Baba DunjaCop NEVE CANE1Quest’anno mi sono fatta coinvolgere sin dall’inizio, all’interno del gruppo di lettura “ Billy, il vizio di leggere” nella maratona di Modus legendi, una sfida per una lettura consapevole e la promozione di libri, fuori dalle logiche del mercato editoriale. Lo scorso anno ne avevo colto la coda ma avevo conosciuto la scrittrice Annie Ernaux, quasi sconosciuta in Italia, un’icona in Francia suo paese, che poi non ho più abbandonato.
Quest’anno ho incrociato due libri interessanti tra la cinquina iniziale.
Sono “L’ultimo amore di Baba Dunja” di Alina Bronsky (Keller editore) e “Neve, cane, piede” di Claudio Morandini (edizione Éxorma) risultato poi il più votato tra i lettori Billyni.

Su questo titolo si è concentrata la maratona per farlo entrare nella classifica dei libri più venduti.
Se cito personaggi, ambientazione, trama non si direbbe ma ho trovato dei tratti comuni: persone vecchie, una natura violenta per le sue leggi naturali o per gli stupri e le follie dell’uomo, la forza degli animali anche quando tutto sembra perduto, l’episodio drammatico che sconvolge la vita dei protagonisti.
Poi per entrambi, anche se gli eventi sono tragici, c’è un’ironia, una leggerezza, espedienti narrativi (animali che parlano, morti che ritornano) che permettono agli autori di introdurre momenti spiritosi, per non dire comici: il cane di Armando, il gallo Kostantin di Marja.
“Neve, cane, piede” è ambientato in alta montagna, in un vallone isolato delle Alpi, nella natura più impervia che il protagonista Adelmo Farandola poteva trovare.
Adelmo ha problemi di memoria. È disgustoso nel ritratto che ne fa l’autore, puzzolente, di uno sporco primordiale accumulatosi negli anni.
Adelmo è un vecchio scontroso, scorbutico, anche aggressivo e violento. Un asociale si direbbe oggi, ma forse lo è sempre stato sin dal suo nascondersi nei dirupi, durante la guerra, per salvarsi dalla cattura dei nazisti. Ha appreso e forse anche apprezzato la solitudine, la capacità di sconfiggere i nemici di allora: la fame il sonno, il freddo.
Questi sono anche i nemici di oggi, quando l’inverno si prolunga oltre il previsto nella baita al limite della vivibilità in cui si ritira in inverno. Non sono i soldi che gli mancano, né le opportunità. Continua a vivere nel freddo e nella sporcizia, deriso e tenuto a distanza, anche in paese, quando periodicamente scende a far provviste per affrontare l’inverno. Solo un guardiacaccia si mostra disponibile e interessato ad aprire un dialogo, rischiando sassi e pallottole.
In uno di questi ritorni dal paese, incontra un cane, che lo seguirà, dopo alcuni tentativi, forse neppure tanto convinti di Adelmo di allontanarlo. E il cane entrerà poco a poco nella sua vita, lo seguirà nella baita e salirà con lui ancora più in alto, in un bivacco in cui a mala pena ci sta una persona distesa tra le lamiere, quando l’arrivo dell’estate può minacciare l’avvicinarsi di qualche intruso.
Poi il ritorno nella baracca con l’arrivo dell’inverno, quando la neve sommerge e impedisce per mesi di varcare la porta. Però le provviste accumulate per resistere nell’inverno, si esauriscono anzitempo, perché a nutrirsi sono in due, Adelmo e il cane.
In tutto questo tempo i dialoghi tra l’uomo e il cane acquistano una loro identità e importanza. Le battute agili, spiritose e ironiche dell’animale, la sua benevola ma pungente critica al modo di vivere e agire del vecchio, il senso dell’umorismo accompagnato a una pazienza canina, una saggezza imperturbabile sono uno squarcio di leggerezza che fanno conoscere meglio anche Adelmo.
Al disgelo, quando la neve e le frane portano tutto a valle tra i detriti tutto ciò che vi era nascosto, cambia la vita dei due.
Tra il ghiaccio e le pietre appare un piede umano.
La storia prende un’altra svolta, trascinando, come un enorme fardello, nei nuovi avvenimenti tutte le incrostazioni, quelle fisiche ma anche quelle psichiche di Adelmo: dai vuoti di memoria al rifiuto e alla diffidenza nei confronti degli altri, cresciuti su una paura atavica degli estranei.
Qui si arresta la mia narrazione per non togliere nulla alla lettura.
I protagonisti sono tre, Adelmo, il cane e la natura.
Perché la neve, l’acqua, le pietre e i valloni, le montagne e gli animali selvatici parlano, emettono suoni, fanno rumori che Morandini ci fa sentire come se fossimo lì nella baita.
