BdP

Picture1

WELFARE e DOMICILIARITA'
(a cura di La Bottega del Possibile)

CAMPAGNA CAREGIVER 

La famiglia è declamata (con molta ipocrisia, un po’ d’ideologia ma con tantissima verità) come centro del tessuto della nostra società. Il luogo nel quale si esplica il mutuo sostegno, il farsi carico reciproco fra appartenenti. Il luogo fisico, logistico ma al tempo stesso emotivo e psicologico dove i legami fra persone (relativamente stabili nella prassi, ma percepiti come indissolubili nella psiche) si consolidano e, come in un composto chimico, precipitano nel dare valore all’azione dell’accudire.

L’accudire, il prendesi cura, azione umana per eccellenza così ricca di significati, così diversificata nello spettro da andare: dalla perpetuazione di valori tramite l’educazione alla trasmissione di comportamenti etici, all’istruzione nelle procedure base della vita, fino alla cura del corpo, della salute, alla tutela dai rischi, alla garanzia dell’igiene.

Così diversificata e anche al tempo stesso così mobile così “culturalmente” e storicamente determinata. Infatti, alla competenza dell’accudire si chiede anche di evolversi, aggiornarsi e trasformarsi alla luce del cambiamento della società nella quale l’accudire è inserito.

In un certo senso il sostenersi nella famiglia attraverso l’accudire esprime l’esigenza di multidimensionalità dei bisogni e d’integrazione di capacità, oggi giustamente approccio guida e requisito dichiarato come irrinunciabile per ogni intervento “politically correct” dei servizi sociali.

La famiglia pertanto, liberata dalla cattiva fama di luogo di repressione conservatrice e depurata dalle scorie del ribellismo post sessantottino diventa paradigma esemplare, icona irrinunciabile del modello “giusto” dell’operare nel sociale, della pacificazione inclusiva di una società adulta? .

Così importante, per dire, che diventa il termine di paragone nel dibattito politico sull’evoluzione della convivenza civile. La famiglia che da un lato ( per alcuni ) non può che includere fra i suoi sacri confini le forme di convivenza non basate su relazioni eterosessuali monogamiche, come ergendo mura impenetrabili a difesa di forme affettive che come in una ricetta incompleta siano da misurare negli ingredienti che la compongono, più che dal sapore: cioè dalla quantità, dal potere moltiplicatore e dalla persistenza degli affetti che riesce a generare.

Ma, d’altra parte (per altri), paradossalmente ci si mostra così invidiosi di quella famiglia istituzionalizzata e ben recintata nel proprio giardino, da preferire l’estensione del marchio” famiglia” alle nuove forme d’affettività piuttosto che battere strade nuove, forse rischiose,  d’identificazione innovativa degli impegni reciproci d’aiuto e supporto umano, pagati principalmente  e spesso anticipatamente con la moneta dell’affetto, fatti e impastati appunto nell’accudire.

Poco importa che, anche per motivi fiscali e d’accesso agevolato ai servizi pubblici (diciamocelo) un quarto delle famiglie italiane sia composto da una sola persona e che le statistiche per affrontare questo paradosso con, forse involontaria, ironia burocratica nominino questo tipo di famiglia “famiglia unipersonale”.

Tutto questo dibattito appare purtroppo lontano dal concreto farsi famiglia del terzo millennio in una società come quella nella quale viviamo: segmentata e secolarizzata, a volte lacerata e contraddittoria ma sicuramente più ricca di potere e di conoscenza condivise e distribuite.

Quel disegno del bambino che tiene compresenti sulle spalle: due genitori, quattro nonni e due bisnonni, ci racconta che solo il prendere in considerazione la segmentazione anagrafica modifica l’immagine mentale che abbiamo della rete di relazioni nella famiglia.

Un reticolo nel quale il vettore della cura va dalla generazione adulta a quella bambina, ma sempre più spesso consente e richiede nell’arco naturale della vita di una persona di ribaltare le direzioni della cura dai figli verso i genitori, per un periodo di tempo a volte più lungo di quello nel quale il genitore ha svolto il tradizionale ruolo educativo nell’arco infantile- adolescenziale verso il figlio.

L’allungamento della vita significa prendere in considerazione, per i propri cari, un lungo periodo di vita “fragile “ nella quale farsi carico di una cura multi dimensionale. Un lavoro di cura che deve affrontare non solo un insieme di patologie, ma anche la dimensione affettiva della perdita, del lutto e della sua rielaborazione, ma ancora più della perdita d’autonomia e dell’indebolimento della dimensione relazionale propria del confinamento e della progressiva non autosufficienza.

