Il fatto di essere mortali dà senso alla nostra esistenza. Che pensiamo o no esplicitamente alla morte, essa condiziona le nostre scelte, i nostri progetti, la nostra visione del passato e del futuro. È la morte a dar significato alla vita: gli dei immortali infatti non vivono, sono (1).

 

Certo, non pensiamo alla morte ventiquattro ore al giorno sette giorni su sette; essa però ci accompagna costantemente: basta un piccolo sintomo, un lieve malessere, la morte improvvisa di un amico ed eccola sorgere accanto a noi, ineluttabile e minacciosa. Come osserva La Bruyère

La morte non arriva che una volta, e si fa sentire in ogni momento della vita; è più difficile apprenderla che soffrirla.

Apprendere la morte... Che significa?
Filosofare è apprendere a morire è il titolo di uno dei più noti Saggi di Montaigne (I/20),il concetto è ripreso da Cicerone, che a sua volta lo attribuisce a Socrate:

L'intera vita dei filosofi altro non è che una meditazione della morte

Montaigne scrive questo Saggio nel 1572 (2). Ha 39 anni, è ancora sano e pieno di energia, e tuttavia è convinto che alla morte occorra pensare costantemente, così che essa non ci colga impreparati. Cerchiamo –dice- di non avere nulla così spesso in mente come la morte. Parole che riecheggiano quelle di Michelangelo

Non nasce in me pensiero che non vi sia scolpita dentro la morte

Il rimedio del volgo – scrive Montaigne- è di non pensarci. Ma da quale bestiale stupidità gli può venire un così grossolano accecamento?(...) Quando poi la morte arriva, o per essi o per le loro mogli, figli e amici e li sorprende all'improvviso, che grida, che dolore, che desolazione...

E afferma con orgoglio:

La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire.

Anni dopo (III/12) Montaigne, quasi sessantenne e seriamente malato, riprende in esame la medesima frase di Cicerone; il punto di vista appare ora differente:

È certo che alla maggior parte delle persone la preparazione alla morte ha dato più tormento di quanto ne abbiano avuto nel subirla...Fu detto (da Quintiliano) "l'immaginazione fiacca i nostri sensi più della sofferenza fisica" ... Se non sapete morire non preoccupatevene: la natura vi istruirà sul momento

Anche sulla "bestiale stupidità" del volgo sembra aver mutato opinione:

Non vidi mai contadino dei miei dintorni mettersi a pensare con quale contegno e con quale fermezza avrebbe passato quell'ora estrema. La natura gli insegna a non pensare alla morte se non quando muore: e allora egli lo fa con miglior garbo di Aristotele... La gente comune non ha bisogno né di rimedio né di conforto se non sul momento.

È evidente che l'età, l'esperienza e la malattia hanno prodotto un cambiamento nella filosofia di Montagne, anche se forse meno radicale di quanto non appaia a prima vista. Riflettere sulla opportunità di non pensare alla morte è, tutto sommato, ancora filosofare sul morire. Un paradosso che lo stesso Montaigne ribadisce con ironia, allorché propone di andare a "scuola di stoltezza" per acquisire la presunta "stupidità del volgo": quella "mancanza di intelligenza" che gli dà "una profonda noncuranza per i sinistri accidenti futuri".
Montaigne per primo non mette in pratica il suo suggerimento: anziché "tenere scuola di stoltezza" riporta una lunga perorazione di Socrate, a dimostrazione che la noncuranza nei confronti della morte è una conquista filosofica:

Se (la morte) è una trasmigrazione da un posto a un altro, è credibile che ci sia un miglioramento nell'andare a vivere con tanti grandi personaggi defunti e nel non dover più avere a che fare con giudici iniqui e corrotti. Se è un annientamento del nostro essere, è egualmente un miglioramento entrare in una lunga e placida notte.

Altro che "scuola di stoltezza"...
A mio avviso ciò che qui Montaigne critica è soprattutto la mania, al giorno d'oggi ancor più diffusa di allora, di voler predire e prevenire con ogni mezzo i mali di un futuro immaginario: se l'immaginazione incontrollata si sostituisce alla pacata graduale riflessione, apprendimento e saggezza svaniscono lasciando un vuoto in cui si insinuano ansia, angoscia, paura, disperazione.

Si getti una trave tra due torri, di grossezza sufficiente per camminarci sopra: non c'è saggezza filosofica di tale fermezza che possa darci il coraggio di camminarvi sopra come faremmo se essa fosse a terra.

