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Il nostro rapporto con la vita senza fine, con l’immortalità è stato più propriamente trasposto in un ambito di fede religiosa, in rapporto dialettico e difficile con l’eternità, oppure di esercitazione artistica, come per Borges ("Aleph") o Kundera ("L'immortalità"). Ma anche il vivere a lungo, dagli albori della umanità è considerato segno di distinzione e di riconoscimento divino tanto da attribuire età improbabili alle persone benedette da Dio, come Matusalemme, nonno di Noè, che secondo la Bibbia morì a 969 anni (Genesi 5, 21- 27).

I limiti genetici

Matusalemme

Una vita molto più lunga dell’attuale, è oggi un sogno impossibile o se davvero ci stiamo avvicinando ad una longevità di massa tale da configurare una durata della vita quale mai l’umanità ha sperimentato?

In realtà la durata della vita biologicamente organizzata, specie negli esseri superiori, ha per ora dei limiti non valicabili, specifici per ogni specie: basti pensare alla differenza di lunghezza della vita di una mosca domestica (8- 10 giorni) rispetto a quella, ad esempio, di un cane (6 – 15 anni, ma vi è almeno un caso verificato di 24 anni di sopravvivenza); anche considerando la vita massima mai registrata nessuna mosca è mai vissuta 20 anni. A meno di trasformare una specie in un’altra, attraverso la manipolazione genetica, cosa oggi non impossibile.

Ma sarebbe davvero per l’uomo conveniente ottenere una lunga vita attraverso la manipolazione genetica al punto da trasformarsi in un altro essere ?

Ulisse rifiuta la immortalità che gli viene offerta, secondo Cicerone per amor di patria, ma in fondo soprattutto perché avrebbe dovuto trasformarsi in un “qualcun altro”, smettere di essere se stesso; e se è un altro a sopravvivere, a chi interessa la sopravvivenza ?

L’ambiente, i comportamenti: alimentazione, attività fisica

Anche molte situazioni ambientali possono influenzare la sopravvivenza ma sempre entro dei limiti definiti. Negli animali ha molta importanza l’alimentazione, per cui si riesce ad aumentare del 30% la longevità dei topi, riducendo l’assunzione calorica giornaliera, anche se i meccanismi di questo effetto non sono stati ancora pienamente decifrati[i]. Nell’uomo la dieta influenza l’invecchiamento molto meno di quello che comunemente si pensa, e non esistono chiare dimostrazioni che la restrizione calorica conduca alla longevità[ii]. Inoltre sono stati visti effetti negativi sulla psiche, sia per il tono dell’umore, a partire dal famoso “Minnesota semi starvation study “ degli anni ‘50, che per le prestazioni cognitive, soprattutto memoria e concentrazione[iii] ,come verificato in tempi più recenti. Naturalmente resta vero che un eccesso alimentare non favorisce la sopravvivenza e aumenta la mortalità. L’alimentazione prudente è più importante nelle età precedenti la vecchiaia, fino ai 50 anni, 60 anni, poi gli studi dimostrano che una certa quota di ingrassamento è protettiva per cui a 80 anni si inverte completamente la situazione[iv]: quelli che aumentano il indice di massa corporea ( BMI = kg di peso / metri di altezza al quadrato) e sono leggermente sovrappeso vivono più a lungo di quelli che sono sotto la media[v]. Anche la colesterolemia, cambia di significato, per cui livelli che sarebbero eccessivi e dannosi in età precedenti non hanno impatto patologico negli e soprattutto nelle ultraottantenni[vi]. Nell’uomo sono comunque più importanti i parametri globali e quelli che si riferiscono alla attività psichica . Vi è una evidente influenza della condizione sociale sulla sopravvivenza e la longevità : le differenze di aspettativa di vita media fra ricchi e poveri si intreccia e si rafforza con la maggior sopravvivenza di chi ha una scolarità più alta, cosa vera in tutte le latitudini e da molto tempo. Chi ha complessive buone relazioni e vita sociale può avere una riduzione di mortalità del 50 %! , secondo una recente ampia meta analisi sull’argomento [vii] .

Altre abitudini di vita appaiono influenzare la sopravvivenza. Gli studi, condotti soprattutto fra gli anni 80 e 90 dello scorso millennio, hanno confermato in modo pressoché definitivo che possiamo parlare di una diversa longevità assicurata dall’attività fisica. Si calcola ad esempio che la mortalità si abbassa di almeno un quarto e fino ad un terzo nei soggetti anziani attivi rispetto ai sedentari e che ancora ad 80 anni l’attività fisica fa guadagnare da uno a due anni di vita (studio effettuato su ben 16.936 soggetti, compreso un buon gruppo di ultra 75 enni, seguiti per 12 -16anni) [viii].