In questo quadro va posto il lavoro di cura nella e per la famiglia verso l’anziano fragile.

Tema emergente, da considerare sotto luci diverse che chiedono di adattare l’etichetta famiglia” a chiavi di lettura provenienti da altre discipline, ma che possono produrre punti di vista e spiegazioni che solo l’ideologia gloriosa, ma impolverata, della famiglia “familistica” non riesce offrirci.

La prima provocazione ha a che fare con la risposta dell’assistenza familiare cosiddetta privata, cioè con datore di lavoro la famiglia.

Una forma d’assistenza che forse chiamiamo privata per distinguerla, sotto il mero profilo della disciplina del rapporto di lavoro, da quella pubblica.

Assistenza che invece, se vogliamo illuminare la sua più rilevante caratterizzazione, sarebbe meglio definire “personale“ perché rivolta alla persona, perché mette in gioco la persona del lavoratore della cura, ma al tempo stesso personalizza ed identifica in colei/colui che da cura familiare (caregiver) la responsabilità del governo imprenditoriale della cura.

I conti degli effetti della “valanga grigia” sul “tessuto produttivo”(versante economia sociale) del paese sono presto fatti. Un milione di badanti, una badante /un assistito, permanenza media della badante presso l’assistito 2,5 anni.

Risultato: in dieci anni oltre quattro milioni di imprese sociali familiari, nate come funghi nel paese, sicuramente e giustamente elogiato nel mondo come culla della piccola e media impresa, ma anche ( ahinoi) dell’evasione fiscale.

E’ vero che la risposta delle famiglie “che danno cura” è stata la più classica espressione degli “animal spirit” proto capitalistici, con il suo carico doloroso e incivile di sfruttamento, irregolarità, ricatti e meschinità.

Ma, sicuramente, anche se si sta evolvendo verso forme di lavoro regolare, ancora un far west che ( senza assoluzione per nessuno) si può descrivere come frutto di una battaglia mai combattuta fra le famiglie piene di sensi di colpa, in preda a sindromi dell’abbandono e un servizio pubblico coraggioso, ma mai culturalmente egemone nel paese del solidarismo d’ispirazione confessionale.

Un servizio pubblico che si ritira insabbiandosi in “enclave” sempre più piccole di “iper professionismo” tutelato o in riserve indiane d’assistenza agli svantaggiati più certificati ( ma forse non sempre più bisognosi ).

E’ vero anche che la spinta (per fortuna) irrefrenabile alla ricerca d’autonomia e indipendenza economica e professionale delle donne d’ultima e penultima generazione, richiede una presenza esterna di cura che è stato “comodo” trovare in un esercito disperato in fuga dallo squallore del post comunismo.

Un supporto sul quale si è scaricato il peso emotivo del “cosa dirà la gente di me che non sto in casa a curare mia madre?” ben miscelato con l’ignoranza dei bisogni plurimi e sofisticati di un anziano che può aspettarsi ragionevolmente di vivere da fragile per un tempo medio di otto/ dieci anni e  ha prodotto uno dei fenomeni di lavoro servile di massa ( fatto d’assistenza h24, convivenza forzata, mobbing strisciante) più eclatanti nell’economia occidentale.

Poiché i nostri giovanili e sudati studi di filosofia sono stati intrisi di dialettica hegeliana, proviamo a trasporla come chiave interpretativa alla domanda: e ora che fare?

Dietro ogni inaccettabile compressione di libertà, inaccettabile anche quando spinta da un bisogno reale, sta nascosta dialetticamente una faccia propulsiva e rivoluzionaria.

Questa faccia sta forse mostrandosi per essere: scrutata, capita, forse aiutata a migliorarsi; azione questa dell’impegno al miglioramento che è sempre meglio che ascoltare insopportabili e sterili rimorsi, ipocriti scandalizzarsi e grida manzoniane.

Intanto: partire dalla famiglia come modulo base d’impresa sociale di massa da addestrare a svolgere il ruolo d’imprenditoria sociale.

Questo non per una modaiola passione per il mercato “severo ma giusto”, ma per il naturale convincimento che il lavoro giusto lo crea un cliente giusto.

