manuela vaccariLa parola badante è censita nei vocabolari di italiano a partire dal 1963: sono gli anni dello sviluppo industriale, dell'urbanizzazione di massa, del boom delle nascite.

Si diffonde, insieme alle donne migranti, a partire dagli anni '80, quando in Italia la manodopera femminile entra in modo massiccio nel mercato del lavoro retribuito, spostando risorse fino a quel momento dedicate gratuitamente al lavoro di cura in ambito domestico.

Il verbo badare, da cui deriva il participio presente, ha origine altomedievale, onomatopeica : stare a bocca aperta, nel gesto dell'intervento, della raccomandazione. Assume il significato di avere cura, nel senso di custodire e sorvegliare oggetti, animali, bambini: nei ricordi delle donne anziane, ritornano situazioni in cui si era chiamate a badare i più piccoli.
L'espressione badare si trova nelle opere dei grandi scrittori della letteratura italiana, spesso nel senso dell'aver cura di sé, oppure come osservare attentamente e riflettere, o, al negativo, sta per non occuparsi di cose che non ci riguardano. Ho trovato che il verbo assume un senso tutto particolare nell'uso che Dante Alighieri ne fa nel poemetto Il Fiore, dove bado diviene sinonimo di sono devoto, in un verso che l'Amante rivolge al dio dell'Amore e a sua madre, Venere. Le parole del poeta suscitano evocazioni suggestive e, nella sequenza delle parole madre, bado, esser fedele e servirgli, fanno emergere analogie tra le parole dell'amore e quelle della cura.
Al Die d'Amor ed a la madre i' bado, 5
E a' baron' de l'oste chiamo assai
D'esser lor[o] fedele a sempremai
E di servirgli e non guardar ma' guado.
In modo più prosaico, la parola badante comincia ad apparire sui giornali e nei media alla fine degli anni '80, più spesso nella locuzione "badanti notturne". La diffusione nei media coincide con il momento di ascesa della Lega, che si oppone all'ingresso in Italia degli uomini e delle donne straniere: la parola badante si connota "come un termine dispregiativo, imposto da Bossi e seguaci a una stampa pigra e servile" .
L'Accademia della Crusca lo registra tra le parole nuove solo nel 2002, e fornisce indicazioni sull'origine e sull'utilizzo, associandolo all'ingresso nei documenti istituzionali: "Una volta era usato per chi accudiva gli animali: le greggi, le oche, o bisognosi di lavoro continuativo, come le vacche, i vitelli. Adesso il termine badante è entrato in un testo di legge e si riferisce inequivocabilmente a colei (o colui più raramente) che bada alla persona."
I decreti flussi e le sanatorie per colf e badanti sembrano avere definitivamente consacrato la parola, insieme al riconoscimento della forma di accudimento domestico in cui si organizza la cura agli anziani: la regolarizzazione del 2009 era riservata esclusivamente a questa tipologia di lavoro, e ha ricevuto 300 mila richieste di emersione. Nel contratto nazionale di lavoro la parola badante viene invece bandita nel 2007, su esplicita richiesta dei sindacati e delle associazioni delle lavoratrici domestiche, che la considerano degradante.
L'origine straniera e la condizione di marginalità delle donne che svolgono questa attività, la svalorizzazione del lavoro di cura, l'isolamento delle attività domestiche, caricano la parola di connotazioni negative: nel 2012, nella Carta di Roma, tra gli strumenti di lavoro per un'informazione corretta sui temi dell'immigrazione e dell'asilo, un paragrafo specifico è dedicato al linguaggio in cui si raccomanda "di evitare l'utilizzo di termini stigmatizzanti (quali ad es. badante)" . La parola entra anche a scopo denigratorio nel lessico politico, in cui viene utilizzata al femminile e indirizzata alle donne impegnate nelle istituzioni o vicine ai personaggi pubblici, con accenti offensivi. Nei confronti degli uomini politici il termine è usato per affermarne l'incapacità: la necessità di avvalersi di una badante si connota come forma di perdita di facoltà decisionali e di indipendenza. La svalutazione si allarga dalla badante alla donna o all'uomo anziani che se ne avvalgono: nell'accezione mediatica, chi ha bisogno di una badante è una persona che non sa più badare a se stessa: la parola risente della visione negativa della perdita dell'autonomia e dell'indipendenza, paradigmi fondanti dell'identità occidentale.
Nella parola è insito il concetto di delega, rispetto a un mandato forte che attribuisce alla badante la responsabilità di farsi carico della riproduzione del quotidiano della persona che le si affida. Nella situazione di cura continuativa, è importante che ci sia la possibilità di fare riferimento ad altre persone per una difficoltà o un'imprevisto, e che il tempo dell'affidamento sia circoscritto tra un'inizio e una fine, momenti delicati di ingresso e uscita nella vita dell'altra. La delega totale alla badante, per un tempo di 24 ore al giorno, è entrata invece nell'immaginario comune ed è sostenuta dalla pubblicità, che spesso propone l'assistente famigliare a tempo pieno come soluzione che garantisce un'assistenza continuativa e risolutiva, in contrasto con le condizioni stabilite dal contratto, con i bisogni delle persone assistite e con la sostenibilità del carico fisico ed emotivo che il lavoro di cura comporta. Le situazioni in cui avviene una delega totale alla badante fanno parte delle condizioni limite e corrispondono ad una modalità di sfruttamento del lavoro, di isolamento sociale e di abbandono della persona anziana, che rappresentano forme diffuse e poco considerate di violenza domestica.
Più spesso, in forte contrasto con le connotazioni negative diffuse dai media, tra le persone che si avvalgono dell'aiuto di una badante, emerge il valore attribuito al lavoro di assistenza, l'agio che questo consente agli anziani, l'alleanza tra le donne che si occupano della cura, la riconoscenza da parte dei famigliari.

Bibliografia:
Cima, Rosanna. Pratiche Narrative per Una Pedagogia Dell'invecchiare. Milano, Franco Angeli, 2012.

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