Pensare alla morte come all'inevitabile compagna della nostra esistenza non significa insomma percepirsi come costantemente in pericolo o descrivere la vita come una somma di rischi fatali; in tal caso meglio sarebbe comportarsi da "stolti", non pensarci per niente e vivere alla giornata. Peccato che ciò non sia nei fatti praticabile: è la stessa biologia, oltre che l'esperienza, a ricordarci in ogni momento la nostra mortalità.
Apprendere a morire significherà allora riflettere non alla morte in generale ma alla propria morte. L'oggetto della riflessione smette di essere un concetto astratto ma pone ognuno di noi davanti a una domanda alquanto concreta: che cosa può rendere se non gradevole almeno tollerabile il pensiero della mia mortalità, in questo particolare momento della vita ed essendo io fatto come sono fatto?
Per restare alla metafora di Montaigne: se su quella trave gettata tra due alte torri io sarò costretto comunque a camminare, che cosa può darmi il coraggio di farlo, se la saggezza filosofica da sola non basta?
La risposta la dà lo stesso Montaigne, laddove afferma che è più facile parlare come Aristotele e vivere come Cesare di quanto non sia parlare e vivere come Socrate:

Lì sta l'estremo grado di perfezione e di difficoltà. Le nostre facoltà non sono così educate. Noi non le sperimentiamo né le conosciamo: ci rivestiamo di quelle altrui e lasciamo oziare la nostre.

Sostituiamo alla parola "facoltà" la parola "risorse" e troveremo la risposta: è riscoprendo e mobilitando le nostre risorse che impareremo ad affrontare la nostra mortalità.
Se le riflessioni altrui da sole non ci bastano, esse possono tuttavia aiutarci -e molto!- in questo percorso, facilitando la ricognizione delle nostre risorse. In altri termini, non possiamo rivestirci di una filosofia Ikea, buona per tutti, ma dobbiamo elaborare una nostra propria filosofia, che parta dalla consapevolezza di cosa significhi per noi vivere e morire.

Domandarsi allora, come spesso si è fatto e si fa, se sia migliore una morte lenta e graduale che permetta al malato e ai parenti di prepararsi al passaggio a un'altra vita; o, al contrario, una morte subitanea, inattesa e senza preavviso, appare - in assenza di una cornice o di un contesto definito - un gioco puramente intellettuale, un "lusso"

E proprio " lusso" è il termine che impiega Maria Nadotti in questo stesso numero della rivista:

C'è un lusso, nel pensare che a morire si possa imparare, che in questo momento mi sembra inaccettabile. Ho davanti agli occhi i corpi martoriati di bambini cui non è stato concesso neppure il tempo di apprendere a vivere...

Io credo che riflettere da filosofico osservatore sulla morte intesa come concetto astratto, come morte degli altri, sia effettivamente un lusso per privilegiati.
Altra cosa è riflettere sulla propria mortalità: è questo tipo di riflessione che ci fa sentire strettamente collegati agli sconfitti, ai perdenti, a quelli che la morte –per citare La Bruyère- la soffrono. Qui il concetto di "colpa" va assolutamente abbandonato: biasimare le vittime è un atteggiamento disgustoso. Frasi come "È colpa loro... Se la sono voluta..." troppo sovente ripetute fuori luogo, non sono prova di filosofica saggezza ma semplicemente ignobili.
Al contrario, apprendere a morire ci permette di sentirci coinvolti nella morte degli altri, di essere e di rimanere al loro fianco, di avvertire in ogni momento il legame, la stretta connessione tra la loro mortalità e la nostra. Penso in particolare ai professionisti della cura in Pronto Soccorso, negli Hospice, nelle Unità di Terapia Intensiva, nei reparti oncologici... che non possono permettersi il lusso –appunto- di riflettere da osservatori imparziali sulla morte, ma che per accompagnare i morenti non possono non apprendere essi stessi a morire.
In questo senso apprendere a morire non è un lusso: è una necessità.

Torniamo a Montaigne. Quando scrive le sue prime riflessioni sulla morte, la Francia è devastata dalle guerre di religione, guerre civili tra le più sanguinose che abbiano coinvolto la nazione. Di quello stesso 1572 sono le stragi iniziate a Parigi la notte di S. Bartolomeo e dilagate per mesi in tutto il regno: massacri di civili assai più che di "eroici" combattenti. In quel contesto Montagne non è un osservatore esterno, e anzi è probabilmente impegnato in prima persona sul piano politico... E tuttavia non considera una perdita di tempo filosofare sull'apprendere a morire; anzi, forse è proprio l'orrore di quelle guerre e di quelle stragi stupide e insensate che ha stimolato le sue riflessioni.
L'atteggiamento laicamente fatalista del Montaigne più anziano e malato non sarebbe possibile se non fosse stato preceduto da quella lunga riflessione: è proprio perché ha visto la morte intorno a lui per troppi anni ed ora è egli stesso in attesa di essa, che può permettersi non di rinnegare quelle riflessioni ma di ampliarle, di modificarle, di raccontare un'altra storia che non rifiuta la precedente ma in qualche modo ne è il compimento.
In quegli anni il mondo intorno a lui non è certo cambiato in meglio: orrori e massacri si susseguono. Enrico III viene assassinato da un domenicano fanatico, i cattolici della Santa Lega e Papa Sisto V esultano... Si parla addirittura di canonizzare l'assassino.
Montaigne, l'uomo della tolleranza, riflette ora non più sulla morte in generale ma sulla sua propria morte, che avverte prossima: gli restano quattro anni da vivere.