Ci spinge anche l’empirica verifica che le azioni pervicacemente focalizzate solo sull’offerta: come ad esempio la formazione dei lavoratori, l’accompagnamento allo sviluppo professionale, il miglioramento dei rapporti di lavoro, anche quando al meglio progettate, non arrivano mai al tempo giusto per aiutare il cambiamento.

Mentre, se la chiave d’ingresso è quella di aiutare chi sceglie ( il consumatore di servizi familiari) a scegliere meglio, si selezionano e si qualificano i percorsi dell’offerta.

Negli Stati uniti sono ormai diffuse e articolate le proposte di formazione rivolte ai caregivers di anziani. Anche su questo dobbiamo essere capaci di superare il pregiudizio latino dell’“ascolta il tuo cuore e lui ti dirà come fare”, ma al tempo stesso dobbiamo mettere in campo la nostra creatività dimostrando che si può fare una formazione: diffusa, interessante, utile, consumeristica e al tempo stesso sensibile, innovativa e flessibile nelle modalità di fruizione.

Ma azioni centrate sulla domanda, rivolte e dedicate alla famiglia/ impresa /datore di lavoro diffuso non possono prescindere dall’elementare riconoscimento che se la famiglia è un’impresa, essa va trattata come tutte le altre imprese di un paese civile.

Non parliamo ancora del combinato disposto fra detassazione, IVA agevolata e scarico contributivo grazie al quale i servizi alle persone comperati in Francia con gli “cheques services universels”(i cosiddetti CESU) sono scambiati a 100 di valore e pagati a 46.

Ci si accontenterebbe almeno, per iniziare, di pagare tasse e contributi ma di scaricare dal proprio bilancio ( leggi reddito imponibile)  il totale dei costi dei servizi acquistati.

Partendo da questo banale sistema di “taxation” diventa naturale la “rappresentation”e quindi le forme naturali d’organizzazione di questa nuova “classe” di imprenditori sociali, una rappresentanza che sarà naturalmente, necessariamente basata sull’auto organizzazione.

Infatti, si tratta di un bisogno (accudire i propri anziani) così diffuso che le sinergie sono da trovare non dico a livello di condominio o quartiere, ma sicuramente in una dimensione comunitaria e locale fatta anche della reciproca e matura accettazione.

Il riconoscimento cioè, che non curare direttamente il proprio genitore, ma affidarlo a competenti, capaci e organizzate risorse professionali non solo non è un male, ma diventa addirittura il riscontro di una competenza matura, imprenditoriale /manageriale: la competenza del caregiver.

In questo quadro l’esercito degli imprenditori sociali di massa può imbarcarsi sul vascello cooperativo mettendosi a manovrare quelle vele che in Italia abbiamo tessuto meglio che in tanti altri paesi europei: la cooperazione sociale e quella dei consumatori.

Sono molto diffidente, per non dire preoccupato dell’idea di impegnare energie per la promozione di cooperative di sole badanti, idea che sa un po’di cattiva coscienza terzomondistica o peggio ancora ( a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si prende! ) scusa per pagare badanti e usare operatori sociali. Non mi pare questa la strada migliore per la sacrosanta emancipazione e valorizzazione di questo lavoro invisibile, ma prezioso. 

Mentre una cooperativa di consumatori di servizi sofisticati e complessi che garantisce servizi di cerniera, amministrativi gestionali e di qualificazione dell’offerta coerente alla domanda capita come multi dimensionale, può assicurare quel necessario livello di continuità, stabilità e infrastruttura organizzativa senza perdere in freschezza competenza, rappresentanza di interessi.

All’obiezione ragionieristica: bello, ma chi paga tutto questo? La risposta la sapremo solo vivendo, cioè nel modificare il campo di gioco e le regole del gioco re-impastando i valori economici con gli asset organizzativi e di competenza insieme ai comportamenti.

Mentre si legge che i nuovi economisti pensano a diversi indicatori per rappresentare lo sviluppo di una società e s’imbattono nell’esigenza di descrivere la felicità umana come indicatore di benessere di un popolo, suggeriamo sommessamente che un modo per promuovere felicità è assistere gli altri, in primo luogo i nostri cari, ma accudirli in modo competente, dare una cura consapevole, non solo ci consente di assolvere positivamente il nostro ruolo filiale, ma ci porta altresì ad aumentare il patrimonio collettivo liquido, moltiplicatore di felicità.