A volte è difficile decidere di prendere in mano un libro che parla dell’Alzheimer, raccontato da un familiare, 

quando già si leggono quelli più tecnici per professione. 

Tempo fa avevo visto- in un famoso inserto di giornale sui libri, di cui mi avvalgo molto- la recensione di un’opera Il vecchio re nel suo esilio, (Bompiani) di uno scrittore austriaco, Arno Geiger, che narra della sua vita con il padre colpito dal morbo d’Alzheimer.

L‘avevo comprato, perché qualcosa nel titolo mi aveva incuriosito e messo in disparte.

Poi, trattando della malattia su PLV, l‘ho ripreso in mano a distanza di alcuni mesi e l’ho letto, se si può dire, dato l’argomento, piacevolmente, tutto d’un fiato e mi sono chiesta perché. Certamente valgono la capacità narrativa, la scioltezza linguistica (nonostante i numerosissimi refusi tipografici!) l’abilità nel restituire ambienti e situazioni. Ma non è stato solo questo.

Sono stata coinvolta dalla volontà dell’autore di capire il padre, di coglierne tutti quei momenti di disagio e d’angoscia che lo avviluppavano, di vedere le giornate negative, gli episodi strambi, le defaillance comportamentali, dalla parte del “vecchio re”.

Non è un libro “intimista” o di analisi psicologica, è un recupero di una conoscenza, che non si era sviluppata nel corso della vita dei protagonisti, mai molto uniti, nel momento dell’insorgere della malattia.

Le difficoltà assistenziali e logistiche sono sullo sfondo, descritte, ma lette anche con gli occhi del genitore. Le “badanti” che si alternano troppo velocemente, le loro capacità/incapacità di relazione, la risposta residenziale in una struttura assistenziale in paese.

Siamo in Austria a Wolfurt. Ho cercato su internet: un piccolo comune di poco più di 7000 abitanti, in collina, da cartolina, presso il lago di Costanza, al confine tra Svizzera, Germania, però potrebbe essere un qualsiasi paesino del Nord Italia.

La famiglia è unita: l’autore e i suoi fratelli, la madre pure separata da tempo dal padre, che ritorna per accudire, i numerosi parenti, probabilmente anche per l’assenza di difficoltà economiche, le disponibilità personali e la possibilità di trovare soluzioni assistenziali.

Ci sono nel libro alcune affermazioni acute e coinvolgenti, un pizzico d’ironia e leggerezza nel ricordare la vita passata e presente del padre e della famiglia.

Sono riportate molte frasi del padre che ne testimoniano l’evolversi della malattia, non con il decorso patologico, ma con lo spegnersi lentamente di una persona.

L’autore annota quotidianamente nel suo computer gli avvenimenti, i colloqui ma -afferma nelle pagine finali- “ Con calma, in attesa……per questo libro volevo darmi tempo, ci ho pensato sei anni. Tuttavia ho sperato di riuscire a scriverlo prima che mio padre morisse. Non volevo raccontare di lui dopo la sua morte, volevo scrivere di una persona viva, trovavo che mio padre, come ognuno di noi, merita un destino che resti aperto".

altInfatti, il libro si conclude con una fase strafottente del padre, con il verbo al presente indicativo e non sappiamo come e se è morto. Arno Geiger ci ha raccontato di una persona, che per caso aveva l’Alzheimer. Come per " Il diario di Jane Sommers" di Doris Lessing, lo proporrei come testo nei corsi di formazione.

 

 

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