Se non abbiamo saputo vivere, è un'ingiustizia insegnarci a morire... Se abbiamo saputo vivere con fermezza e tranquillità, sapremo morire allo stesso modo.

Saper vivere è anche apprendere a morire: le due riflessioni a questo punto si incontrano.

La scettica tolleranza e la ripetuta condanna delle ingiustizie, dai processi alle streghe al disprezzo per le culture diverse, varranno a Montaigne nel secolo seguente l'onore di essere inserito nell'Indice dei libri proibiti, che sarà abolito – ricordiamolo - solo nel 1966.

Saper vivere significa essere preparati a morire ma allo stesso tempo progettarsi come se si fosse immortali.
La consapevolezza della propria provvisorietà biologica su questa terra non dovrebbe essere una scusa per chiamarsi fuori, sotto il pretesto della propria indiscutibile irrilevanza cosmica.
La coscienza di essa è invece, almeno a mio avviso, fonte di serenità.
Quella serenità velata da malinconia che Dante ritrova nelle parole del celebre miniatore Oderisi (Purg. XI):

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
Da te la carne, che se fossi morto
Anzi che tu lasciassi il "pappo" e il "dindi"
Pria che passin mill'anni? Ch'è più corto
Spazio all'etterno, ch'un muover di ciglia
Al cerchio che più tardi in cielo è torto.
(...)
La vostra nominanza è color d'erba
Che viene e va, e quei la discolora
Per cui ella esce de la terra acerba.

Risuonano qui le parole dell'Ecclesiaste:

Tanto del savio quanto dello stolto non rimane ricordo eterno, giacché nei giorni a venire tutto sarà da tempo dimenticato.

E tuttavia

La sapienza ha un vantaggio sulla stoltezza come la luce ha un vantaggio sulle tenebre. (...) Dio dà all'uomo che egli gradisce sapienza, intelligenza e gioia.

Ben consapevole che "la nostra nominanza è color d'erba, Dante non ha però smesso di pensare e di scrivere.
Se l'io biologico ha una durata breve, l'io biografico e sistemico è potenzialmente immortale.
Quella di Oderisi è una critica alla superbia, non un invito a fuggire con disgusto o disprezzo il mondo.

In altri tempi la costante vicinanza della morte ha costretto uomini e donne a fronteggiarla e in qualche modo ad accoglierla come un'ospite se non gradita inevitabile.
Nel XIV secolo la peste nera (da cento a duecento milioni di morti, un cambiamento demografico epocale) e in Europa la Guerra dei cent'anni hanno reso palese per tutti la provvisorietà dell'esistenza: nessuno sapeva se avrebbe visto la fine del giorno o del mese. La morte, almeno quella, era uguale per tutti. Re e nobili, vescovi e parroci, condottieri e soldati, ricchi e poveri... tutti quanti se li portava via il vento... Autant en emporte le vent.
Nascono così le danze macabre: rappresentazioni della morte condivisa.

Ho visitato a, Kermaria, in Bretagna, una cappella cinquecentesca sulle cui pareti è affrescata una danza macabra. La morte in forma di scheletro accompagna per mano i grandi e gli umili della terra verso un'unica fine comune.

Sono rimasto per molto tempo in quella piccola chiesa deserta e fresca, e confesso che immaginarmi insieme agli altri per mano a uno scheletro danzante mi ha dato un senso di profonda serenità.
Certo, quelle immagini non hanno sconfitto una volta per tutte la paura o l'angoscia per la mia mortalità; ma in quel momento in quel luogo, la morte l'ho avvertita -mi viene da dire- come un'amica o almeno una buona conoscente.

Chi è stato capace di vivere con "fermezza e tranquillità" sarà in grado di morire allo stesso modo. Un mese prima di morire a 61 anni, in esilio e dopo una vita di carcere e di fughe, Nazim Hikmet scriveva questi versi:

Il mio funerale partirà dal nostro cortile?
Come mi farete scendere giù dal terzo piano?
La bara nell'ascensore non c'entra
e la scala è tanto stretta.
Il cortile sarà, forse, pieno di sole, di piccioni
forse nevicherà, i bambini giocheranno strillando
forse sull'asfalto bagnato cadrà la pioggia
e al solito ci saranno i bidoni per l'immondezza.
Se mi tiran su nel furgone col viso scoperto, come usa qui,
forse mi cadrà in fronte qualcosa di un piccione, porta fortuna,
che ci sia o no la fanfara, i bambini accorreranno
i bambini sono sempre curiosi dei morti.
La finestra della nostra cucina mi seguirà con lo sguardo
il nostro balcone mi accompagnerà col bucato steso.
Sono stato felice in questo cortile, pienamente felice.
Vicini miei del cortile, vi auguro lunga vita, a tutti.

