Via Ripetta 155 di Clara SereniÈ uscito più di un anno fa, ma l’ho riletto perché trovavo una contiguità con i temi dell’abitare e delle scelte delle donne, di cui ho parlato presentando “Il terzo tempo” di Lidia Ravera.
“ Via Ripetta 155” (Giunti editore) di Clara Sereni parla di un modo di intendere la casa, ma soprattutto di ragazze, della loro crescita e sfida al mondo, dalla famiglia alle consuetudini, dalla politica ai rapporti sessuali, dalle relazioni interpersonali all’amicizia con ragazzi e ragazze. Sono gli anni che scorrono, dal 1968 al 1977, che tendono a essere dimenticati, ancor più spesso demonizzati, in blocco, quando invece ideali, sentimenti ed emozioni erano diversi in quel decennio. Mutarono dall’inizio quando si pensava di cambiare il mondo in una lotta collettiva alla fine quando iniziarono gli attentati, le gambizzazioni e i tragici eventi terroristici degli anni ottanta.

Leggendolo ci si rammenta di quante cose cambiarono e quante tracce hanno lasciato in ognuno, anche quando sono rimosse.
Intervistai Clara Sereni a marzo del 2013, oltre quattro anni fa, in occasione dell’uscita di un suo libro “ Una storia chiusa” dopo un lungo silenzio. In quell’occasione mi disse che l’aveva scritto, partendo dalla casa di riposo in cui era andata a vivere, ma che, pur ossessionata dalla memoria, era il libro meno autobiografico. Era contenta perché riusciva a non parlare più di se stessa.
Poi non ha resistito. In “Via Ripetta 155” torna a raccontarsi, ma quasi con distacco, come se riavvolgesse una bobina (in fondo il cinema è sempre stato presente nella sua vita) e la commentasse da una poltrona della casa di riposo in cui ha scelto di vivere.
Clara però “ossessionata dalla memoria” ha rivissuto quegli anni, che iniziarono con l’uscita dalla casa di famiglia, la ricerca di un luogo in cui abitare, ma non uno qualsiasi perché “La causa prima fu sono una snob. La casa mia la volevo proprio lì...” la ricerca di un’indipendenza economica, l’emancipazione da rapporti famigliari ingombranti e ossessivi.
La famiglia di Clara, il padre in particolare Emilio, è figura illustre nella storia del PCI, degli intellettuali del dopo guerra, oltre che rappresentante della comunità ebraica, ma come tanti di quella generazione subordinavano affetti, relazioni famigliari, giudizi all’etica e alla rigida morale comunista.
Chiara richiama spesso la magrezza anoressica del periodo trascorso in famiglia che si risolse nella nuova casa, anche se spesso il cibo si riduceva a pane e spaghetti, ma il più delle volte in calorosa e rumorosa compagnia. Con la flemma inglese racconta episodi esilaranti come la cottura dell’anitra regalata da un amico
Perché l’appartamento proprio, per quanto disagevole, freddo, arredato alla rinfusa, era la propria casa, il luogo dell’abitare in cui si costruivano rapporti e relazioni, s’intrecciavano amori e veloci conoscenze sessuali, in cui- per usare un termine che in altri contesti uso spesso- rappresenta la “domiciliarità”. Con la libertà individuale anche la possibilità di soddisfare la propria passione: cantare canzoni popolari, frequentare il Folk studio, esibirsi nelle feste de l’Unità, intrecciare rapporti con artisti che poi sono diventati famosi come Francesco De Gregori. Anche in queste occasioni, quando capitava di incontralo riceveva rimbrotti e richiami dal padre.
Il lavoro era precario, mal pagato ma Clara qui non ha mai fatto la snob: tutto ciò che arrivava andava bene e sfruttava sue abilità e conoscenze specifiche come dattilografa o interprete per poter sopravvivere, senza chiedere aiuto alla famiglia. Per le regole del passaparola tutto si svolgeva all’interno del settore cinema, in cui Clara è poi sempre rimasta, cogliendo preziose esperienze ai vari Festival, a Venezia come a Pesaro o altre località con eventi culturali.