Altri hanno poi confermato la stesso risultato, sempre su popolazioni molto numerose: ad esempio nel Longitudinal Study of Aging ( 5901 soggetti seguiti per 4 anni) viene dimostrata una riduzione di mortalità degli attivi rispetto ai sedentari [ix]. Non è necessario essere stati sempre atleti o attivi per avere questi vantaggi di longevità: il cambiamento di stile di vita, anche in chi era precedentemente sedentario comporta ad ogni età un guadagno del 23 % della mortalità.[x]

Anche per le donne anziane, in cui i risultati dell’attività motoria erano dubbi, uno studio statunitense su 9518 donne ultrasessantacinquenni, seguite per 5,7 anni, conferma il dato di una maggiore longevità nelle donne non sedentarie, specie prima dei 75 anni e se non vi erano presenti patologie gravi .[xi] In questo studio si evidenzia che un cambio di attività fisica modesto ( 1 miglio al giorno di cammino) produce una consistente riduzione di mortalità.

In uno studio eseguito in 3 centri di Danimarca, Svezia e Finlandia su persone ultra 75enni seguite per 5 anni, l’effetto protettivo della attività fisica sulla sopravvivenza rimaneva valido come fattore indipendente anche quando accuratamente controllato per il fumo e gli altri fattori di rischio cardiovascolari.[xii]

Uno studio longitudinale di geriatri danesi su di una ampia coorte, studiata dal 1964 al 1999, ha messo in evidenza che la mortalità in chi praticava attività fisica moderata era del 60 % rispetto a quella dei sedentari [xiii]. Come si vede da questi studi l’effetto positivo sulla sopravvivenza dell’esercizio fisico negli anziani non è dovuto ad esercizi con sforzi massimali o sottomassimali, ma sono sufficienti attività del tutto accessibili come il camminare [xiv], [xv] .

Ma non è solo l’attività fisica ad essere importante per farci vivere di più : è stato anche dimostrato, in una coorte di più di 10.000 anziani svedesi seguita per 14 anni, che , a parità di attività fisica, andare al cinema, ai concerti e visitare musei può dare un aumento di sopravvivenza misurata come Rischio Relativo da 1,14 ( intervallo di confidenza 95% : 1,01 – 1,31) a 1,42 (intervallo di confidenza 95% : 1,25 – 1,60) [xvi] , cioè aumentare dal 14 al 42% la sopravvivenza rispetto a chi non pratica nessuna di queste attività.

 

Vivere a lungo, vivere meglio

Me è sempre così desiderabile vivere a lungo?

Nel mondo degli antichi Greci la longevità era associata alla decadenza, ma solo per gli uomini : gli dei erano immortali ed esenti dalla decrepitezza. I tentativi dell’uomo per eguagliarli sono destinati all’insuccesso. La dea Eo (Aurora), sorella di Elios (Sole),si innamorò di un mortale, Titono, e chiese a Zeus come dono di nozze la sua immortalità: ma si scordò di chiederne anche l’eterna giovinezza, regalando di fatto al suo amato l’eterna vecchiaia e rendendogli la vita che gli aveva regalato insopportabile; per liberarlo e liberarsene Eos lo trasformò in cicala[xvii].

Possiamo noi arrivare a separare lunga vita e decadenza funzionale? Possiamo chiedere di invecchiare senza perdere capacità vitali fisiche e psichiche?

L’età della disabilità definitiva si è spostata con l’aumento della età media delle popolazioni. In Italia ad esempio l’aspettativa di vita libera da disabilità passa da 6,6 a 7,93 anni per maschi e da 6,9 a 8,31 anni per le donne, fra 1994 – 5 e il 2004 - 5[xviii], (vedi grafico 1 ) confermando che vi è stato un effettivo aumento della aspettativa di vita attiva. Viene confermato così un importante studio del 2000 [xix] che cercava di costruire delle equazioni di previsione e metteva in evidenza che la riduzione della disabilità permaneva anche con l’età come cofattore. Anche dati recenti confermano per gli USA la reale diminuzione della disabilità per età fra gli anziani, come conseguenza delle migliorate condizioni di vita del secolo scorso, mentre dubbi sembrano insorgere per la sua lineare continuazione per il futuro, soprattutto per l’aumento della obesità e di altri fattori di rischio cardiovascolari.[xx]

Questo spostamento, di per sé positivo, non ha eliminato il problema della assistenza e cura dei disabili anziani, ma negli anni passati ha invece trasferito ad età molto più avanzate la dipendenza terminale, [xxi] senza ridurla di numero, essendo anche aumentata l’aspettativa di vita degli ottantenni e quindi il loro numero.