Parole di un uomo che aveva appreso a morire perché aveva imparato a vivere, e fino alla fine amava la vita senza temere la morte.

Ci piaccia o no, col pensiero della morte dobbiamo convivere: o con paura o con serenità, più spesso con l'una e con l'altra.

Questa morte che ci accompagna
Dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo

Un legame che per Pavese un giorno è diventato indissolubile.

L'io biologico, dicevo, si degrada e muore. Non così l'io biografico, che vive e si tramanda eternamente attraverso ciò che ha trasmesso ad altri: idee, visioni del mondo, espressioni artistiche...
Nel 1833 Chateaubriand è a Verona. Ha 65 anni, la sua carriera politica a cui teneva tanto è definitivamente conclusa. Ripensa al Congresso che 11 anni prima ha riunito qui i grandi della terra, per decidere –come ancor oggi si usa- le sorti del mondo: allora Verona era affollata di sovrani e di diplomatici impegnati a definire a loro insaputa i destini dei popoli.
Dove sono adesso, quei grandi? – si chiede Chateubriand- Facciamo l'appello!

L'imperatore di Russia?.........Morto
L'imperatore d'Austria..........Morto
Il Re di Francia?.....................Morto
Il re d'Inghilterra?................... Morto
Il re di Napoli, il Duca di Toscana, il re di Sardegna, il Papa?....... Morti, tutti morti.
E così commenta:

Nessuno ricorda più i discorsi che abbiamo tenuto al tavolo del Principe di Metternich; ma, o potenza del genio! Nessuno sentirà mai cantare l'allodola nei campi di Verona senza ricordare Shakespeare.

L'artista della cappella di Kermaria ci è ignoto, e anche di mister Shakespeare e di monsieur Villon, ignoriamo quasi tutto... Eppure ancora sono in grado di destare emozioni profonde, di provocare cambiamenti, di renderci diversi. Il vento si è portato via i loro corpi, ma soltanto quelli.
D'accordo, loro erano dei geni e noi non lo siamo, e tuttavia la loro immortalità è in qualche modo anche la nostra. Il nostro io sistemico continuerà a vivere quando del nostro corpo non sarà rimasta, come dice Amleto, che terra: creta buona solo per tappare un barile di birra o il buco di un muro.
Non omnis moriar, non morirò interamente: è vero non solo per Orazio ma per noi tutti.

Qualche volta apprendere la morte significa desiderarla come una liberazione.
Morte –per citare Baudelaire- come rimedio alla noia, alla volgarità, alla malvagità, alle religioni tutte uguali tutte tese a scalare il cielo, al martire che piange, al boia che gioisce, al popolo smanioso della sferza...alla follia, alla demenza umana...(3)

O Mort, vieux capitaine, il est temps! Levons l'ancre !

Andiamo Morte, vecchio capitano ! è ormai l'ora !
Questa terra ci aduggia: è tempo di salpare!
Tu sai che i nostri cuori sono pieni d'aurora
Anche se nero inchiostro sono il cielo ed il mare!

Mescici il tuo veleno, giacché ci riconforta!
Vogliamo, tanto ci arde il cervello un tal fuoco,
Naufragar nel gorgo, Cielo o Inferno, che importa?
Per trovare del nuovo sul fondo dell'Ignoto!

Au fond de l'Inconnu pour trouver du nouveau!

Niente aldilà, inferno o paradiso: un viaggio verso il nuovo, verso l'Ignoto. Un viaggio immobile: è il tempo che passa attraverso di noi, e per chi sa vedere, ogni giorno è l'Ignoto, ogni giorno è il Nuovo: purché si voglia naufragare nel gorgo, raggiungere il fondo.
Se facciamo della nostra vita un poema, cielo e mare hanno un bell'essere neri come l'inchiostro: sarà l'aurora nei nostri cuori a illuminare quel buio.
E, come afferma John Donne

Non vi sarà più morte. E tu, morte, morrai.

Note

(1)Il testo è tratto dalla rivista La parola e la Cura, numero monografico Apprendere la morte, primavera 2009- per gentile concessione dell'autore e dell'editore.
(2)L'edizione dei Saggi di Montaigne è quella di Fausta Garavini, Adelphi 1966
(3)La traduzione dei Fiori del Male di Baudelaire è quella di Giorgio Caproni, Marsilio 2008

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Biografia
Author: Giorgio Bert