Piccolini, L’imbarazzo della vecchiaia, lettura psicopedagogia della condizione anziana, Gregoriana Libreria Editrice, Padova, 1991.

 

[v]Sono debitrice in particolare agli scritti di: Letizia Comba, Evelin Fox Keller, Luce Irigaray, Luisa Muraro, Annarosa Buttareli e Chiara Zamboni.

 

[vi]Sono debitrice in particolare agli scritti di: Letizia Comba, Evelin Fox Keller, Luce Irigaray, Luisa Muraro, Annarosa Buttareli e Chiara Zamboni.

 

[vii]P. Jedlowski, Storie Comuni. La narrazione nella vita quotidiana, Bruno Mondado­ri, Milano, 2000. E’ un libro di riferimento per la parte sul tema della Narrazione.

 

[viii]lbidem, p. 189

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Biografia
Author: Rosanna Cima