Pochi gli studi di intervento che dimostrano un guadagno di vita libera da disabilità, ma tutti positivi per quanto attiene l’effetto protettivo della attività fisica : ad esempio sono stati messi a confronto e seguiti per 13 anni 370 membri di un club di podisti ultra50enni e 249 controlli sedentari : i corridori dimostrarono, oltre ad una mortalità di 3,3 volte inferiore, un guadagno di vita attiva, libera da disabilità maggiori di 8,7 anni in più rispetto ai sedentari. [xxii]

La prevenzione della disabilità, della perdita funzionale è cosa diversa dalla prevenzione della malattia, anche se le due cose hanno relazioni molto strette : è intuitivo che chi non si ammala tende a restare per più tempo autonomo di chi si ammala. Molte acquisizioni sono intervenute a farci capire la natura di questa diversità. Ad esempio non sempre la disabilità è conseguenza di una malattia. In un importante studio longitudinale, dove le persone venivano valutate e intervistate in tempi successivi proprio sulle condizioni di abilità nella vita quotidiana e sulle patologie intercorse, si è visto che con l’età aumentava la quota di persone che divenivano disabili non per fatti improvvisi come malattie acute o traumi (disabilità “catastrofica”), ma per un insieme di cedimenti, ciascuno dei quali da solo non sarebbe stato in grado di togliere l’autonomia, ma che, insieme, determinavano l’incapacità e la dipendenza (disabilità “progressiva”)[xxiii]. La prevenzione di un singolo evento acuto, la prevenzione di singole patologie di organo e di apparato, non riesce a prevenire la maggioranza delle disabilità che insorgono in età molto avanzata, quelle che in futuro saranno le più rappresentate nella popolazione. Questo vuol dire che la prevenzione “specialistica” basata sulla riduzione dei singoli fattori di rischio, come ad esempio l’ipercolesterolemia o la ipertensione, ha sicuramente un grosso effetto sulla mortalità precoce e un modesto effetto sulla disabilità precoce, mentre non ne ha praticamente nessuno sulle disabilità tardive che sono quelle più numerose. Quindi la prevenzione delle disabilità progressive della vecchiaia fa spostare l’attenzione sui fattori globali, comportamentali, sociali, più direttamente collegati con l’equilibrio funzionale e con quella che possiamo chiamare la “riserva funzionale”, e che da molto tempo è alla base della prevenzione gerontologica e geriatrica [xxiv].

L’invecchiamento porta naturalmente ad una diminuzione della riserva funzionale che si traduce in una diminuzione dell’ampiezza delle oscillazioni dei parametri che rispondono agli stress, per cui gli adattamenti alle richieste ambientali sono più difficili da tutti i punti di vista, da quello biologico a quello psicologico e sociale: la centralità dell’attività è legata alla sua dimostrata efficacia per il mantenimento delle capacità di risposta all’ambiente. Restano magari dei dubbi non chiariti sulla dose, sulla frequenza, sulle diverse modalità di possibile realizzazione, che andranno chiariti per evitare di fare proposte altrimenti generiche e inefficaci, ma non si discute più sulla sua utilità.

 

Conclusioni

L’attività fisica nell’età anziana non può più essere considerata solo come impiego piacevole del tempo ma anche come importante fattore di protezione per una ampia gamma di patologie legate all’età e come insostituibile fattore di buona salute e di longevità. In un articolo del British Medical Journal dedicato a questo tema, del Gennaio 2005 [xxv] si afferma “ l’attività fisica regolare porta importanti benefici alla salute in ogni età. La sua importanza per la salute dell’età anziana è messa in evidenza ripetutamente nelle attività del Servizio nazionale inglese per le persone anziane……l’attività fisica regolare aiuta a prevenire condizioni importanti per la vecchiaia, come osteoporosi, diabete mellito non insulino dipendente, ipertensione, cardiopatie ischemiche, apoplessie cerebrali, a forse alcuni tipi di cancro, fra cui il cancro del colon…” Già in un Editoriale di Lancet (del 1986!!) veniva dato per indiscusso il beneficio dell’attività fisica per gli anziani, vista la ampia base di dati già posseduti, mentre il problema era la sua diffusione:…“ le misure per aumentare l’attività fisica abituale della popolazione anziana sono una urgente priorità di salute pubblica”…. [xxvi] Il problema non è più tecnico-scientifico ma è un problema sociale e politico perché non si hanno più dubbi che l’attività fisica negli anziani sia comunque positiva.

NOTE


[i] Fontana L, Partridge L, Longo VD. Extending healthy life span--from yeast to humans. Science. 2010; 328:321-26.

