Raccontarsi, esporsi, ricordare serve a metterci in contatto con le persone, a fare pace con periodi della propria vita, a scavare  al nostro interno. Sono voci, quelle che  si esprimono, che hanno qualche possibilità in più di entrare  in contatto con gli altri.

altQuesto ho pensato leggendo il libro “” Miei cari figli, vi scrivo” di Lilia Bicec (Einaudi editore).

Perché le voci come quelle di Lilia non hanno molta visibilità in Italia, perché immigrata, perché “badante”, una invisibile.

Perché Lilia racconta il suo avventuroso trasferimento in Italia, le difficoltà, per noi italiani, inimmaginabili, la cattiveria, ma anche la generosità dei “padroni”, l’omertà e la crudeltà dei trafficanti  di esseri umani, le ipocrisie e le infamità normative della nostra legislazione e della burocrazia italiana, ma anche di altre nazioni.

Lilia al suo paese, la Moldavia, già aveva accumulato in famiglia, una storia di sorprusi, di violenze e di umiliazione con le purghe di Stalin, la confisca dei beni, la deportazione in Siberia. Poi il regime seguito alla caduta dell’URSS non ha garantito condizioni accettabili.

Lilia è una giornalista, impegnata in un giornale locale,  senza un futuro sereno per lei e per i due figli, Cristina e Stasi. Come per molte di queste donne, anche il rapporto con il marito è difficile, complicato: non lavora, spesso è violento.

Decide allora, da clandestina, di venire in Italia e da clandestina ricattabile inizierà la sua avventura da “badante”.

Lascio a chi è interessato a leggere il libro il racconto delle diverse traversie, delle umiliazioni e delle angherie, ma anche degli incontri felici ed umani, delle famiglie accoglienti, della solidarietà tra i disperati dell’immigrazione. Sfila tutto quanto con un ritmo incalzante, un susseguirsi di avvenimenti.

I figli sono rimasti in Moldavia con il padre, per molto tempo, poi Lilia decide di chiamarli qui per iniziare, appena possibile una nuova vita. Ancora una volta una tragedia. Poi la vita riprende e Lilia ritorna, in qualche modo, alla sua iniziale attività di scrittrice questa volta con un libro e non su un giornale.

Lilia  è una giornalista. Il suo scrivere è asciutto, essenziale, quasi freddo anche se sceglie di scrivere un dialogo con i figli lontani per mantenere tutta la veridicità delle emozioni appena provate. Scrive un dialogo come un accompagnamento alla crescita dei figli , che non può osservare e godere.

Anche il dolore e il dramma sono stemperati “nella cronaca”.

Forse Lilia può sembrare ad alcuni molto asettica, credo però che sia stato questo comportamento una sua ancora di salvezza.

 Leggendo il libro, ho pensato quanto poco sappiamo, nel bene e nel male, di queste donne a cui affidiamo un nostro congiunto. Forse se si rompesse di più la barriera dei ruoli, se ci fosse spazio per conoscersi, anche  i momenti più operativi e travolgenti potrebbero risultare meno pesanti, anche i sensi di colpa e le ansie per la famiglia lontana della “badante” si incontrebbero con quelli del familiare, spesso,anche lei una donna, che deve ricorrere ad un aiuto estraneo, stemperandosi in solidarietà e  comprensione.

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