Perché la storia di Adelmo che lo scrittore ci narra ha il ritmo, la densità e l’eco delle “fole” che si raccontavano nelle stalle o nelle osterie, quelle che facevano sempre un po’ paura, come i sogni del vecchio.
Poi ci sono le comparse: i militari tedeschi con il cappotto grigio, il guardiacaccia alla ricerca di bracconieri e forse anche qualcosa o qualcuno d’altro, la bottegaia giù in paese, che deride più che aiutare, i ragazzi che con Adelmo giovane si azzuffano in lotte violente.
Anche le comparse hanno un loro ruolo nella vita di quest’uomo cresciuto male e invecchiato ancor peggio: sono tanti frammenti di una società che, anche con eventi estremi come le fucilazioni naziste, sfregiano e condizionano la vita di Adelmo.
Quanti vecchi Adelmi ci sono tra noi, anche se lavati, puliti, profumati con il dopobarba di classe e con qualche figlio o parente rintanato negli appartamenti cittadini?
È Baba (nonna) Dunja, la protagonista di “ L’ultimo amore di Baba Dunja” che incarna la saggezza, l’ironia, l’equilibrio in una comunità di sopravvissuti, che, dopo l’esplosione del reattore nucleare di Chernobyl sono tornati a vivere nelle loro case, nel loro piccolo paese Černovo a pochi chilometri dal disastro. È una comunità di vecchi, di malati, di esseri umani soli e abbandonati, ma non disperati.
Baba Dunja, ha “non più di 82 anni” è un’infermiera che, oltre al lavoro in ospedale era anche il punto di riferimento degli abitanti del villaggio quando c’erano problemi di salute.
Tutti riconoscono le doti d’equilibrio e di senso di responsabilità della donna e ancora vi ricorrono.
Baba Dunja ha due figli, un maschio e una femmina, che vivono in altri paesi, in America e in Germania.
La vecchia ha perfettamente organizzato la sua vita, la sua casa, il suo orto ed anche le sue relazioni con i vicini di casa e con le altre conoscenze più distanti, nel paese vicino dove ogni tanto si reca per la spesa. All’interno di quell’ambiente contaminato e omicida lei si preoccupa- con inevitabile ironia- di mangiare solo cibi freschi o le verdure del suo orto che coltiva con estrema razionalità e senza spreco o, quando si presenta l’occasione, le “saporite” carni del gallo della vicina di casa, Kostantin, che la sveglia tutte le mattine.
Per fato o infarto da paura o per contaminazione nucleare il pennuto stramazza a terra- proprio a due passi da lei quando si avvicina per tirargli il collo. La fine incognita non cambia la destinazione: la pentola del brodo.
Vige nel villaggio un tacito accordo: ognuno sta nella propria area, ma quando necessita di qualcosa –un attrezzo che manca o la necessita di ricostituire la riserva di provviste- ricorre all’aiuto degli altri.
La vita scorre nella tranquillità, con tanti piccoli gustosi eventi sino a che nel paese compare un uomo sconosciuto con una bambina per installarsi in quel luogo di morte, in una casa, come le altre semidiroccata.
Sarà uno sconvolgimento da cui tutti rimangono travolti e da cui, ancora una volta emergerà Baba Dunja con la sua saggezza, ma anche la sua generosità, la sua sensibilità e disponibilità verso gli altri, quelli che lei ritiene in condizioni peggiori della sua.
Anche per lei ci saranno sconvolgimenti e sogni infranti, ma riaccenderà subito un’altra luce per aiutare la nipote Laura.
E’ certo una favola, ma la scrittrice ci fa vivere anche tante tragedie: Chernobyl ma anche la droga, l’ottusità della burocrazia e le violenze dei rapporti, i rancori e la voglia di vendetta che non salvano nessuno, quando le relazioni famigliari si deteriorano.
Nonostante questo la scrittura di Alina Bronsky, nelle parole di Baba Dunja, nel descrivere gli esiti negli animali e nelle piante dell’inquinamento, corre leggera e briosa, racconta tutto ciò che di tragico succede o è successo, ma lascia una speranza, esalta i rapporti tra le persone, trova ovunque una traccia d’umanità, incarica Baba Dunja di portare serenità.
Se all’inizio ho richiamato i lati comuni tra i due libri ora ne sottolineo ciò che li distingue, nella mia percezione, assegnando a ognuno dei due protagonisti un’identità e un messaggio diverso: Adelmo è l’angoscia, il rifiuto dell’altro, la diffidenza come legge di vita. Baba Dunja è l’umanità inclusiva, il piacere di vivere dove stanno anche altri perché, anche se i rapporti sono fluidi, gli altri comunque ci sono e noi esistiamo perché ci sono stati e ci saranno sempre gli altri.

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