[ii] Roth GS; Ingram DK; Lane MA “Calorie restriction in primates: will it work and how will we know?” J Am Geriatr Soc   47 : 896-903, 1999

[iii] Kemps E, Tiggemann M, Marshall K. Relationship between dieting to lose weight and the functioning of the central executive. Appetite 2005;45:287–294.

[iv] Tayback M., Kumanika S. et al  Body Wheight as  a Risk Factor in the Elderly Arch. Int. Med 1990; 150 : 1065 - 72,

[v] Takata Y, Ansai T, Soh I et al  Association between body mass index and mortality in an 80-year-old population. J Am Geriatr Soc. 2007 ;55:913-17.

[vi] Deedwania PC.  Hypercholesterolemia: Is lipid- lowering worthwhile for older patients? Geriatrics. 2000;55:22-28.

[vii] Holt-Lunstad J, Smith TB, Layton JB. Social relationships and mortality risk: a meta-analytic review. PLoS Med. 2010 Jul 27;7(7):e1000316. Review. PubMed PMID: 20668659; PubMed Central PMCID: PMC2910600.  (free ful text)

[viii] Paffenbarger RS; Hyde RT; Wing AL; Hsieh CC Physical activity, all cause mortality and longevity of college alumni New Engl J Med 1986; 314 : 605 - 13,

[ix] J Rakowski , V Mor .  The association of physical activity with mortality among older adults in the Longitudinal study of Aging ( 1984 – 1988)   J Gerontol 1992; 47 : M122 - 29

[x] Paffenbarger RS; Hyde RT; Wing AL; Lee IM; Jung DL; Kampert JB   The association of changes in physical activity level and other life style characteristics with mortality among men New Engl J Med  1993; 328 : 538- 45

[xi] Edward W. Gregg, PhD; Jane A. Cauley, DrPH; Katie Stone, PhD; Theodore J. Thompson, MS; Douglas C. Bauer, MD; Steven R. Cummings, MD; Kristine E. Ensrud, MD; for the Study of Osteoporotic Fractures Research Group Relationship of Changes in Physical Activity and Mortality Among Older Women JAMA 2003; 289: 2379-86.

[xii] Aijo M; Heikkinen E; Schroll M; Steen B Physical activity and mortality of 75-year-old people in three Nordic localities: a five-year follow-up. Aging Clin Exp Res  2002;14(3 Suppl): 83-89

[xiii] Schroll M   Physical activity in an ageing population. Scand J Med Sci Sports  2003;13:63-69

[xiv] M. Brown , J.O. Holloszy .Effect of low intensity exercise program on selected physical performance characteristics of 60- to 71- years olds Aging Clin Exp Res  1991; 3 : 129- 39

[xv] Posner JD; Gorman KM; Windsor-Landsberg L; Larsen J; Bleiman M; Shaw C; Rosenberg B; Knebl J   Low to moderate intensity endurance training in healthy older adults: physiological responses after four months J Am Geriatr Soc 1992; 40 : 1- 7

[xvi] Konlaan BB; Bygren LO; Johansson SE   Visiting the cinema, concerts, museums or art exhibitions as determinant of survival: a Swedish fourteen-year cohort follow-up.  Scand J Public Health  2000;28: 174-78

[xvii] Graves R   I miti greci Longanesi, Milano 1991, pag 133 – 34

[xviii] http://www.istat.it/sanita/sociosan/

[xix] Waidmann TA; Liu K Disability trends among elderly persons and implications for the future. J Gerontol B Psychol Sci Soc Sci 2000;55:S298-307

[xx] Manton KG. Recent declines in chronic disability in the elderly U.S. population: risk factors and future dynamics. Annu Rev Public Health. 2008;29:91-113.

[xxi] Stout R.W., Crawford V. Active Life Expectancy and Terminal Dependency : Trends in Long Term Geriatric Care over 33 Years Lancet 1988, I : 281- 83

[xxii] Wang BW; Ramey DR; Schettler JD; Hubert HB; Fries JF  Postponed development of disability in elderly runners: a 13-year longitudinal study.  Arch Intern Med 2002;162: 2285-94

[xxiii] Ferrucci L., Guralnik J.M.   Progressive versus catastrophic disability: a longitudinal view of the disablement process  J Gerontol 1996; 51A : M I23 – 26

[xxiv] Guaita A., Colombo M. Vitali S. , Ceretti A. Gerontologia preventiva ed educazione sanitaria Nuova Italia Scientifica , Roma 1991

[xxv] Young A. Dinan S. Activity in later life BMJ  2005; 330: 189 - 91.

[xxvi] Physical activity in old age ( editorial) Lancet 1986; ii : 1431