L’autrice racconta, quasi come cronaca giornalistica, quelle giornate e quegli incontri.
Con un filo di ironia parla di quei riti collettivi su cui si costruivano le giornate, le vacanze nel mito del naturale e del culturale, alla ricerca nelle più sperdute campagne delle emergenze archeologiche o dei musei della tradizione popolare, che spesso finivano in rovinose débâcle.
Nel libro c’è sempre la politica, che, come per tanti in quell’epoca era anche un modo di ribellarsi alla famiglia e alle sue consuetudini. Per Clara, figlia di Emilio, il luogo della politica divennero i gruppi extra parlamentari. I tragici avvenimenti di quegli anni, dalla morte di Paolo Rossi, alla strage di Piazza Fontana alla morte di Giuseppe Pinelli al tentativo di golpe Borghese sino alla strage di Primavalle, le prime bombe ai treni per la rivolta di Reggio Calabria furono scanditi dalle numerose manifestazioni di piazza, dove, tratto comune, erano le cariche della polizia e la manganellate, la strage di Brescia. Poi la politica estera, il Cile e il Vietnam.
Poi il clima cominciò a cambiare, anzi, dice Clara, si sottovalutarono i primi episodi. Comparirono le Brigate Rosse, il gruppo XXII ottobre, “compagni che sbagliano, comunque figli e fratelli nostri anche se sbagliano, sbagliano proprio”
Poi nel 1974 inizia la sfida della scrittura e la pubblicazione del suo primo libro Signa Epsilon e l’incontro con Stefano che diventerà il suo compagno per i trenta anni successivi.
La storia con Stefano s’intreccia con gli anni più cupi del terrorismo. Il libro si chiude al 1977, un anno di svolta per Clara: la morte del padre con tutta la presenza del PCI di allora, i cortei di Bologna e la morte di Francesco Lo Russo e tutti gli interrogativi con chi stare, di “ rabbia senza obiettivi, di depressione” la morte di Giorgina Masi.
Poi il trasloco a Monteverde con Stefano in una casa normale. E con il trasloco Clara pare riconciliarsi con se stessa, “ con tutte le speranze e utopie- colpevolmente- ancor intatte”.
Mi sono dilungata più di quanto normalmente faccio sul racconto, perché credo che per chiunque abbia vissuto quegli anni, un ripasso fa bene per annotare i periodi difficili, ma anche le speranze, le passioni, la ribellione finalizzata a costruire una società migliore, a combattere le ingiustizie. Militavamo, Clara ed io, in due aree diverse in quel periodo, negli anni ‘72/73 anch’io lavoravo a Roma. Molti dei luoghi che lei menziona li frequentavo anch’io, come il cinema Rialto.
Le persone che lei incontra hanno dato vita a una delle epoche culturali più ricche della storia italiana, da Stefano Lepre a Citto Maselli e Zavattini, da Gianni Toti a Cesare De Michelis , Vittorio e Lisa Foa e Il Canzoniere Italiano.
Niente di tutto questo c’era più nel 1977 e negli anni successivi, quegli anni ’80 dove tutto era apparire e avere potere, che niente aveva da spartire con l'ideale di un mondo migliore.
clara sereni1Prima di scrivere questa presentazione ho scambiato alcune impressioni con Clara, sempre nella sua casa di riposo e ben contenta di quella scelta in alternativa alla “comune” che le avevano proposto. La ricchezza partecipativa, ideale e valoriale di quegli anni, prima della degenerazione di gruppi nel terrorismo era ed è un patrimonio comune, per cui anche oggi ci sono più cose che uniscono di quelle che dividono. Solo che pare non ci interessi più cercarle e rafforzarle, intenti solo a trovare ciò che divide.